lunedì 30 ottobre 2017

LE LACUNE DELLA SCUOLA INVESTIGATIVA ITALIANA

La scuola investigativa italiana è molto indietro in fatto d’indagine linguistica; anzi, si può ipotizzare che non sia in possesso di un metodo che permetta agl’inquirenti di esaminare correttamente le parole e loro combinazioni. I motivi di questa grave lacuna non sono immediatamente intuibili e costituiscono causa di grande perplessità, specie se, com’è giusto, volgiamo lo sguardo alla spinosa questione della presunzione d’innocenza, più volte violata o trattata con superficialità (H. J. Woodcock DOCET!). Non si tratta più di scegliere se dichiararsi garantisti o meno; diversamente, occorrerebbe per lo meno evitare i dogmi giudiziari e le ideazioni accusatorie. Dato che lingua e linguaggi, più spesso di quanto s’immagini, diventano un ‘elemento probatorio’ e talune specifiche affermazioni si trasformano in capi d’imputazione (…anche se, per correttezza, si dovrebbe trovare altro riscontro!), allora l’analisi pura dovrebbe sostenere ogni istruttoria: le frasi non dovrebbero mai essere separate dal contesto in cui si formano; bisognerebbe rintracciare le strutture profonde dell’intercettazione e non limitarsi alla catena-sequenza di significanti; sarebbe altrettanto doveroso verificare la frequenza di un’occorrenza, cioè il numero di volte e il modo in cui una parola o un costrutto sono presenti. Purtroppo, accade l’esatto contrario a detrimento del diritto alla difesa.

Facciamo in modo adesso che alla teoria segua la pratica e valutiamo degli esempi tratti da alcuni casi reali, quantunque opportunamente modificati e resi anonimi.

Nella nota che l’Ufficiale di P.G. redige per la Procura, leggiamo che Tizio sarebbe l’ideatore di un sodalizio criminoso per aver detto, durante una conversazione telefonica intercettata, “Infatti, aggiungerò un milione di euro perché ho già parlato con quel tipo”. L’affermazione, di fatto, sembra interessante e sospetta. Se la inseriamo in una nota introduttiva e, per di più, il Procuratore, anziché leggere il testo delle intercettazioni, si limita alla sola lettura della nota, allora è chiaro che all’autore spetta almeno la custodia cautelare preventiva. Tuttavia, se invece leggiamo interamente e con pazienza le migliaia di pagine delle intercettazioni, ci rendiamo conto che Tizio, nel dire “un milione di euro”, rispondeva a  Caio, il quale aveva detto “Io ho questo e faccio questo perché la differenza è questa”: sulle prime potremmo non accorgerci del valore delle parole di Caio, ma, dopo un’accurata analisi, saremmo costretti a documentare quanto segue: 1) il linguaggio di Caio è caratterizzato dall’imponente presenza di atti linguistici assertivi, mediante i quali un parlante enuncia fermamente le proprie conoscenze e le proprie credenze; 2) Caio sembra esprimere dunque non solo l’indubbio possesso di qualcosa, ma anche la capacità di stabilire delle condizioni; il che non è concesso a Tizio; 3) si rilevano tre segmenti semantici dominanti, “Io ho questo”, “Io faccio questo”, “Questa è la differenza”, grazie ai quali il parlante dichiara di ‘avere qualcosa’ e ‘fare qualcosa’ e, soprattutto, di conoscere la ‘differenza’, differenza che appartiene al nome del predicato. Ne consegue che il linguaggio è un vero e proprio sistema, da cui non possiamo prelevare ‘pezzi’ a nostro piacimento. Se riesaminiamo questo breve dialogo, infatti, comprendiamo che l’ideatore del sodalizio criminoso non è Tizio, ma… Caio. Il denaro, in pratica, ha accecato P.G. e Procura, fuorviandone il lavoro ermeneutico.


In un’altra parte delle intercettazioni, emerge la figura di Sempronio, il quale, con fare minatorio, autoritario e inelegante, oltre che con ostentazione d’impazienza e irritabilità, dice a Tizio: - Non m’interessa, entro domani devi portare i soldi in banca, altrimenti vado direttamente a casa sua”. In questo caso, potremmo giungere rapidamente alle conclusioni e accusare Sempronio di una serie di reati, ma metodo e cautela c’impongono di attendere la risultanza dell’analisi. Anzitutto, circoscriviamo il verbo ‘dovere’ perché ha sempre un certo peso all’interno dei dialoghi: chi lo usa nei confronti d’un qualsivoglia interlocutore mostra inevitabilmente forza e autorità. Una sola occorrenza tuttavia non basterebbe, cosicché andiamo alla ricerca di altri frammenti, se ce ne sono, in cui Sempronio ne fa uso. Ne troviamo immediatamente due con cui Sempronio, rivolgendosi sempre a Tizio, gl’impone decisioni e comportamenti. In secondo luogo, possiamo e dobbiamo andare alla ricerca di focus e topic della frase e non dobbiamo di certo trascurare le strutture profonde, che otteniamo mediante i diagrammi ad albero. 


Il diagramma ad albero è segnato da una modalità pro-drop della frase italiana, vale a dire da un soggetto sottinteso, che, tra le altre cose, si esplica nel pronome indefinito ‘qualcosa’, che costituisce il cosiddetto topic della frase, la parte già nota, per così dire. L’informazione nuova, ovverosia il focus, invece, è rappresentata dalla seconda parte della F, ‘interessare a me’, apparentemente sottocategorizzata, ma sostanzialmente decisiva ed espressa con la funzione emotiva del linguaggio (…il messaggio è incentrato sul mittente: ‘non interessa a me’). Di conseguenza, già col diagramma ad albero di un solo segmento della battuta di Sempronio, siamo in grado di riconoscerne la colpevolezza: reiterazione del servile ‘dovere’, emotività dominante e ruolo focale completano il quadro analitico. Tuttavia, tutte queste informazioni vengono sistematicamente ignorate da Polizia Giudiziaria e Procure. Non a caso, nonostante le minacce di Sempronio e l’assertività di Caio, purtroppo, Tizio viene considerato l’ideatore e il promotore di un’associazione per delinquere, laddove è evidente che subisce continuamente le scelte altrui.

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