venerdì 25 novembre 2016

LA GAP ANALYSIS

#errorieparole #legami

(la rubrica di lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ci rendiamo conto fin dalle prime battute che l’argomento in questione può configurarsi come qualcosa d’inquietante o noioso per un lettore poco interessato alla tecnica bancaria. Per certi aspetti, non si potrebbe dar torto a chi volesse bocciarne e respingerne la fruibilità, tuttavia su una cosa dobbiamo convenire tutti o, per lo meno, quasi tutti: con la gap analysis si entra appieno nel regno dell’attualità, giacché si prende in esame il rischio cui le banche si espongono nella gestione del rapporto tra le poste dell’attivo e quelle del passivo con riferimento alla variazione dei tassi d’interesse. Ci pare di poter asserire che, dal 2008 a oggi, questo sia stato il più ‘ammorbante’ tra i dilemmi dell’esistenza amletica delle banche. Eviteremo, a tal proposito, di addentrarci nei cunicoli della riclassificazione del bilancio allo scopo di seguire almeno il perimetro dell’area da sorvegliare: la redditività di una banca varia al variare dei tassi d’interesse e gli analisti ricorrono a precisi metodi d’analisi per prevenire in modo strategico il crollo dei valori economici. Uno dei principali indicatori è il maturity gap.


Per procedere oltre è necessario che il lettore attivi e forzi un po’ la propria memoria in merito a ciò che s’è scritto dal primo capitolo fino all’ultimo, altrimenti si rischia di smarrire il filo rosso dell’intero compendio. In sintesi, ogni servizio che una normale banca commerciale offre al cliente, quale potrebbe essere, per esempio, un deposito, è direttamente finalizzato, in prima istanza, a una raccolta di portafoglio e, in seconda istanza, alla vendita del denaro, che avviene tramite i prestiti, a breve o lungo termine. È chiaro che non si può approfittare di questa riduzione semplicistica per definire il business delle linee di credito, ma sappiamo che il modello appena descritto è sufficiente a far maturare una pertinente visione d’insieme. Sia il deposito sia il prestito sono strettamente legati ai tassi d’interesse; e non si fa fatica a capire che il titolare di un deposito non deve fare altro che confidare in un aumento dei tassi; viceversa, il beneficiario d’un finanziamento indicizzato desidera che si verifichi il fenomeno opposto.

In che cosa consiste dunque il rischio di mercato che la gap analysis ci permette di prevedere?

Cominciamo col tenere conto di un meccanismo elementare. Una banca commerciale acquista il denaro da una banca centrale e, dopo avere applicato uno spread, lo rivende ai propri clienti, i quali sono sempre indagati, per così dire, in termini in termini di solvibilità. È altrettanto elementare il criterio secondo cui una banca è fortemente avvantaggiata dalla diminuzione dei tassi. Nello stesso tempo, è fondamentale distinguere le attività negoziabili o sensibili alle variazioni dei tassi da quelle che non lo sono, giacché quelle negoziabili costituiscono la vera zavorra amletica messa nei bilanci. Il più semplice degli esempi si ritrova nell’attività di compravendita delle obbligazioni. Se aumentano improvvisamente i tassi d’interesse, il valore delle obbligazioni scende; di conseguenza, le cedole possono essere rinegoziate secondo il nuovo prezzo; la qual cosa genera un danno di profitto per l’istituto che le ha introdotte sul mercato e negoziate: le ha vendute a un prezzo inferiore al valore che il mercato ha rideterminato nel tempo. S’è verificato un caso di repricing, che pesa sul bilancio della banca. Nel repricing o maturity gap, gli analisti valutano proprio le variazioni reddituali dovute al disallinemento tra attività e passività; ed è subito evidente che un valore positivo di repricing nel calcolo della differenza tra tra attivo e passivo fa crescere i pericoli.


Preghiamo il lettore di apprezzare lo sforzo che si è fatto nel tentativo di rendere accessibile una disciplina che accessibile non è per genesi e morfologia. Tutti gli esempi concepiti sono volti infatti a produrre focus ristretti; altrimenti, la scienza delle finanze bancarie ci condurrebbe oltre ogni piano d’intesa. Per farsi almeno un’idea di quanto accade lungo l’asse costituito da banche commerciali, Banca d’Italia e Banca Centrale Europea a qualcosa bisogna pur rinunciare, soprattutto se il medium è un compendio incentrato più sulla questione linguistica che su quella tecnica.


Il duration gap, invece, riguarda direttamente l’assetto patrimoniale. Con esso, gli analisti rivolgono l’attenzione alle singole poste per capire in che misura possano incidere sul patrimonio al variare, anche in questo caso, dei tassi d’interesse. Il più delle volte, non ci si rende conto per niente che mettere piede in banca per aprire un conto o chiedere un prestito significa essere inglobati, anche inconsapevolmente e indirettamente, da tutta questa enorme farragine. 

Senza dubbio, la banca è una specie di noumeno, è qualcosa che, come entità, oltrepassa le nostre facoltà del vivere e del conoscere, ma non bisogna dimenticare che lo stesso Kant, riferendosi alle idee irraggiungibili di anima, mondo e Dio, suggeriva di postularne l’esistenza. Ed è il caso di aggiungere che postulare l’esistenza di qualcosa non vuol dire dichiarare a priori la propria inferiorità intellettuale. Il gap è dato dalla differenza tra le attività sensibili e le passività sensibili.  Se è un rischio talora imprevedibile per la banca, può essere un vantaggio prevedibile per il correntista o l’investitore.

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