venerdì 11 novembre 2016

L’ECONOMIA TERRORISTICA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven)

Si calcola che, in un solo anno, mediante il sistema di trasferimento del denaro noto come hawala, si riesca a portare fuori dall’Italia e sottrarre al fisco circa 6 miliardi di euro. La fonte è autorevole: le Relazioni al Parlamento redatte dal DIS. Il dato è sconvolgente.


Potrebbe essere questo l’inizio di un documento i cui confini restano sostanzialmente irraggiungibili e indefinibili, in specie nell’ultimo quindicennio: cioè, dal settembre del 2001 a oggi. È fondamentale chiarire un aspetto del nostro approccio: il terrorismo è un asset a tutti gli effetti, si articola in forme speculative e si rigenera con modalità industriali, di qua – e non di là – dalle rivendicazioni politico-religiose e dall’esasperazione dei lone terrorists o self starters. La logica dei profitti precede ogni altra interpretazione. Di certo, non si può estendere all’intero fenomeno dell’evasione, di cui s’è detto in apertura, la finalità terroristica, tuttavia per noi anche lo stesso funzionamento del sistema hawala risulta sospetto. Si tratta di una rete di mediatori presente nell’Africa settentrionale, nel Corno d’Africa, in Medio Oriente, in Italia et cetera, i quali possono garantire il passaggio di una certa somma di denaro da uno stato all’altro in cambio di una commissione e sulla base dell’onore. Accertamenti sull’identità dei soggetti e antiriciclaggio sono questioni irrilevanti. Non è difficile pensare che i cosiddetti homegrown mujaidin e le cellule terroristiche siano finanziati in questo modo. Per converso, bisognerebbe chiedersi perché sia stata e sia concessa tanta tolleranza.

Da quasi dieci anni, sarebbe stata attestata in Italia, con addensamenti nevralgici in Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, la forte presenza del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, oltre che del gruppo al Qaida nel Maghreb Islamico, del movimento sciita Hizballah e del non meglio identificato movimento del Jihadismo pachistano. Il centro di principale reclutamento sarebbe stato identificato in Lombardia, regione maggiormente colpita dal fenomeno e dove si sarebbero uniti marocchini, tunisini e libici. L’uso del condizionale – si badi! – è dovuto non già alla precarietà delle fonti, che, invece, essendo costituite da documenti istituzionali, sono più che affidabili, bensì al senso di imbarazzo che si prova nel leggerle. Infatti, la questione non finisce qui. Dal 2005 al 2008, nel nostro paese, perquisizioni e arresti avrebbero decimato la comunità marocchina. Sulle prime, si correrebbe il rischio di farsi assalire dai dubbi circa il Marocco, paese noto da tempo per la stabilità politica e dove molti imprenditori italiani hanno investito parecchio. Non esistono accordi bilaterali particolari tra Italia e Marocco, ma l’interazione è sempre stata intensa e liberale. Tra le altre cose, il sovrano marocchino Mohammed VI ha sempre gestito in modo esemplare la lotta al terrorismo e all’eventuale insorgenza di simili rischi, giungendo a dichiarare fuorilegge il movimento Jaamat al Adl wa al Ishan (Giustizia e Carità) a causa di una sua drastica e pericolosa evoluzione. Fatto poco noto, invece, è l’attentato di Marrakech del 28 aprile 2011.

Dovendo procedere all’interno di un territorio vastissimo e accidentato, ci limitiamo a dare dei punti di vista differenti, talora in apparente e netto contrasto gli uni con gli altri non allo scopo di creare dissenso, ma per far intendere che non esiste una sola lettura del fenomeno in questione.


In Congo, già da tempo, imperversa una terribile faida per l’accaparramento delle miniere di coltan, minerale acquistato dalle multinazionali dell’elettronica per la realizzazione di dispositivi come i telefonini cellulari e i pc. Il denaro incassato dai guerriglieri serve poi a finanziare le guerre civili e la barbarie. Non c’è da stupirsi o fingersi sgomentati. Nessuno di noi può immaginare un’esistenza senza dispositivi elettronici, pertanto i cadaveri del Congo non potranno mai essere riscattati dagli animalisti. La retorica del perbenismo è come un grosso centro commerciale dentro il quale ognuno può acquistare la sensazione o la dichiarazione che preferisce sapendo di potere uscire da lì indisturbato e con un minimo di approvazione. Se, sulle prime, il male sembrava provenire da una sola fonte, adesso le cose cambiano radicalmente. Il profitto chiude la bocca a tutti! La sopravvivenza di una comunità ha un prezzo e qualcuno deve pur pagarlo. Nessuno se ne scandalizza e mai se ne scandalizzerà, tranne che con le parole e i manifestini. La verità, sì, tutti pretendono la verità, ad ogni costo. Invece, da ultimo, morte e distruzione di un sistema, che avrebbe bisogno di chissà quanti anni per riprendersi. Il circolo della morte, paradossalmente, è il circolo dell’economia, sebbene si debba essere disposti ad ammettere che si tratta di un circolo virtuoso o, per lo meno, utile.

Restando in Africa, proviamo a riflettere sui fatti del 2011! Ciò che ci impressiona è il fenomeno della contemporaneità, di perfetta sincronia tra alcuni ‘singolari’ accadimenti. Il 20 ottobre 2011, viene ucciso Muammar Gheddafi, un uomo che per più di 40 anni aveva guidato la Libia, senza mai ricevere alcuna forma di consenso o di investitura ufficiale. In poco tempo, com’è noto, il fronte rivoluzionario, dopo avere conquistato la Cirenaica e la Tripolitania, mette sotto assedio anche Sirte, finendo col trucidare il dittatore. Su di lui, tutti noi avevamo parecchie notizie, soprattutto per le relazioni economiche che aveva instaurato nel nostro paese: era azionista di Unicredit, Finmeccanica, Juventus et cetera. Tutto ciò gli era stato concesso e nessun ente ‘umanitario’ s’era mai preoccupato delle sue possibili implicazioni in crimini contro l’umanità. Di colpo, tuttavia, la comunità internazionale decide di sostenere gl’insorgenti e ribaltare il regime. La situazione sembra simile a quella irachena che ha contraddistinto la caduta di Saddam Hussein. Il sospetto, tuttavia, si fa cocente nel momento in cui scopriamo che il gasdotto Mellitah-Gela, che era stato disattivato a causa dei fermenti bellici e dei dissapori tra Gheddafi e l’occidente, viene riattivato il 15 ottobre 2011, esattamente cinque giorni prima della morte di Gheddafi. Le coincidenze sono sempre prodotte dal nostro ingenuo sguardo, umano troppo umano. Altra considerazione va fatta circa la conduzione della rivoluzione libica, avviata con l’operazione Odissey Dawn ad opera dell’ONU e portata a termine con l’operazione Unified Protector, ad opera della NATO. La differenza tra ONU e NATO è sostanziale e importante. Infatti, mentre gli interventi delle Nazioni Unite dovrebbero essere caratterizzati dalla cooperazione globale e umanitaria per storia e identità, la NATO proprio per storia e identità è più militare e offensiva, tranne che la guerra fredda fosse una passeggiata lungo la cortina di ferro. In quanto alle terre del gas naturale, che pare un bel movente, sappiamo che Gela è una città siciliana: nulla da eccepire. A ovest della Libia si trova la Tunisia, che è la punta africana più avanzata del Maghreb verso l’Europa, fatta eccezione per il Marocco, paese maghrebino a stretto contatto con la Spagna. Ebbene? Nel 2011, esce di scena anche Zin El-Abidine Ben Ali, presidente tunisino per più di vent’anni. L’insurrezione popolare lo costringe a fuggire in esilio a Jedda, in Arabia Saudita, che comunque appare una strana destinazione. Di certo, Ben Ali non era una guida illuminata e benevola, ma è altrettanto evidente che quest’uomo per due decenni, col consenso della comunità internazionale, ha accolto investimenti occidentali d’ogni genere e specie riuscendo a riscattare la Tunisia da una condizione di pericolosissimo impoverimento e sottraendola alla spinte del fondamentalismo islamico. Tra le altre cose, il partito Ennahda, che gli era sempre stato fedele, improvvisamente, nel 2011, cambia opinione e lo tradisce. Cosa dire allora delle sommosse popolari che hanno portato alla caduta del presidente egiziano Mubarak?


Il copione è uguale dappertutto. È ovvio che, quando si abbatte in modo traumatico un regime, i ribelli tentino in tutti i modi di accaparrarsi risorse di ogni tipo, dalle armi al denaro contante, dai diamanti ai documenti riservati, così da scatenare il caos negli ambienti istituzionali, che potrebbero avere parecchie cose da nascondere. Purtroppo, il denominatore comune del conflitto tra occidente e terrorismo islamico è costituito attualmente dal gas naturale e dal greggio.

Com’è noto, il tempo trascorso, non ha modificato affatto certi equilibri in Libia, sprofondando nuovamente lo stato nel caos, ma, alla luce dei nuovi piani d’intervento dell’alleanza atlantica a favore di Fayez al-Sarraj, una cosa è parsa subito certa: la questione libica e, più in generale, nordafricana, in termini di gas, petrolio e sicurezza, vale all’incirca 130 miliardi di dollari, pertanto ci riesce difficile giudicarla con formula ‘umanitaria’. Cosa accade a quei paesi che partecipano indirettamente alle azioni militari o si rivelano neutrali? È naturale che gli USA abbiano sempre spinto per un intervento militare in Libia, costituito da 30-40 target e finalizzato all’apertura di un varco per le milizie libiche antijihadiste. Il terrorismo diventa sempre causa comune. Nel frenetico, inafferrabile e incontrastato gioco degli ‘informatori’, un altro blasonato quotidiano italiano, citando come fonte i servizi segreti italiani, ha dichiarato che l’allarme terrorismo per l’Italia, specie in occasione del Giubileo, era molto alto. Adesso, il quadro è completo, come se ce ne fosse ancora bisogno. L’Italia ha il diritto, a quanto pare, di rivendicare la propria parte geo-finanziaria… Soprattutto perché paga 100 miliardi l’anno di debito e non si tira mai indietro.

Finora, in questo capitolo d’analisi, abbiamo evitato ogni sorta di digressione storico-politica e ciò è stato fatto al solo scopo di trattare i fatti senza condizionamenti, tuttavia dobbiamo concederci un piccolo passo indietro, altrimenti si finirebbe col non capire, per esempio, la posizione italiana rispetto a Inghilterra e Stati Uniti. La cronaca ci riporta alla trama di un conflitto d’intelligence ben nascosto e che si svolse principalmente sul suolo del nord-est italiano, tra l’americana Standard Oil e la britannica APOC (Anglo-Persian Oil Company). L’italiana AGIP, nata nel 1926, poté muovere i primi passi grazie alla British Oil Development Company, la quale, pur essendo stata fondata nel 1928, già nel 1932, ottenne la prima concessione sul territorio iracheno per 75 anni e coinvolse l’azienda di stato italiana. Poco dopo, infatti, venne fuori anche la Mosul Oil Fields. Se alcuni eventi storici non sono noti ai più, altri, invece, sono fin troppo noti: il dominio dell’Inghilterra sui territori palestinesi e sulle decisioni della Società delle Nazioni fanno parte ormai pure dei manuali di scuola.


Nel tempo, specie all’inizio del secolo scorso, l’impero ottomano ha sempre costituito un ostacolo alle mire espansionistiche inglesi; la stessa Italia fu costretta a prendere parte attiva alla guerra contro i turchi, senza tuttavia averne qualcosa in cambio. A distanza di un secolo, Erdogan e la sua Turchia diventano bersaglio di accuse pesanti da parte della NATO, dell’UE e pure della Russia. In pratica, la Turchia si sarebbe rifiutata di concedere il transito dalle proprie acque territoriali alle navi militari delle NATO dirette nel Mar Egeo a monitorare – si dice – il flusso degli immigrati. La rotta anatolico-balcanica è sempre stata una spina nel fianco per comunità internazionale in materia d’immigrazione e non solo. Nello stesso tempo, non possiamo non tenere in seria considerazione che la Turchia rappresenta uno snodo importantissimo per la gestione del petrolio mediorientale sia per i suoi confini territoriali, che la vedono a stretto contatto con Siria, Iran e Iraq, sia perché al porto turco di Ceyhan arriva direttamente il petrolio di Kirkuk tramite un oleodotto. Può darsi allora che la Turchia abbia solo anticipato le mosse atlantiche e sia stata ‘antiumanitaria’ per convenzione, dato che la gestione delle risorse petrolifere irachene è stata affidata alle compagnie angloamericane? Il kurdistan iracheno s’è ribellato, ma senza risultati. La Turchia, purtroppo, si trova in un contesto geopolitico molto complesso perché, anche nella tanto discussa Siria, l’oro nero e il gas sono affari da primo piano: i giacimenti petroliferi e gasiferi di al-Hasaka non sono mai state le risorse di un gigante, ma hanno generato un export di svariati miliardi. Così, tra le pieghe dei giornali, veniamo a sapere che la Turchia, secondo fonti russe, avrebbe bombardato la città siriana di Dikmetash. La Turchia smentisce e il caso resta sospeso, non se ne fa una tragedia; NATO e UE sembrano piegarsi, in apparenza…

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