sabato 12 maggio 2018


GLIELO È PIU’ CORRETTO DI GLIE LO

Altri sostiene che gli altri abbiano mentito. Ammettiamolo: a leggerlo così, a bruciapelo e senza avvertenze, qualcuno rischia il colpo apoplettico! Chi mai coniugherebbe alla terza persona singolare un verbo retto da un soggetto visibilmente ‘plurale’? Eppure, ad altri spetta di diritto la terza persona singolare del verbo perché è un pronome singolare, quantunque ormai abbandonato o relegato ai margini della lingua. Non mettiamo in dubbio che possa trarre in inganno a causa della presenza d'un 'altro' indefinito, altro, ora aggettivo ora pronome, il quale, al plurale, indica più persone o più cose, ma non se ne può dimenticare l’esistenza. Dunque, nella frase d’apertura, altri è qualcuno ignoto e che ha sostenuto qualcosa.

I nostri pronomi sono stati ammucchiati in un vecchio sgabuzzino dove regna il disordine: la porta è sempre spalancata e ciascuno, noncurante della polvere e del subbuglio, prende alla svelta ciò che gli è utile e, soprattutto, a portata di mano. Molte cose, purtroppo, si trovano in fondo allo stanzino sepolte da troppa roba perché qualcuno se ne possa accorgere. In questo modo, nessuno si affanna più a usare codesto nella lingua parlata, come nessuno riconosce più i pronomi interrogativi o il ne d’argomento. 

Troppo spesso, sia nella lingua parlata sia in quella scritta, ricorre l’inaccettabile e pleonastico modulo frasale di questo ne abbiamo già parlato: ne, nel caso in specie, significa di ciò; di conseguenza scrivere o dire di questo ne abbiamo già parlato vuol dire scrivere o dire di questo di ciò abbiamo già parlato. Altrettanto di frequente si rilevano forme infelici in cui il pronome chi, un indefinito misto, è seguito da una punteggiatura ovina: chi studia la grammatica, sa che questa virgola è sbagliata; chi si esplicita in colui che, pertanto la frase diventa colui che studia la grammatica sa che questa virgola è sbagliata perché il verbo sapere è il predicato verbale del soggetto espresso da colui che e non siamo in presenza di una relativa accessoria. Il discorso cambia, se usiamo l’imperfetto congiuntivo in una frase ipotetica: chi dovesse completare il compito entro un’ora, potrebbe consegnarlo a me, ovvero se qualcuno dovesse completare il compito entro un’ora, potrebbe consegnarlo a me. 


Preghiamo il lettore di credere che, in genere, non si ha l’idea di quanti siano numerosi gli errori che riguardano i pronomi. Si sente dire con disinvoltura che bello, che bravo il mio  bambino et cetera, anche se si trascura totalmente che questo aggettivo esclamativo potrebbe reggere solo un sostantivo, non un aggettivo. Per carità, ripetiamoci la solita solfa della lingua colloquiale, cosicché siamo tutti contenti, ma le cose non cambiano! Che bambino bravo oppure Quant’è bravo il mio bambino sono le forme corrette.

A proposito di negligenza e trascuratezza, che dire dell’uso del pronome complemento al posto del pronome soggetto? Quante volte abbiamo sentito dire Io e te dobbiamo parlare, laddove si dovrebbe dire io e tu dobbiamo parlare? Sono entrambi soggetti, c’è poco da fare. Al contrario, nelle formule ablativali latine, in presenza del participio passato, si commette l’errore opposto, cioè si usa il pronome personale soggetto in luogo del pronome personale complemento: tu compreso, mentre è corretto te compreso. Non provoca più alcuno scandalo ormai un’altra sostituzione simile: lui, lei, loro al posto di egli, ella ed essi, pronomi personali soggetto che avrebbero abdicato al proprio ruolo in favore dei pronomi personali complemento. 

Nell’epoca della tolleranza linguistica, molte storture diventano buone maniere, ma non si può di certo pensare di usare il lui per un cane, sebbene il fenomeno si stia diffondendo parecchio, specie sul web. Suggeriamo di ricorrere a esso, ma non avanziamo alcuna pretesa. Taciamo di checché, chicchessia, veruno et similia perché non vogliamo essere accusati di pedanteria, ma non intendiamo passare per codardi e non bastonare coloro che usano una specie di gli polivalente. La macchina va male, devo fargli fare la messa a punto: non ci sono dubbi, le forme pronominali oblique delle persone non possono essere estese alle cose. C’erano Luca e Laura, gli ho detto di aspettarti: gli è singolare, mai plurale. Se invece ci fosse stata solo Laura, non avremmo potuto usare ugualmente gli, che è maschile. Abbiamo appena richiamato alla memoria tre errori semplici, ma sappiamo bene che invadono prepotentemente la nostra lingua.

Chissà per quale motivo, alcuni vanno in giro dicendo che le forme stasera, stamattina et similia sono scorrette. Evidentemente non sanno che esistono i costrutti aferetici. L’aferesi è un ‘procedimento’ sano, nobile e mediante cui la vocale o la sillaba iniziale sono soppresse. Quindi, si mettano l’anima in pace! Sullo stesso piano sono da collocare coloro che pensano d’essere eleganti e raffinati solo perché sostituiscono ci con vi: vi sono spunti interessanti anziché ci sono spunti interessanti. Si tratta di particelle pronominali usate con modalità avverbiale, possiedono la stessa forza semantica e la stessa valenza grammaticale; è inutile affannarsi.

Giunti alla parte conclusiva del capitoletto, non possiamo fare a meno di recitare una preghiera per il bene di un altro pronome indefinito cui spesso si affibbia un’errata identità di genere: nonostante la famigerata linea morbida dei grammatici contemporanei, è meglio dire e scrivere qualcosa è accaduto, al maschile, che qualcosa è accaduta, se, di tanto in tanto, si vuole rispettare l’identità latina. A pensarci bene, prima di andare oltre, un’altra preghierina va detta: la frase ho fatto il mio dovere, per cui posso riposarmi dovrebbe essere corretta con ho fatto il mio dovere; per la qual cosa posso riposarmi. Cui infatti non ha un valore neutro, cioè quel valore che servirebbe a reggere l’intera frase che lo precede.

Domanda caustica: che fine ha fatto alquanto? È un pronome indefinito e, come tale, meriterebbe un po’ d’attenzione. Purtroppo, i parlanti lo hanno ostracizzato. Per finire… il più gettonato tra i pronomi è indubbiamente il che, ma siamo convinti di doverne rinviare la trattazione al momento in cui parleremo della sintassi complessa, entro la quale funge da congiunzione subordinante o complementatore.

Nessun commento:

Posta un commento