mercoledì 9 novembre 2016

L’ECONOMIA MAFIOSA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Secondo le indagini che la Commissione Parlamentare Antimafia ha svolto sul finire del XX secolo, il volume d’affari del mercato mondiale annuo della droga è pari a circa 500 miliardi di dollari e il profitto nazionale proveniente dalle estorsioni supera addirittura la quota del 10% del PIL. Pensiamo, allora, che questa premessa sia sufficiente a giustificare la scelta dei redattori della Garzantina di Economia, i quali hanno dedicato all’Economia Mafiosa una voce di riferimento. Di primo acchito, si potrebbe essere indotti a credere che le azioni delle associazioni criminali producano effetti maggiori nella microeconomia che nella macroeconomia; invece, bisogna cambiare metodo d’analisi perché le ripercussioni sulla vita del singolo commerciante sono solamente delle conseguenze sistemiche, almeno nella storia recente. 


Lo spaccio di droga lungo le vie dei quartieri degradati o l’estorsione ai danni del negoziante appartengono a un vero e proprio know how e a una programmazione economica particolareggiata e, soprattutto, talmente efficiente da trasformare l’economia di un paese. Le associazioni mafiose esportano i capitali e riciclano il denaro sporco e ricorrono molto di frequente a broker e a esperti uomini di finanza, i quali sanno investire opportunamente il denaro in beni mobili e immobili. Pertanto, non considerare questo argomento come un tema dell’economia e della finanza da approfondire sarebbe un grave errore.

La mafia nacque in un contesto di totale assenza degli apparati statali, cioè nel momento in cui i grandi proprietari terrieri assoldavano i campieri per difendere i propri fondi dai banditi. I contadini, a propria volta, incapaci di proteggersi, si rivolgevano al cosiddetto feudatario, che garantiva loro sicurezza in cambio di prestazioni e prodotti, cosicché, nella società feudale si strutturò un sistema chiuso, inevitabile e incrollabile. Chiusura, inevitabilità e incrollabilità portarono naturalmente il latifondista al potere. Tuttavia, nell’atto di nascita, questo sistema non poteva essere considerato ‘illegale’. Non esisteva, infatti, un concetto di legalità rispetto al quale esso poteva essere giudicato.  Quando, a un certo punto, s’è concepita la riforma della società feudale – ci si conceda il salto storico-concettuale! –, non s’è fatto altro che tentare la pratica dello schiacciamento o dello sradicamento. Schiacciare o sradicare da un ambiente qualcosa che non si distingue dall’ambiente stesso può implicare due cose: o annientare l’ambiente o generare e rigenerare o rafforzare l’idea di ciò che si vuole schiacciare e sradicare. Ciò non equivale a dire che il meridione è solo malavita, criminalità organizzata e altre castronerie, ma non si deve dimenticare che la verità di fatto avrebbe dovuto essere affrontata col piglio dell’antropologo, del sociologo, dell’economista, e, più in generale, col piglio dello scienziato, anziché con quello del poliziotto. Si tratta di una legge scientifica inalienabile: coi sistemi si deve interagire, non si possono annientare.


Si è accertato, purtroppo, che, per anni, banche piuttosto blasonate hanno accettato grosse somme di denaro contante al fine di gestirne il riciclaggio e fungendo, in questo modo, da 'istituti lavatrice'. Si trattava principalmente di proventi della droga. Si potrebbe pensare all’intervento della magistratura quale soluzione universale, intervento invocato d’altronde da chiunque ne senta anche solo parlare. Dobbiamo chiederci a questo punto quale condanna debba essere comminata all’istituto di credito colpevole! La sanzione pecuniaria? Ogni sanzione di qualche miliardo, per un’azienda di certe dimensioni, equivale al massimo a qualche mese in più di lavoro. In altri termini, significherebbe autorizzare indirettamente il reo a continuare perché ciò che si guadagna col il crimine è nettamente superiore a ciò che si paga. Dunque, che si fa? Si sequestra e si paralizza l’intero apparato del colosso bancario coinvolto, arrestandone gli ‘attori’, dal cassiere che ha fatto transitare il denaro ai manager? Da un punto di vista morale, sarebbe logico, ma la morale sarebbe solo la premessa di un disastro planetario. Migliaia di disoccupati nelle prime ore successive alla condanna, migliaia di correntisti senza più un euro, migliaia di investitori senza più speranze, quantità enormi di azioni e obbligazioni private di valore, crollo dei mercati e default di tutte le aziende collegate e… la lista dell’effetto domino sarebbe interminabile e farebbe il giro del mondo.

Ben vengano gli arresti e le condanne, le onorificenze e i cortei di piazza, ma non si pensi che siano soluzioni!

Può apparire banale la nostra riflessione: un fruttivendolo ‘non in regola’, ma che si affanna dalle due di ogni mattino per sbarcare il lunario agli angoli delle strade, deve essere lasciato in pace. È vero, vive in una zona grigia, ma è pieno di dignità, è eroico. Se contrastato, prima o poi, egli per sfamare i propri figli, si dedicherà ad altro. Il piccolo e il medio imprenditore dovrebbero essere premiati con detassazione razionale e per studio di settore. Allo stesso modo, si dovrebbe ammettere una qualche forma di distribuzione di liquidità strumentale e funzionale direttamente sul conto corrente del padre di famiglia, vincolandolo a impegni specifici. L’accesso al credito dovrebbe essere in parte deregolamentato e reindirizzato verso la progettualità. Ci rendiamo conto che queste proposte sarebbero state rifiutate pure da Alice nel paese delle meraviglie, ma siamo fermamente convinti che non esista altra forma di antimafia.


In materia di economia mafiosa, un’opera di ricerca importante e singolare è stata realizzata dall'Università di Reggio Calabria, la quale ha trattato la mafia, nel 2010, come un’azienda vera e propria e ne ha redatto un bilancio con le relative voci di attività e passività. A nostro avviso, si tratta del migliore tra i punti di partenza per una nuova revisione dei modelli d’approccio al problema che conduca il legislatore verso una soluzione. Chi se ne scandalizza non fa altro che negare l’evidenza. Indubbiamente, suscita una certa inquietudine leggere di espressioni proprie della vita d’un’impresa, ma destinate alla criminalità organizzata, quali totale immobilizzazioni, totale attivo circolante, totale utile d’esercizio, ricavi, costi et cetera. L’inquietudine si trasforma addirittura in parestesia, quando leggiamo che, a fronte di circa 33 miliardi di costi, mafia spa fa registrare circa 138 miliardi di ricavi e 104 miliardi di utile totale d’esercizio. Al primo posto della speciale classifica delle organizzazioni criminali più produttive si colloca la Camorra, seguita dalla ‘Ndrangheta. Solo al terzo posto si vede Cosa Nostra. 

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