sabato 28 aprile 2018


AGGETTIVI E SUPERLATIVI PER NON COMMETTERE ERRORI

Sottomettersi incondizionatamente a qualcuno è sicuramente spiacevole e sconveniente. Molto probabilmente, su questo siamo tutti d’accordo. Se per di più la sottomissione causa pure uno snaturamento della nostra identità di genere, allora le cose si mettono davvero male. Insomma, essere succubi piega già la nostra volontà e la riduce ai minimi termini; non sarebbe il caso che il succubo o la succuba diventassero succube. Qualcuno, a questo punto, ha già storto il naso e ha spalancato gli occhi in segno di scandalo. Non si dice succube? Di fatto, è concesso perché ci siamo fatta prestare dai francesi una specie di ‘aggiustamento’ della desinenza, ma, a voler essere rispettosi della tradizione latina, si dovrebbe dire e scrivere succubo o succuba. Qualcosa di simile accade con un altro ‘latino’, irruente, sebbene si verifichi per motivi diversi. Quando si descrive l’irruenza di una persona con l’aggettivo di pertinenza, si sente dire, nel caso d’un uomo, irruento. In realtà, è sbagliato declinare al maschile questo aggettivo. Si dovrebbe scrivere e dire irruente, come si dovrebbe dire e scrivere sonnolente e non sonnolento. L’uscita di questi aggettivi è strettamente legata ad una specifica classe di aggettivi latini, cui questi appartengono. Le violazioni sono solamente il frutto di un adeguamento ‘forzoso’ alle uscite in –o degli aggettivi della lingua italiana.  Purtroppo, è pur vero che, snaturando, s’impara.

A dire il vero, il dilemma che riguarda l’uso degli aggettivi, dal nostro punto di vista, è un altro e non sta affatto nella scelta della desinenza corretta, che, prima o poi, s’impara: si tende a ignorare che l’aggettivo ha un ruolo decisivo all’interno del discorso, al quale dovrebbe conferire ritmo e ‘distintività’, e lo si impiega con tale superficialità da smarrirne la specialistica funzione connotativa. Con qualche esempio tutto sarà più chiaro. A chiede a B: - Ti è piaciuto il mio articolo? -; B risponde: - Bello! -. Il ‘grazie’ di A, a questo punto, è un po’ frustrante, diventa una formula di cortesia tappabuchi. Bello è un aggettivo qualificativo generico, come potrebbe esserlo interessante, ma non rivela alcunché sui meriti dell’autore. Eppure, questo approccio viene ampiamente e quasi ossessivamente adoperato. Ancora: Laura è una bella persona. Che cosa apprendiamo sulle qualità di Laura? Niente. Bisognerebbe ricordare sempre che l’aggettivo serve a creare delle immagini di legame tra chi lo usa e chi ascolta o legge. Nell’incipit del coro dell’atto quarto dell’Adelchi, Manzoni ci dà una lezione impareggiabile: <<Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto / lenta le palme, e rorida / di morte il bianco aspetto / giace la pia, col tremolo / sguardo cercando il ciel (…)>>. Ogni aggettivo, morbide, affannoso, rorida et cetera, ci rende partecipi dell’agonia di Ermengarda. 


Si sente dire molto poco, invece, sul posto da riservare all’aggettivo; la qual cosa non ci fa ben sperare. Occorre metterlo prima del sostantivo o dopo? Non si può certo pensare che sia una differenza da poco. Il significato cambia notevolmente a seconda della collocazione. La giovane amica di Laura non equivale a L’amica giovane di Laura, sebbene si possa pensare il contrario. Nel primo caso, si fa riferimento alle caratteristiche proprie della persona indicata; nel secondo caso, invece, si stabilisce che, tra le amiche di Laura, stiamo rivolgendo l’attenzione a quella giovane o a una delle più giovani. Non è dunque solo una questione di stile. 

Una argomento che spesso si rivela abbastanza spigoloso è quello dei comparativi e dei superlativi. Premettendo che non forniremo la tipica griglia dei manuali di grammatica, in cui si elencano forme regolari e forme irregolari, precisiamo subito che, in teoria, più intimo, più estremo, primissimo e ultimissimo, quantunque ricorrenti, sono degli errori bell’e buoni. Intimo, estremo, primo e ultimo, infatti, sono già dei superlativi latini. Ci limitiamo a scrivere “in teoria” perché, com’è ormai noto, molti grammatici lasciano che l’uso prevalga su tutto il resto e riclassificano le categorie della lingua italiana. Nel tentativo di dare enfasi al discorso, spesso eccediamo, cosicché, pensando di costruire dei comparativi corretti, tiriamo fuori dei sintagmi impropri: più solare sembra somigliare a più bello, ma non è così; è sbagliato. Qualcosa o qualcuno non possono essere più solari di ciò che già è solare. Lo stesso vale per bianco, nero, italiano et similia. In che modo un uomo può essere più italiano di un altro o addirittura italianissimo? Esistono delle licenze sociali, delle autoconcessioni che i parlanti elaborano nel tempo; per la qual cosa vale la pena di essere tolleranti, anche se tolleranza non implica dimenticanza.
Molto superiore si può dire? Sì, è correttissimo, ma non si tratta d’una modificazione del grado dell’aggettivo, che, comunque, in questo caso, è già un comparativo. Il suo significato va inteso in questo senso: superiore di molto. I superlativi temuti, del resto, sono altri: beneficentissimo, munificentissimo, malevolentissimo, saluberrimo, asperrimo e così via. Non se ne fa uso sia perché hanno un’origine complessa sia perché è difficile ‘declinarli’ correttamente. Di conseguenza, sono lasciati ad ammuffire nei libri di grammatica, reietti e ostracizzati. 

È evidente che esistono parecchi modi per formare un superlativo e qui non possiamo indicarli tutti: se, per esempio, premettiamo un avverbio come molto, assai, particolarmente et similia, il grado dell’aggettivo ne risulta intensificato. Un risultato simile si ottiene con davvero: davvero bella. Se dico a qualcuno sei tutto sporco, in pratica, gli ho detto sei sporchissimo.

Un’ultima considerazione, sperando che non diventi mai ultimissima: quando, il paragone è fatto tra due verbi, tra due avverbi o tra due aggettivi o tra due complementi, il secondo termine di paragone è introdotto dalla congiunzione che e non dalla preposizione di, come accade per i nomi. È meglio lavorare e guadagnare poco che stare a contemplare il mondo; quel giocatore è più rapido che bravo; ha lavorato più con eleganza (elegantemente) che con attenzione (attentamente). Nei processi di scrittura media, molto di rado si intravvedono queste forme, che - si badi! - non sono arcaiche.

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