venerdì 3 novembre 2017

LA LINGUA DEL DEBITO


dal signoraggio all'economia reale

Il debito è quel che è: “filosofema” direbbero alcuni, “sciocchezza” potrebbero aggiungere altri. Eppure, oggi, il debito, per i paesi dell’eurozona è sostanza ed è indefinibile, inclassificabile e, per certi aspetti, inspiegabile. È vero, lo è diventato a causa d’un’incerta e fantasmagorica volontà confederale, tuttavia le cose stanno così, non altrimenti. Il debito è tutto. Ogni euro che portiamo in giro nelle nostre tasche è espressione di debito perché ha un costo per il paese a cui apparteniamo, è sottoposto a un tasso di interessi ed esiste come tale in funzione di un contributo annuo di circa un miliardo di euro che l’Italia paga alla BCE per la permanenza nel SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali). Bisogna mettere subito in chiaro un fenomeno finanziario decisivo: il reddito derivante dall’emissione di moneta, il cosiddetto reddito da signoraggio. Emettere moneta o concederne l’emissione vuol dire produrre profitti. 

A questo punto, noi vogliamo involgarire la questione e ipotizziamo che per avere la carta di dieci euro tra le mani dobbiamo pagare, per esempio, venti centesimi. Ne consegue che il valore nominale dei nostri dieci euro resta pari a dieci euro, mentre il valore reale equivale a nove euro e ottanta centesimi. L’esempio è grossolano; nessuno si accorge di questi scarti monetari; ma, come s’è già detto, le cose stanno così, non altrimenti. Dunque, la prima conclusione molto poco filosofica è la seguente: noi siamo perennemente in debito con lo Stato, che, a propria volta, è perennemente in debito con l’Europa. In che modo lo Stato tenta di colmare il proprio debito? In generale, ricorrendo a imposte e tasse. In che modo il cittadino tenta di colmare il proprio debito? In teoria, lavorando, anche se in questo “lavorando” potrebbero già insinuarsi le prime contraddizioni. Si potrebbe scegliere di non lavorare per non essere tassati e sperare d’essere assistiti. In effetti, si potrebbe, sì, ma… il costo della sopravvivenza è superiore al valore dell’assistenza. Anzi, siccome il costo della sopravvivenza spesso è pure superiore al valore del lavoro retribuito, in che modo il cittadino può far fronte alle spese della vita? È evidente che nessuno di noi può emettere obbligazioni, come, al contrario, può fare uno Stato. E inoltre le obbligazioni comporterebbero pure un ulteriore debito. Il più delle volte, noi ci rivolgiamo alle banche commerciali, le quali, dopo aver comprato il denaro dalle banche centrali, ce lo rivendono applicando uno spread e facendoci pagare un tasso d’interesse. 


La vicenda del debito, a questo punto, si complica e si aggrava. Qualche riga fa, abbiamo scoperto e accertato che i nostri dieci euro, in realtà, valgono nove euro e ottanta centesimi. Adesso scopriamo e accertiamo che per ottenere i famigerati dieci euro nominali in prestito dobbiamo pagarne circa undici reali, dato che un istituto di credito non accetterebbe riduzioni di sorta. In pratica, non ci vuole un economista per capire che la nostra genesi debitoria è irredimibile. Nell’esistenza media e grigia del cittadino ‘normale’, operaio o impiegato, l’unica soluzione contro il disagio economico potrebbe consistere nell’affidarsi alla fortuna: un “gratta e vinci” potrebbe fare al caso nostro, ma la percentuale di successo è talmente bassa che il metodo non può essere annoverato tra le ‘soluzioni’. Facendo due conti elementari, ogni cittadino comune si ritrova sempre un euro e quaranta centesimi in meno per ogni venti euro posseduti, considerando che la metà di questi venti euro corrisponde al suo stipendio, mentre la parte rimanente deve essere restituita a una banca… In pratica, fa parte delle sue ‘passività correnti’. E se cresce l’inflazione? Il cittadino debitore di undici euro, nonché possessore di nove euro e ottanta centesimi, potrebbe vedere il valore della propria moneta ridursi sempre più, essendo sempre costretto a mantenere lo stesso gravoso impegno col prestatore. 

Nel frattempo, si può anche inveire contro il governo di turno, tranne che si abbia un po’ di capacità di discernimento e di lucidità intellettuale per rendersi conto che, rebus sic stantibus, nessun governo sarà mai in grado di modificare la posizione dell’Italia nel mondo e migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Non c’è Quantitative Easing che tenga! Perché si sviluppi una politica economica ‘gratificante’ e ne vengano fuori leggi finanziarie adeguate è necessario che il debito sia razionalizzato come fattore esigibile a lunghissimo termine, l’euro dovrebbe essere svalutata e il sistema bancario dovrebbe essere riformato totalmente con introduzione di corridoi del credito obbligatori. Se la BCE introduce nuova moneta o interviene col QE, le banche devono essere obbligate all’apertura di credito a basso costo, non già nella forma subprime, bensì secondo un nuovo modello di garanzie e credit scoring

Tutte queste misure restano ammissibili in funzione del dogma europeo. Qualora si riuscisse a parlare nuovamente di riconquista delle autonomie nazionali in materia di politica monetaria, allora bisognerebbe rimettere ogni ipotesi in discussione. In conclusione, sappiamo bene che questo articoletto può essere giudicato banale ed elementare, ma nessuno, per contro, può obiettare sul continuum debitorio tra reddito da signoraggio ed economia reale.

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