venerdì 28 luglio 2017

WEB MARKETING, LAVORO, DISOCCUPAZIONE
UN SUICIDIO ECONOMICO COLLETTIVO

L’utopia del protagonismo digitale, della presenza ubiquitaria e della comunicazione integrale ha smaterializzato i ruoli economici o, per lo meno, ne ha distrutto molti, illudendo parecchi giovani disoccupati e inadeguatamente qualificati che la speranza dell’esserci e del fare fosse già sufficiente ad assicurare un progetto di vita. Di conseguenza, sapere usare uno smartphone e un pc agganciati continuamente alla rete è parso ai più una competenza curriculare incontestabile e vincente. Il web marketing, tuttavia, è come un serial killer che sa confondersi molto bene tra la gente, conosce le buone maniere, è affabile, gioviale e lascia intendere che a tutti è concessa una possibilità, sebbene nessuno sembri volersi rendere conto che ciò che è possibile non sempre è reale. È così che quest’oscuro e sconosciuto personaggio miete vittime: regala la caramellina per farsi seguire e, a un certo punto, sequestra le proprie vittime e le tormenta fino alla morte. Il nostro presente storico è caratterizzato da una costante crescita della produzione, in specie nel settore del progresso tecnologico; i consumi, di fatto, non mancano, cosicché ci si aspetterebbe un equilibrato incremento dell’occupazione, una riduzione del costo del lavoro e un proporzionale miglioramento del sistema previdenziale. Al contrario, sappiamo bene che occupazione e previdenza, oggi, non migliorano affatto.

Nel secondo dopoguerra, com’è noto, in quasi tutto il pianeta, l’economia reale, ancora sostenuta dall’industria militare, progredì verso venticinque anni di espansione e miracoli imprenditoriali, ma in quel tempo i lavoratori avevano degli ‘oggetti’ tra le mani, si riconoscevano anche e soprattutto nei risultati dell’applicazione di una certa tecnica, per quanto questa talora potesse diventare ripetitiva e alienante.  Figli del fordismo e del taylorismo, lottavano per dei diritti, tra cui l’adeguamento dei salari e la riduzione dell’orario di lavoro, appartenevano a dei gruppi sociali, si formavano in politica, che costituiva un bisogno, e per l’esercizio della propria arte. Oggetto, arte, tecnica, produzione e appartenenza ai gruppi sociali furono dunque le forme di un ‘noi lavorativo’ visibile e tangibile. La prima vera crisi dopo la Grande Depressione, cioè quella petrolifera dei primi anni Settanta, non a caso, non li ha privati d’identità ed entusiasmo, non ha impedito loro di portare a compimento il progetto comune: avere una famiglia, possedere una casa e un’automobile. È chiaro che, in questo caso, i soggetti in questione sono gli operai e gl’impiegati della classe medio-bassa, ovverosia una classe su cui s’è fondato lo sviluppo del nostro paese; non facciamo riferimento ai capitalisti e ai grandi operatori economici perché per loro la storia dell’economia e del lavoro si svolge in modo diverso e parallelo.

Oggi, il giovane disoccupato s’inganna per sottrarsi alla mortificazione della propria inadempienza e finisce col proclamarsi manager di qualcosa ed esperto di marketing: vive coi genitori, non paga le bollette e non fa la spesa perché non può permetterselo, si acccultura su wikipedia, deculturandosi irreversibilmente, comincia a dare consigli ad altri su come posizionarsi sui motori di ricerca, apre pagine e siti sul web e, soprattutto, spende quel po’ di denaro che possiede per apparire in prima fila; in poche parole, resta un disoccupato,  pur non essendo riconosciuto come tale, mettendo in scena tragicomicamente una sorta di mito della roba. Sforzandosi d’essere consigliere e consulente d’un certo ‘altro’, dimentica di promuovere e consigliare sé stesso o, forse, non ha più il tempo per farlo. Un fenomeno che passa quasi inosservato, in questa ‘sporca faccenda’, è il paradosso inimmaginabile generato dall’economia digitale: il PIL, molto probabilmente, cresce e così pure i consumi, soprattutto nell’area di pertinenza, ma, come s’è preannunciato, le condizioni di vita restano misere; si crea una specie di povertà indiretta, quasi mai dichiarata o denunciata per vergogna e fondata sulla speranza d’esserci. Mentre, un tempo, la categoria dei lavoratori era quella del ‘noi’, adesso ‘l’altro’ è l’unica categoria ammissibile, anche se questo altro non contiene alcunché di ontologico o teosofico, essendo solo una proiezione onirica: il committente che non c’è è altro, com’è altro un mondo professionale altrettanto inesistente. È chiaro altresì che queste riflessioni non sono un attacco a quei professionisti che interpretano in modo magistrale il proprio ruolo e sono scientificamente riconosciuti né costituiscono discredito per coloro che aspirano a qualificarsi correttamente in fatto di web marketing; qui, diversamente, si denuncia il rischio di un suicidio economico collettivo.

È allarmante, quantunque puntuale, il titolo di un paragrafo del dodicesimo volume della raccolta ‘Le sfide dell’economia’: DISTRUZIONE DELL’OCCUPAZIONE E FINE DELLA COESIONE SOCIALE, in cui si fa riferimento alla sproporzione tra produzione e servizi. L’area costituita dai servizi, in pratica, è molto più estesa di quella della produzione, così da generare disparità e deindustrializzazione. A beneficio del lettore, citiamo un frammento assai significativo del brano di riferimento: <<I nuovi modelli non solo hanno minato la partecipazione e la coesione sul posto di lavoro, ma anche la partecipazione alla società stessa. I nuovi luoghi di lavoro, molti dei quali virtuali, non hanno spazio per concetti come cultura del lavoro, solidarietà e responsabilità sociale (…)>>.    
   
Tra le altre cose, se la produzione e i consumi di settore si mantengono su buoni livelli, nonostante la disoccupazione, vuol dire che, in questo modo, non si fa altro che stare al gioco delle multinazionali. Il gioco mefistofelico è semplice: attraverso il ‘finto oggetto’ – dev’essere chiaro che smartphone e pc sono finti oggetti – il possessore si persuade di poter partecipare a un ‘noi’, che ora non è più reale, ma solo possibile, e, soprattutto, di potere avere un ruolo attivo e importante nell’esercizio d’un’arte e nell’applicazione d’una tecnica, cosicché s’origina una coazione a ripetere quale tentativo di realizzazione e materializzazione della speranza e il meccanismo non avrà mai fine perché verrà sapientemente e opportunamente aggiornato in una sorta di rimando ciclico all’opera o al raggiungimento di qualcosa di fisico.


L’oggetto ha la meglio sul possessore; l’altro annulla l’io e il noi.

1 commento:

  1. Quanta forza.
    Bel testo, da rileggere con lucidità almeno tre o quattro volte e da ruminare per qualche mese.
    Un saluto e a presto Francesco

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