lunedì 14 novembre 2016

L’ECONOMIA PIANIFICATA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

In genere, tutte le volte in cui si parla di economia pianificata, il pensiero degli storici dell’economia corre subito alla rivoluzione d’ottobre del 1917, che portò i bolscevichi al potere nell’allora nascente Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Dal nostro punto di vista, quest’associazione tra il modello economico in questione e l’epica bolscevica potrebbe rivelarsi fuorviante non perché non esista un filo diretto tra fatti e politica, ma perché, nella Russia zarista, si contavano circa quaranta milioni di servi, che vivevano naturalmente in condizioni di miseria e disagio. Il passaggio traumatico da un sistema all’altro e la politica economica degli anni a venire impongono due diverse misure per la valutazione.


Un’altra fondamentale distinzione da fare è quella che separa nettamente l’economia pianificata dal comunismo economico di guerra. Molto spesso, infatti, si narrano aneddoti sui paesi dell’est in cui la povera gente era costretta a fare lunghe ed estenuanti file per ottenere le ‘quote-cibo’ dei programmi di razionamento. Se è vero che, nei paesi in cui fu adottato o imposto il programma ‘socialista’, la quantità di beni da produrre era decisa dal governo, è altrettanto vero che le guerre, specie quelle lunghe e globali, costringono, prima o poi, qualsiasi governo a effettuare drastici tagli anche nel settore dei bisogni primari.

Anzitutto, è corretto descrivere uno dei capisaldi dell’economia pianificata, ovverosia il piano quinquennale, modulo economico che ebbe lunga vita, giungendo fino all’ultimo decennio del XX secolo. Gorbacev e la caduta del muro di Berlino ne sancirono la fine, tuttavia bisogna precisare qualcosa, prima di procedere oltre: all’epoca della dottrina Breznev e fino al periodo della guida Gorbacev, il blocco sovietico si reggeva – non lo si può negare – su una politica economica aggressiva. L’URSS finanziava costantemente Ungheria, Polonia, Germania dell’Est, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, tenendo questi paesi sempre sotto scacco. La gente subiva la totale restrizione delle libertà fondamentali, ma, in qualche modo, si adattava, perché, in assenza dei prestiti sovietici, il rischio di collasso e guerra civile si sarebbe materializzato spaventosamente. La cortina di ferro si sgretolò senza particolari forzature perché Gorbacev, in seguito al crollo dei prezzi del petrolio, decise che l’URSS non avrebbe più dovuto spendere denaro per i satelliti sovietici, non già per una fulminante apertura democratica, che forse subentrò solo a giochi fatti. È del tutto naturale che chi mette i soldi faccia la voce grossa. Tornando alla prima necessaria definizione, va detto che il piano quinquennale è il più rappresentativo tra gli atti dell’economia pianificata, secondo cui lo Stato assume il controllo totale della produzione dei beni, sia scegliendo quali beni devono essere prodotti sia indicandone la quantità. Due aspetti appaiono subito evidenti: le radicali restrizioni dei beni di consumo e il target fortemente antiamericano e, più in generale, antioccidentale della scelta. Nell’URSS, ebbe notevole e quasi del tutto esclusivo sviluppo l’industria pesante, che, a dire il vero, riuscì a essere abbastanza competitiva anche nell’ambito dei mercati internazionali.


Se guardiamo più da vicino questa realtà economica, ci rendiamo conto che in essa viene totalmente invertito il meccanismo di sviluppo del mercato cui siamo abituati e che è basato sull’incontro tra domanda e offerta. Tutti noi, in linea di massima, sappiamo bene che la domanda, in quantità e specificità, condiziona le scelte strategiche di un’azienda, i cui manager possono comunque decidere di produrre una quantità di prodotti superiori a quelli richiesti. D’altro canto, ciascuno di noi è libero di acquistare anche tre o quattro smartphone, pur non avendone bisogno. Con estrema semplicità, abbiamo già detto molto sulla economia pianificata esportata dall’Unione Sovietica dal 1928, anno d’esordio del primo piano quinquennale, perché gli enti pubblici stabilivano gli obiettivi di produzione e non avrebbero mai ammesso un surplus simile a quello degli smartphone. Il profitto, nell’attività imprenditoriale, non è ammesso come risultato d’impresa, la quale può solo limitarsi a operare per il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Non è difficile immaginare, a questo punto, che un’azienda costretta a produrre un certo numero di prodotti imponga al consumatore finale scarsa qualità e scarse opportunità di scelta. Tra le altre cose, l’ente pubblico regolatore provvede pure a stabilire un prezzo medio per ogni bene da mettere in vendita. L’eventuale ‘profitto’ per le aziende si materializzerebbe, unicamente qualora riuscisse a vendere il prodotto a un prezzo inferiore a quello medio fissato dallo stato.

All’epoca del primo piano quinquennale, per esempio, una sedia o uno specchio erano considerati beni di consumo e, di conseguenza, soggetti a rigide restrizioni. Il contadino, invece, doveva cedere allo Stato la parte di raccolto in eccedenza, cioè quella che superava le sue normali esigenze di sopravvivenza.


Il fulcro di un sistema simile è sempre lo stato: ogni attività economica è centralizzata; la qual cosa, di là dai giudizi personali e dal mero criticismo di scuola politica, è pericolosamente autodistruttiva. In primo luogo, esso si pone fin dall’inizio come una contraddizione ideologica perché, nel tentativo di offrire uguaglianza economica, com’era nei propositi di Lenin, finisce col trascurare il ruolo dell’utente-consumatore, che è del tutto privato di volontà economica. Le restrizioni produttive e gli obbiettivi della pianificazione rallentano l’evoluzione tecnologia e annientano il potere d’acquisto dei salari. In secondo luogo, scompaiono tutti i criteri di valutazione del rendimento perché il circolo economico è chiuso, impenetrabile e, paradossalmente, il divario tra i piani alti e quelli bassi della società è maggiore nei paesi con economia pianificata che in quelli con economia di mercato. Non è una caso, pertanto, che, negli anni ottanta, secondo le stime dell’ONU, il reddito pro capite nei paesi del blocco sovietico era pari a poco più di tremila e cinquecento dollari, mentre quello dei paesi occidentali equivaleva a circa tredicimila e cinquecento dollari.


In conclusione, non si deve rischiare neppure di cadere nel più trito dei luoghi comuni, quello secondo cui, oggi, la Russia, la Cina e tutti quei paesi che hanno fatto parte del modello economico socialista siano arretrati o incapaci di reggere il passo. Di fatto, al contrario di quanto si pensa o si scrive per promuovere la cattiva informazione, tutti questi paesi, in virtù del basso costo della vita, dei livelli minimi di tassazione e della snella burocrazia, hanno attirato tantissimi capitali, sopravanzando nettamente i successi di molti paesi europei.  

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