venerdì 20 gennaio 2017

IL VENTURE CAPITAL, LA JOINT VENTURE, IL TRUST

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

È tristemente noto che, in Italia, un’idea brillante, quantunque sostenuta da buona volontà, competenza, audacia e spirito d’iniziativa, non basta ad avviare un progetto d’impresa perché le banche non finanziano facilmente le start-up. Talora, mettersi in cerca di capitali, specie se il settore d’applicazione o il presunto core business sono innovativi, vuol dire trasformarsi in questuanti ed esporsi a un elevato rischio di stress. Allo stesso modo, trovare finanziatori ‘smart’ comporta impedimenti e fatiche di pari livello. Nel mondo angloamericano, accade qualcosa di diverso e si ha testimonianza di investimenti straordinari, anche molto rischiosi, che hanno rivoluzionato i mercati e il modo di concepire la finanza mondiale. La Google Inc. è nata in questo modo: due studenti di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, dopo avere sviluppato l’idea del motore di ricerca, usufruirono dell’investimento di qualcuno che credette nell’idea; non si rivolsero alle banche. La stessa vicenda di Facebook non differisce molto, se si tiene conto di un investimento di cinquecentomila dollari arrivato poco l’iniziale diffusione sulla rete.


La tipologia d’investimento cui abbiamo fatto riferimento finora è quella del venture capital, cioè un fondo che una persona fisica o una persona giuridica mettono a disposizione dell’idea entro un tempo predeterminato. In parole povere, viene costituita una società vera e propria il cui unico scopo è quello del finanziamento d’impresa e la cui durata mediamente è fissata in circa cinque o sei anni. Anche in questo caso, ovviamente, esistono delle regole circa la strutturazione e la gestione del fondo: in particolare, sottolineiamo che il venture capitalist, può esercitare il proprio diritto di riscossione degli utili solo in seguito alla conclusione dell’intero periodo d’investimento prestabilito; non si tratta di un prestito, ma di pura partecipazione al business, che, naturalmente, può anche risolversi in un fallimento. Sebbene l’origine di questo modello di business sia prettamente statunitense, anche l’Europa, in ultimo, s’è data da fare in tale direzione. L’Italia resta sempre molto lenta nel recepire il concetto di rischio d’impresa.

La joint venture nasce, invece, da un progetto di collaborazione di due o più imprese già attive sul mercato, le quali stabiliscono di unirsi, a breve, medio o lungo termine, per costituire un nuovo soggetto giuridico. Bisogna stare attenti, a questo punto, a non scambiare la joint venture con la fusione societaria perché, qui, il termine ‘collaborazione’ non è adottato quale metafora dell’intreccio aziendale, ma costituisce la nuova operatività. In pratica, si tratta di un accordo aziendale specificamente finalizzato. Due grandi case automobilistiche, per esempio, possono decidere di realizzare insieme un’autovettura che riporti la scocca di un’azienda e il motore d’un’altra. Allo stesso modo, due imprese edili possono dare vita a una joint venture per la realizzazione di un grande impianto sportivo e così via. Il fondamento di questa formula è dato dalla condivisione di oneri e onori. Esiste, naturalmente, un capitale di rischio, versato nel momento della costituzione ed esisteranno degli utili in caso di buona riuscita dell’iniziativa.


La discussione circa queste due formule imprenditoriali non deve essere giudicata come la deviazione verso il diritto societario, che non può essere annoverato tra i fini e gli oggetti di questo lavoro. Non a caso, non abbiamo trattato la disciplina delle società di capitali o delle società di persone. Tuttavia, fare menzione di alcuni processi imprenditoriali che non appartengono alla visione comune del finanziamento d’impresa significa, a nostro avviso, dare al lettore un’opportunità in più, senza che ciò si traduca in una pretesa scientifica avanzata dall’autore. Non c’è dubbio che tutti hanno sentito parlare di s.r.l., ma pochi hanno sentito parlare di joint venture o di ventur capital. 


A tal proposito, concludiamo con la descrizione di una figura tutta anglosassone del trust, che – si badi bene! – non ha niente a che vedere con l’antitrust, essendo quest’ultimo l’insieme di regole concepite a tutela della concorrenza equa e libera. Il trust è un vero e proprio istituto giuridico mediante il quale i beni mobili o immobili vengono trasferiti a un amministratore o trustee, il quale ha il compito della gestione patrimoniale. È di certo singolare il modo in cui questi beni vengono trasferiti. La proprietà, infatti, non è oggetto del trasferimento: ciò che cambia è unicamente l’intestazione; la qual cosa sembra rivelare un meccanismo artificioso e diabolico, ammesso dallo stesso legislatore, per aggirare il fisco perché, se è vero che la proprietà resta inviolata, è altrettanto vero che il trustee, pur dovendo agire nell’interesse del proprio cliente, ha carta bianca su tutto, può disporre a proprio piacimento dei beni ‘consegnatigli’ in gestione. Nei regimi di common law, dove questo istituto è più diffuso che dalle nostre parti, di fatto, non esiste un vero e proprio inquadramento legislativo o, in altri termini, non esiste un quadro legislativo completo. Non bisogna dimenticare, infatti, che il presupposto è quello del legame fiduciario. 

Nessun commento:

Posta un commento