martedì 5 settembre 2017

ABBECEDARIO di COMUNICAZIONE 
per necessità e devianze social

PER ASPIRANTI O SEDICENTI COMUNICATORI

(Il post è lungo e inadeguato al web: mi tocca confessarlo fin da ora per evitare d'imbattermi nell'ira della 'comunità civile'. Mi conforta tuttavia il presupposto scientifico con cui esso è stato concepito. Offrire al lettore un contributo obiettivo ha comportato questo prezzo e ora mi espone al rischio del rigetto. Posso solo assicurare di aver tentato la via della completezza; di qui il termine 'abbecedario', che costituisce un invito autentico per tutti coloro che vogliano rivedere l'ampiezza e la complessità del fenomeno 'comunicazione'. Confido adesso nella tolleranza e nella pazienza di chi vorrà superare le prime righe.) 

Questo capitolo è dedicato, in particolare, ai comunicatori e agli aspiranti comunicatori, giacché ce ne sono troppi e sono anche pretenziosi. La comunicazione e la pragmatica che la riguarda, la sostiene e la anima sono guai, come ce ne sono pochi, costituiscono un sistema complesso e composito, che spesso, purtroppo, viene liquidato sul web con suggerimenti circa l’importanza della coerenza, del programma editoriale e tante altre ‘tossine’ sulla felicità emotiva. Grammatica e pragmatica della comunicazione sono imparentate, c’è poco da dire, ma non si lasciano inscatolare facilmente. Lo scopriremo presto.


Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un’area d’incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della psiche si manifesta nel linguaggio e, in particolare, in quello di relazione, dato che noi esistiamo unicamente nella relazione. La moglie chiede al marito: <<Ti è piaciuta la frittata?>>. Il marito risponde: <<Sì, amore mio. Buonissima!>>. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com’è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma,[1] termine con cui Watzlawick et al., indicano il deterioramento della comunicazione all’interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all’altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l’altro verso l’alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno descritto da Watzalawick et al.! La coppia si trova dal terapeuta. Lei: <<Io grido perché lui mi offende.>>. Lui: <<Io la offendo perché lei grida.>>.[2] Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l’appunto, il terapeuta portando l’interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana:

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.[3]
Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e – per fare delle deduzioni – ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell’interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: <<Andiamo in piscina?>>. Lucia risponde: <<Ho mal di testa.>>. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe “No” e non “Ho mal di testa”. Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che “Renzo è aitante, ma brutto”, chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l’essere aitante e l’essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un’implicatura convezionale, il ‘ma’, che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell’umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. Nel prezioso volumetto di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un’esemplare e ‘clinica’[4] rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell’intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: <<Come stai?>>. Lucia prontamente risponde: <<Bene!>>. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l’avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. Molti dei nostri discorsi s’impongono come spazi vuoti della comunicazione e, paradossalmente, acquisiscono forza proprio perché non possiedono alcun significato specifico; si possono riempire a proprio piacimento, saturare, ma non troppo, perché fungono da ammortizzatori linguistici, luoghi entro i quali tutti possono dire un po’ di tutto, garanzie di compartecipazione. In quello che è il più noto dei testi sulla comunicazione, ma che purtroppo viene affrontato con troppa superficialità, tanto che se ne riportano due o tre elementi di massima (“non si può non comunicare” su tutti!), Watzlawick et al. dichiarano quanto segue:

Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione. [5]
La plurinominata e polivalente rivoluzione del web 2.0 (ormai obsoleta sotto il profilo alfanumerico), pur essendo un primato della comunicazione e del marketing, in qualche modo, ancora tutto da scoprire, ha causato un vero e proprio processo di regressione psicolinguistica, un’accelerazione di ritorno al pensiero primitivo, in cui il meccanismo di compensazione s’è sovrapposto all’ingegno. S’è creata una area di rifugio in cui libertà, intelligenza e professionalità sono sinonimi di blogger, content manager, digital media strategist, web writer, web marketing manager, personal branding manager, copywriter, freelancer, digital life coach et similia. In precedenza, il fenomeno è stato trattato sotto il profilo grammaticale; adesso è il caso di farsi qualche domanda di altro genere. Perché è sufficiente lasciare scorrere la pagina dei propri contatti di Twitter (following e follower, senza discriminazione), dove i profili sono subito evidenti, per accertare che circa l’80% di questi è rappresentato da soggetti con le caratteristiche suesposte? C’è qualcosa che non va, per dirla in modo volgare, c’è una disfunzione linguistica e comportamentale. Nessuno fa più il fabbro? Nessuno fa il fruttivendolo? Chi accredita queste figure? Una stima statistica elementare sarebbe già sufficiente a far scattare l’allarme.

Questo sforzo psichico compensatorio si svolge spesso per potere superare le situazioni difficili della vita su nuove vie, ed appare abbastanza esperto per adempiere in modo meraviglioso allo scopo di mascherare anche un deficit di cui si ha la sensazione. Il modo più diffuso con cui si tenta di nascondere un senso di inferiorità nato nella prima infanzia consiste nella costruzione di una sovrastruttura psichica compensatoria, che tenta, nel modus vivendi nervoso, di riacquistare nella vita la superiorità e un punto d’appoggio con disposizioni e sicurezze bell’e pronte e in pieno esercizio. [6]
Watzalawick, per esempio e molto probabilmente, è uno degli autori più amati da queste personalità controverse, ma evidentemente non si rendono conto che Watzlawick è proprio colui che più di ogni altro si ritorce contro chi non lo studia attentamente.  Watzalwick, infatti, sostiene che noi siamo parte di circuiti di retroazione negativa, sistemi sociali in cui il comportamento dell’uno influenza quello dell’altro fino a generare un equilibrio. L’equilibrio, di fatto, non proviene dalle svolte positive, come in genere si pensa, bensì da quelle negative perché quelle negative contrastano il cambiamento all’interno del sistema, che teme l’alterazione della propria natura e, in ciò stesso, si consolida. I sistemi, in quanto capaci di sfruttare gli adattamenti precedenti per mantenere l’equilibrio futuro, operano secondo moduli di ripetitività, configurando catene e sequenze, tanto da caratterizzarsi per la ridondanza. Da ultimo, questo stato di cose – aggiunge Watzalawick – determina la limitazione del sistema stesso: ogni interazione diventa una restrizione delle possibilità degli scambi futuri.[7] In sostanza: il linguaggio che i soggetti psicodigital usano crea attorno a loro delle condizioni di accesso alla dimensione della fuga compensatoria e l’atto di partecipazione imitativo-ripetitiva configura immediatamente le sequenze negative, restringendo il campo delle alternative. Reinterpretando il fenomeno, secondo presupposti di pragmatica del linguaggio, si può affermare che la quantità di inglesismi utilizzati è da considerare come l’acquisizione di un’abilità combinatoria, per così dire; per la qual cosa, un digital media strategist può anche essere un digital life coach, senza differenze specialistiche: le aree semantiche di entrambe le espressioni sono simili e vaghe, quasi del tutto astratte perché non indicano competenze, come se ci si persuadesse che un prestito da un lingua straniera fosse sufficiente a qualificare la persona.

Si tratta della metafora di una possibile derealizzazione, della modesta, ma incipiente, alterazione dell’esame di realtà. In materia di realtà alterata, basta accostare i sintagmi adottati per descrive le astratte competenze alle immagini dei profili, dove saggezza, beatitudine e felicità sembrano essere le uniche condizioni d’un’esistenza sempre gravida di belle sensazioni… Il mondo reale non è fatto solo di colori riposanti!


Un tempo, sulle emittenti televisive provinciali, comparivano sedicenti maghi che si dichiaravano capaci di fornire al malcapitato di turno i numeri vincenti per la successiva estrazione della lotteria nazionale. Chi possedeva un briciolo d’intelligenza non esitava a chiedersi: - Se è in grado di prevedere quali numeri saranno estratti, per quale motivo non li usa per sé, anziché fornirli ad altri? Guadagnerebbe di più… -. Lo stesso scetticismo di metodo si potrebbe applicare a quanti tra strategist e manager del web si propongono alacremente di dare consigli agli altri e finiscono col farlo in modo ossessivo.

Di regola, non se ne deve trarre una condanna per la categoria; per contro, si deve altresì tenere in seria considerazione la nascita e l’esplosione di un fenomeno deviante, una specie di pandemia senza precedenti. Abbiamo tutti bisogno di un po’ di favole e di un po’ di miti, quasi fossero luoghi dell’eterna e confortante infanzia; in ogni favola e in ogni mito non facciamo altro che raccontare a noi stessi un nuovo possibile epilogo, in cui abbiamo conquistato la principessa e sconfitto il male; il che ci fa vivere della speranza di alternative benefiche, non è principio di degenerazione; non lo è nella misura cui non si finisca col raccontarlo pure agli altri, oltre che a noi stessi. 

Purtroppo, non è finita qui!

Ogni tentativo di comunicare qualcosa a qualcuno è un’opera di cui, forse, si conosce l’inizio, ma di cui raramente s’intravede la fine: ambiguità, cortesia, presupposizione, massime della cooperazione, funzioni del linguaggio, natura degli atti linguistici et cetera sono solamente alcune delle beghe che ci tocca affrontare, quando siamo pronti ad ammettere che un enunciato non è fatto solo di soggetti, predicati e complementi.

Negli spot pubblicitari, per esempio, si fa parecchio ricorso alla presupposizione, mediante la quale il comunicatore sceglie di dare per scontata la relazione tra il messaggio e la sua condizione di verità: “Muscoli scolpiti in dodici settimane” si legge e ‘si deve essere certi’ che, acquistando un determinato prodotto o scaricando una determinata app, si raggiungerà l’obiettivo. La relazione tra segni e parlanti è lanciata in video in modo acritico e – diciamolo pure! – non senza superbia, tuttavia siamo talmente abituati da lasciarci catturare.

Tra i fenomeni occulti o occultati o dimenticati del linguaggio della comunicazione, troviamo le massime della cooperazione, che entrano di forza nella summenzionata relazione tra segni linguistici e parlanti e si suddividono in quattro aree: quantità, qualità, relazione e modo. Agli effetti della comprensione, ogni nostro discorso deve contenere un certo numero d’informazioni, il rispetto dei fatti e la pertinenza al tema e la necessaria chiarezza d’esposizione. Bene! Molti potrebbero essere indotti a pensare che queste descrizioni siano noiose e poco utili. D’altronde, sembra che alla base dello scambio tra parlanti e scriventi stiano dei veri e propri automatismi, delle competenze innate. Può darsi che sia così, ma, provandoci a valutare la seguente frase, non è escluso che qualcuno cambi idea: Antonio e Luisa si sposano. Tra di loro? Ne siamo certi? Antonio e Luisa potrebbero sposarsi lo stesso giorno, ma… coi rispettivi partner.

Di qui, giungiamo a un’altra improrogabile distinzione, quella tra tema (o topic o argomento) e rema (o focus). Il tema di una frase è semplicemente ciò di cui si parla, mentre il rema è ciò che si dice sul tema, la cosiddetta informazione nuova. Anche in questo caso, ci appelliamo all’umiltà dei lettori-comunicatori: non si trattino questi elementi del linguaggio con leggerezza! Avendone padronanza, infatti, è possibile modificare il messaggio in vista degli effetti che vogliamo produrre, generando veri e propri meccanismi di messa in rilievo. Nella frase La tua macchina deve essere fatta riparare, la tua macchina costituisce il tema, deve essere fatta riparare il rema. Con un gioco di dislocazione e sostituzione, siamo in grado di dare più o meno risalto al costrutto: La tua macchina, ti dico che devi farla riparare.  Abbiamo costruito una dislocazione a sinistra con ripresa mediante il clitico –lo; dalla qual cosa consegue una topicalizzazione, vale a dire una messa in evidenza del tema.


A questo punto, ci tocca incomodare alcune illustri personalità del settore, confidando che siano benevole nei nostri confronti, giacché non si può pretendere di ‘fare comunicazione’, senza leggere Roman Jakobson, John Austin, John Searle, Paul Grice & Co. Credetemi, adesso, evitare di fare accademia è davvero difficile, soprattutto se non vogliamo privare gli autori della loro legittima paternità! Mi sforzerò di mantenere la retta via della semplicità e comincio col sostenere, grazie ad Austin, che già dire qualcosa significa produrre un atto locutorio. Aggiungo subito che ogni atto locutorio, in un qualsivoglia contesto, si qualifica come una sorta d’azione che lega inevitabilmente mittente e destinatario: promettere, ordinare, minacciare et similia ne sono degli esempi. Sotto questo punto di vista, l’atto linguistico diventa illocutorio. Da ultimo, sulla base degli effetti che il nostro atto illocutorio produce sull’interlocutore, diciamo che esso è perlocutorio. È evidente che, per Austin, parlare vuol dire agire. Un’altra classificazione cui bisogna prestare molta attenzione è quella fatta da Searle ne Speech Acts (1969). Egli fa notare che ogni illocuzione può essere definita in cinque diversi modi, a seconda della natura dell’atto linguistico. Un atto linguistico può essere: rappresentativo (affermare, annunciare: il parlante manifesta la propria competenza sul mondo descrivendolo), dichiarativo (nominare, sentenziare: il parlante interpreta il proprio ruolo nel mondo), direttivo (ordinare, pregare: il parlante invita qualcuno a fare qualcosa), commissivo (promettere, prenotare: il parlante stabilisce relazioni tra sé e il tempo a venire), espressivo (insultare, ringraziare: il parlante manifesta il proprio stato d’animo). A tal proposito, va documentata una curiosità: la conoscenza della natura degli atti linguistici, talora, può rivelarci ciò che il parante non vuol far trasparire. 

È arrivato il momento della conclusione delle conclusioni e non si può non fare spazio e Jakobson e alle sue funzioni del linguaggio almeno per non venire meno ai doveri della corretta informazione. Anche in questo caso, una buona analisi può mutarsi in rivelazione. Quando frasi o, più in generale, interi testi scritti sono centrati sul ruolo del mittente, attraverso pronomi personali, aggettivi possessivi et cetera, allora siamo in presenza della funzione emotiva: Io sono Antonio, mi occupo di (…), la mia vita è (…). Se invece si verificano le circostanze opposte e l’enunciato o gli enunciati puntano al destinatario, la funzione diventa conativa: Tu devi studiare; Vieni qui e non fiatare! Quale che sia il focus del discorso, il canale della comunicazione è sempre prezioso, cosicché, se il parlante lo tiene sotto controllo, matura la funzione fatica: Ci sei? Mi stai ascoltando? Allo stesso modo, è molto importante il contesto entro il quale si svolge l’azione. A tutelarne l’effettività s’interviene coi deittici, che ‘indicano’ spazio e tempo della realizzazione: Da domani, io vorrei lavorare con te oppure Qui, fa freddo. La funzione assegnata al caso appena descritto è quella referenziale. Le ultime due funzioni sono quella poetica e quella metalinguistica: la prima è reperibile sia in una bella dichiarazione d’amore sia in uno spot pubblicitario (Fate l’amore con il sapore!) e si avvale delle figure retoriche nel proprio sviluppo semantico; la seconda è più interessante di quanto si possa immaginare perché è spesso oggetto di fraintendimento. Si legge spesso che la funzione metalinguistica consisterebbe nell’applicazione di un codice, ma si tratta di un gravissimo errore. La funzionalità metalinguistica del discorso emerge tutte le volte in cui interrompiamo il flusso della comunicazione per verificare se il codice sia chiaro: è chiaro ciò che ti ho detto?

Al fine della chiarezza, quella autentica, non dovrei fermarmi qui; dovrei, diversamente, parlare di entrate lessicali, denotazione e connotazione, strutture profonde e strutture superficiali del linguaggio, ma rischierei di mettere a dura prova la pazienza del lettore. Voglio solo augurarmi che almeno un aspirante comunicatore, prima di aprire una pagina Facebook e dichiararsi digital media strategist, si ricordi di fare le letture necessarie. Non me ne vogliate, non ho la cosiddetta puzzetta sotto il naso e non mi candido ad alcun ruolo morale, ma non possiamo lamentarci della mancanza di lavoro, se trattiamo quel poco che c’è con tanta sufficienza.



[1] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti. 1971, Pragmatica della comunicazione umana Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, p. 76.
[2] Ibid., p. 49.
[3] Ibid., p. 51.
[4] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.
[5] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op.cit., p. 57.
[6] ADLER, A., 1920, Praxis und Theorie der Individual Psychologie, trad. it. di V. Ascari, 1949, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, p. 37. 
[7] Cfr. WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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BECCARIA, G. L., 2007, Tra le pieghe delle parole Lingua storia cultura, Giulio Einaudi Editore, Torino

BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

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DE SAUSSURE, F., 1922, Cours de linguistique générale, trad. it. di T. De Mauro, 1962, Corso di linguistica generale, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

DE MAURO, T., 1994, Capire le parole, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

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JAKOBSON, R., 1963, Essais de linguistiche generale, trad. it. di. L. Heilmann e L. Grassi, 1966, Saggi di linguistica generale, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano

PINKER, S., 1994, The Language Istinct, trad. it. di G. Origgi, 1997, L’istinto del linguaggio, Arnoldo Mondadori editore, Milano.

SEARLE, J. R., 1969, Speech Acts: An Essay in the Philosophy of language, trad. it. di G. R. Cardona, 1976, Atti linguistici Saggio di filosofia del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino

WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., DON D. JACKSON, 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti. 1971, Pragmatica della comunicazione umana Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

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