sabato 14 aprile 2018


ARCHITETTA, CHIRURGA, MAGISTRATA? DITI? 
SONO CORRETTI

Misoginia linguistica e plurali sorprendenti

Se ci capitasse di dire o scrivere articolessa, cioè articolo al femminile, oppure discorsessa, femminile di discorso, non commetteremmo affatto un errore, anzi opteremmo per delle varianti di genere piuttosto ricercate. A poco servono le strampalate sottolineature del word, che ci mettono in guardia da presunti svarioni grammaticali: discorsessa è corretto, come lo è articolessa. Sul Devoto-Oli, a proposito di articolessa, leggiamo <<Articolo di giornale prolisso e noioso (…)>>, mentre, in merito a discorsessa (o discorsa): <<Discorso prolisso e inconcludente.>>. Chi l’avrebbe mai detto? La nostra lingua è complessa e sorprendente, cosicché occorrerebbe mettere da parte misoginia linguistica e tare intellettuali per disporsi all’accoglienza di soldata, ministra, assessora, avvocata, architetta, sindaca, chirurga, magistrata e così via, come apprendiamo da un comunicato stampa pubblicato nel 2013 dall’ex presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio (http://www.accademiadellacrusca.it/it/comunicato-stampa/crusca-risponde-ministro-ministra). In quanto alla disputa tra avvocata e avvocatessa, noi preferiamo rispettare il participio latino advocatus, che implica un accordo di genere al femminile. Dunque: avvocata, sebbene avvocatessa sia correttissimo. Coloro che non hanno fatto pace con l’evoluzione della lingua e dei ruoli sono i cantanti lirici. Riferendoci ad Anna Netrebko o a Rajna Kabaivanska, diremo il soprano Anna Netrebko o il soprano Rajna Kabaivanska, non la soprano, come spesso si sente.

In un articolo di un paio di anni fa, trattammo la stessa questione, seppure da angolature diverse: http://errorieparole.blogspot.it/2015/02/donna-soldato-si-puo-dire-se.html.

Le donne sono importanti, per carità, ma non sono tutto, specie in grammatica, entro la cui dimensione il ‘nome’ non si identifica esclusivamente col genere, ma richiede anche un numero. Singolare e plurale, in genere, costituiscono conoscenze che si danno per scontate. In parte, è giusto. Solo in parte... perché le regole e le oscillazioni sono tante! Ci occuperemo, quindi, solo delle forme problematiche e sulle quali alcuni parlanti mostrano costantemente incertezza, senza produrre elencazioni, che lasciamo ai manuali. Ribadiamo, infatti, che, se è vero che siamo nell’epoca delle smart linguistic performance, è altrettanto vero che nessun correttore verrà mai in nostro soccorso durante un discorso pubblico.


Ciliegie o ciliege? Camicie o camìce? Per rispondere alla domanda ci avvaliamo di uno schema usato dal Sensini (1997) circa le parole terminanti coi gruppi –cia e –gia. Quando la i di questi gruppi è tonica (-cìa, -gìà), il problema non si pone: il plurale è sempre in –cie e –gie (farmacie, bugie). Quando, al contrario, la i non è accentata, allora bisogna fare una distinzione: se i gruppi –cia e –gia sono preceduti da una vocale, il plurale si forma sempre con –cie e –cie (ciliegie, valigie); se –cia e –gia sono preceduti da una consonante, il plurale si forma in –ce e –ce (province, frange).

Da Luca Serianni (1989) prendiamo un altro interessantissimo metodo, quello di cui abbiamo bisogno per cavarci d’impaccio con i nomi che terminano in –ologo e –ofago. Sulle prime, non ci si pensa molto, ma di fatto, quando si ha bisogno di usare il plurale, ci si imbatte in attimi di difficoltà: << (…) presentano l’uscita in –ghi quelli che significano cose: sarcofaghi, dialoghi, monologhi (…), mentre i nomi di persona (…) escono in –gi: psicologi, antropofagi et cetera (…)>>.

Una piccola ma fondamentale nota va dedicata ai nomi stranieri, nota da estendere sia a quelli che fanno ormai parte del nostro lessico quotidiano sia a quelli desueti. Sappiamo bene che la maggior parte di essi è anglosassone; di conseguenza, alcuni sono indotti ad aggiungere la –s al plurale. Non si fa. È sbagliato. Il manager non diventa managers in presenza di un collega, allo stesso modo in cui non siamo soliti guardare dei films.

Ciò che ci giunge sicuramente come impensato e straordinario è rappresentato dai diti perché abbiamo imparato sui banchi di scuola a dire dita. Il plurale di dito, invece, è sia diti sia dita: le dita è la forma corretta per dare un’indicazione generica di questa parte della mano, laddove diti riguarda un riferimento specifico, qual è, per esempio, “i diti indici”. Grosso modo, per le parti del corpo di cui rileviamo un plurale in –a, si può applicare la stessa regola. La loro area semantica cambierà sfumatura a seconda del modo in cui formiamo il plurale: le ginocchia o le orecchie sono degli esempi concreti; ginocchi indica la specifica funzione, ginocchia indica l’insieme. In alcuni casi che riguardano gli arti, si ha un significato del tutto diverso: se diciamo braccia, sappiamo che stiamo parlando o delle nostre o di quelle di un altro essere umano; se, invece, diciamo bracci, ci riferiamo inequivocabilmente alla parte di un oggetto, come una bilancia o una croce. Quando è in discussione il plurale di osso, si viene spesso sopraffatti da un luogo comune secondo cui gli ossi apparterrebbero agli animali, mentre le ossa agli esseri umani. In minima parte, è vero, ma, così posta, la teoria diventa fuorviante. A tal proposito, leggiamo ancora una volta Luca Serianni: <<Il maschile ossi designa gli ‘ossi considerati separatamente’. Il femminile ossa si usa per l’insieme dell’ossatura umana (…)>>. In pratica, tutti questi nomi possiedono un doppio plurale e bisogna stare molto attenti a scegliere l’una o l’altra delle due forme perché si rischia di scambiare lucciole per lanterne.

L’ultimo spazio di questo capitoletto è da riservare al plurale dei nomi composti. Farne una lista completa è impossibile, oltre che inadeguato al nostro scopo ‘editoriale’. Consigliamo dunque l’approfondimento sul già citato volume di Grammatica italiana di Luca Serianni, da cui traiamo molti spunti e che presenta ricchezza di contenuti. Nel caso di nomi composti la cui prima parte è capo-, lo stesso Serianni ci informa che, se il soggetto è a capo di qualcosa, la variazione morfologica si applica al sostantivo capo: i capistazione, i capibanda et cetera, cioè coloro che stanno a capo della stazione o della banda (…capi di qualcosa). Se il plurale concerne coloro che stanno a capo di qualcuno, la variazione morfologica si applica al secondo termine del composto: i capocuochi, i caporedattori et cetera. Come ho anticipato, la lista del plurale dei nomi composti è lunga: nome + nome, ma con distinzioni doverose, nome + aggettivo, aggettivo + nome e così via. In conclusione, qual è il plurale di cassaforte, chiaroscuro, contrordine? Casseforti, chiaroscuri, contrordini. Ma roccaforte, al plurale, diventa sia roccheforti sia roccaforti.

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