sabato 21 aprile 2018


PNEUMATICI, ZAINI, PERSONE: QUALI ARTICOLI USIAMO?

Si potrebbe subito obiettare che un capitolo sull’articolo è poco utile. Se lo si usa con disinvoltura, allora a cosa serve un contributo di approfondimento? I guai arrivano proprio quando si è troppo convinti di essere nel giusto. In latino, l’articolo mancava del tutto; era sufficiente declinare in modo corretto un sostantivo perché se ne comprendesse il senso, cioè il suo significato all’interno della frase (…a proposito della differenza tra senso e significato, si dovrebbe scrivere un diverso capitoletto). I Greci, invece, linguisti raffinati e sofisticati per antonomasia, ne facevano ampio uso. Noi abbiamo ereditato e trasformato dei dimostrativi e dei numerali latini facendoli diventare articoli. Aggiungiamo dunque una nota di memento per coloro che restano devoti alla storia della lingua: l’articolo determinativo è figlio del dimostrativo ille, illa, illud, mentre l’indeterminativo è stato generato dal numerale unus, una, unum.

Qui finiscono le nozioncine e cominciano i dubbi: il pneumatico o lo pneumatico? Al lettore parrà strano, ma la questione che abbiamo appena introdotta è controversa. I grammatici, a dispetto dell’ovvietà della risposta, non sono tutti concordi. Noi preferiamo tagliare corto, senza entrare nel merito della querelle: come abbiamo già scritto in un altro capitolo, davanti a s+consonante, ps, pn, gn, z, x, y e ai suoni e wuà, il diventa lo e i diventa gli. Allo stesso modo, un diventa uno. Se non è possibile dire il o un zaino, il o un gnomo e così via, non si capisce per quale motivo dovrebbe essere possibile dire il o un pneumatico.  È vero che ogni lingua si evolve e cambia in funzione dell’uso, cosicché un errore, nel tempo, può accreditarsi come nuova forma, ma le forzature e le trovate incongrue restano insane. Un caso che genera una babele di tentativi e l’inevitabile bailamme è quello della h, la quale, pur non essendo lettera iniziale propria della nostra lingua, s’impone alla nostra attenzione attraverso prestiti e forestierismi. In pratica, l’articolo da adottare cambia a seconda che essa sia muta o aspirata. Come scrive il monumentale Serianni, <<Sarebbe opportuno usare l’ e un nel primo caso (come si fa per le parole italiane con iniziale vocalica) e lo e uno, per analogia con quel che avviene davanti a gruppi consonantici esotici>>.

Di fatto, qual è il significato dell’articolo e perché lo usiamo con tale scioltezza e noncuranza da non rendercene conto? Gli articoli sono dei determinanti, vale a dire dei morfemi distintivo-identificativi: nessuno fa fatica a capire che il sintagma “una casa” indica una delle tante case possibili, laddove il sintagma “la casa” indica una casa specifica e che, in qualche modo, è nota ai parlanti. In altri termini e con un po’ di elasticità mentale, possiamo definirli dei segnaposto, etichette semantiche senza le quali soggetto e complemento non avrebbero più un’identità.


Un’abitudine tutta settentrionale è quella che vede l’articolo precedere i nomi propri: il Paolo, la Maria et cetera. Si tratta di forme piuttosto diffuse, ma ciò non implica che siano corrette. Il nome proprio si fa accompagnare dall’articolo determinativo solamente in tre casi: 1) quando esso è seguito da una specificazione attributivo-appositiva, come per esempio “il Paolo dei tempi migliori”; 2) quando entra a far parte di una figura retorica, la metonimia, come “il Devoto-Oli”, dove Devoto-Oli sta per le ‘il vocabolario’; 3) quando si introduce una figura illustre, come “il Foscolo”.

Una bella particolarità va assegnata all’articolo indeterminativo perché spesso subisce eleganti trasformazioni assumendo ora valore correlativo ora valore pronominale. Nella frase “Abbiamo parlato con professori e alunni: gli uni erano disponibili, gli altri un po’ meno”, l’articolo indeterminativo diventa pronome correlativo, mentre, nella frase “Mi piace la BMW, vorrei comprarne una”, la sua funzione è marcatamente pronominale. Non si pensi che al collega di categoria, l’articolo determinativo, manchino le particolarità! Se per esempio lo mettiamo davanti a un verbo, quest’ultimo ne viene sostantivato. In filosofia, questa tecnica linguistica è invalsa: “L’essere può dirsi in molti modi” leggiamo nel quarto libro della metafisica di Aristotele, dopo averlo tradotto dal greco; tuttavia nessuno ci vieta di dire “il mangiare” o “il bere”, che, così, designano l’atto del mangiare e quello del bere.

L’ultima parte di questo argomento spetta ai titoli delle opere, già trattati, ma meritevoli di chiarimento. “L’ho letto sulla Repubblica” o “L’ho letto su La Repubblica”? Di norma, quando il titolo – in questo caso, nome d’una testata giornalistica – comincia con un articolo determinativo, è preferibile non formare la preposizione articolata e rispettare il nome proprio. Dunque: “L’ho letto su La Repubblica”. Di conseguenza, nel rispetto della tradizione e per eleganza, sarebbe opportuno dire e scrivere “Il capolavoro de I Fratelli Karamazov” o “Ne I Fratelli Karamazov leggiamo (…)”, usando il complemento d’argomento latino, ma ci preme avvertire il lettore che, ormai, questa nostra proposta è da considerarsi più formale che grammaticale.   

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