martedì 17 ottobre 2017

IL MISTERO E LA MERAVIGLIA DELLA PAROLA

Gli scienziati, quelli veri e che si fanno ammirare per la devozione alla materia che studiano, il più delle volte, purtroppo, sono ossessionati dalle definizioni e dalle classificazioni, cosicché i loro manuali, quantunque edificanti e ricchi d’insegnamenti, riportano oltremisura tabelle, legende e codici. Un buon metodo, di fatto, non può esserne del tutto privo, tuttavia la bellezza della scoperta, a nostro avviso, sta più nell’armonia funzionale e nell’utilità del lavoro svolto che nella sua nomenclatura.

La domanda può essere immediatamente questa: che cos’è la parola? L’esempio che ci permette di entrare in materia, invece, è il seguente: si dice che la parola sia un’isola perché in essa “non si può inserire nulla né estrarre nulla” (Cfr. GRAFFI, G., SCALISE, S., 2002): libro non può diventare li-mano-bro, allo stesso modo in cui non può mutarsi in lbro. Come si suol dire, la definizione data non fa una piega; è perfetta ed esemplare. Ci tocca capire, a questo punto, quanto sia utile per noi e in armonia con l’uso del linguaggio. Dev’essere chiaro, fin da ora, che Giorgio Graffi e Sergio Scalise sono due inestimabili monumenti della linguistica italiana; qui non è affatto in discussione il loro valore, che non potremmo neppure permetterci di revocare in dubbio. Se la parola è l’elemento di una forma di comunicazione, allora perché sforzarsi di dire ciò che essa non è? In altri termini, ciò equivarrebbe a dire che tizio è biondo perché è impossibile che sia castano. Adesso, non ci metteremo a cercare altre definizioni. Citiamo, per converso e subito, un raffinato studioso italiano, un antropologo della mente, Alessandro Bertirotti, il quale, a proposito della parola, durante un’intervista (Gli scopi della vita: le parole fanno bene), afferma: – La parola è il luogo all’interno del quale la mente chiarisce all’altro il proprio mondo (...) La parola contiene il mondo di chi la esprime e serve a scoprire il mondo di chi ascolta (...) –.

I sostantivi che ora dominano la scrittura, cioè dopo che abbiamo letto Bertirotti, sono ‘chiarimento’, ‘scoperta’, ‘mondo’, pertanto per chiarire, scoprire ed essere nel mondo non ci si può limitare a un pilatesco e forzato negativismo. In fatto di parole, noi abbiamo un dovere, che non può certamente consistere nel passare in rassegna tutto ciò che De Saussure, Wittgenstein, Jakobson et alia hanno prodotto. Il dovere consiste anzitutto nel far vedere di cos’è fatta questa parola: è un compito di manovalanza, duro e faticoso, per certi aspetti, ma va fatto. Se, per esempio, prendiamo in esame il verbo ‘capire’, possiamo subito scomporlo in almeno quattro parti: radice, tema, vocale tematica e desinenza. Anche se, durante una conversazione al supermercato, nessuno se ne cura e nessuno ci pensa, facciamo ampio uso di tutto questo. In pratica, quando incontriamo un amico che non vediamo da tempo, non gli mostriamo la carta d’identità, ma non smarriamo mai i dati anagrafici per cui siamo riconoscibili. Dunque: CAP- è la radice del verbo, I- è la vocale tematica, -RE è la desinenza e CAPI (radice+vocale tematica)- è il tema. Qual è la scoperta, per dirla con l’antropologo della mente? La nostra innata e meravigliosa competenza, in virtù della quale da questa proprietà finita siamo in grado naturalmente di trarre un numero elevato di combinazioni (…tendente all’infinito)! Un bambino è perfettamente capace di dire ‘ho capito’, anche senza avere studiato a scuola la regola di formazione dei verbi composti e del participio passato. Eppure, si serve d’un meccanismo complesso: una radice incontra una vocale tematica, generando un tema, che, a propria volta, incontra una desinenza. A quanti bambini sentiamo dire ‘ho capato’? Pochi e sappiamo che, se lo fanno di frequente, verosimilmente mostrano un disturbo dell’area del linguaggio. Ecco l’armonia della mente umana in senso stretto!

Un discorso simile può essere fatto a proposito dei morfemi. Un morfema è un’unità minima di significato della lingua. La –I di CANI, oltre a essere una vocale debole, è un morfema perché determina il significato plurale del lemma CANE. Si tratta di un morfema grammaticale, laddove CAN- è un morfema lessicale, che noi usiamo incondizionatamente, anzi non esageriamo dicendo che possiamo usarlo per tutta la vita, senza mai conoscerne la definizione o senza ricordare ciò che ci viene insegnato durante gli anni dell’apprendimento scolastico.

Possiamo ipotizzare, a questo punto, che definizioni e classificazioni siano epifenomeni? Possiamo ipotizzarlo, eccome! Ma dobbiamo stare attenti a non complicare le cose: l’epifenomeno è un che di accessorio o secondario. Al contrario, la parola è un fenomeno, cioè una manifestazione dell’essere e che abbiamo acquisito come primato bioevolutivo e cognitivo con la lateralizzazione emisferica del cervello. La parola, cui noi universalmente ricorriamo, è sempre il risultato di un lavoro trasformazionale e combinatorio che svolgiamo, senza rendercene conto. La parola stessa è un processo. Quando adottiamo il verbo INGRANDIRE, sfruttiamo un meccanismo che i linguisti definiscono parasintesi, qualcosa di complesso e non alla portata di tutti, eppure lo facciamo con disinvoltura. INGRANDIRE consta di tre elementi di combinazione, IN-, GRAND-, -IRE, ma nessuno dei tre, se isolato dal composto, ha un significato valido. In che modo la mente ha sviluppato questa complessa capacità di combinazione? Sappiamo per certo che si tratta d’una sintesi paradossale (…da cui parasintesi). Una qualche giustificazione si può trovare nel caso della conversione, mediante cui passiamo, per esempio, da un verbo, fare o volere, alla sua sostantivazione, il fare o il volere (…vale lo stesso per gli aggettivi), giacché, in questo caso, pur se in parte, la conoscenza della grammatica può essere decisiva. Ma lo stesso non può applicarsi al suppletivismo, che rappresenta un forte legame semantico tra forme linguistiche le cui radici sono diverse e distanti l’una dall’altra: non è difficile sapere che l’aggettivo ‘suino’ è legato al sostantivo ‘maiale’, allo stesso modo in cui nessuno di noi direbbe VADIAMO al posto di ANDIAMO solo perché la prima persona singolare è espressa da IO VADO. La natura irregolare del verbo – chissà perché – per noi non costituisce un problema.

Procedendo lungo questo iter di approfondimento della parola, potremmo esplorare innumerevoli e incalcolabili modalità d’uso delle parole. Non a caso, in precedenza, abbiamo sostenuto che la nostra mente può trasformare una proprietà finita in un processo infinito. Un piccolo e modesto contributo, non può che contenere solamente delle suggestioni.

Il concetto di parola, in definitiva, sfugge a ogni tentativo di definizione perché la parola è un modo di esistere, un fenomeno e null’altro.

NOTA

Gli esempi del presente lavoro sono tratti, per lo più, da: GRAFFI, G., SCALISE, S., 2002, Le lingue e il linguaggio, il Mulino, Bologna 

  

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