sabato 19 novembre 2016

IL PENSIERO MASTURBATORIO

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

La sciagura incombe su ciascuno di noi come pregustazione luculliana, in cui qualcosa, prima ancora d'essere servito sulla tavola, è consumato con cafonaggine. Non può dirsi altrimenti per la fortuna, che s'immagina con tanta caparbietà da essere scomposta e, in altri termini, sorseggiata così a lungo da diventare una bevanda della consuetudine. Finiamo col vivere tra l'una e l'altra delle forme della speranza, tralasciando la nostra presenza fisica o facendo sì che venga trascinata lungo un sentiero sterrato, ripido e impervio. 


Lo spazio dei social network, quale grande sacca archetipica e ritrovo dell'inconscio collettivo, si presta sempre alle prove di equilibrio. In rapida sequenza, si vedono comparire gli sciamani dell'economia infranta, ovverosia coloro che raccontano di aver guadagnato in poche settimane centinaia di migliaia di dollari e con soli quindici minuti di lavoro al giorno. E tu che cosa stai aspettando? La domanda retorica non è sufficiente a giustificare il distacco patologico dalla realtà, proposto del resto con una goliardia e una saccenteria che dovrebbero essere punite 'per legge'. Di fatto, ci invitano a non lavorare, a non studiare, a non essere

Gli sfidanti del voto o del referendum rinascono unicamente nella violenza sanguinaria con cui tentano di eliminare un capro, che non sarà mai del tutto espiatorio, ma si riconoscerà come il successore o il predecessore d'un qualche altro capro sacrificale. Costoro, nella maggior parte dei casi, non sanno, per esempio, che la designazione di un collegio elettorale rinvia a complesse strategie politiche e che il calcolo dei resti, talora, è più importante di un voto stesso, cosicché ottenere il quaranta per cento dei voti non equivale a ottenere il quaranta per cento dei seggi. Ciò che diventa oggetto della pulsione distruttiva è l'entità, un'entità creata, surreale e che scompare dai fatti e dall'opera per riapparire esclusivamente nel linguaggio. E si commette un grave errore nel dire che i modi di questo pensiero sono stati ereditati dalla grande filosofia greca: gli antichi matematici ricorrevano al termine sòma per definire gli enti, cioè allo stesso sostantivo che noi siamo stati abituati a tradurre con corpo. 


Siamo stati indottrinati a sperimentare la tragedia o la commedia ideale secondo i modi freudiani della coazione a ripetere e non sulla base dell'osservazione e dell'analisi. Si cerca riscontro del sistema linguistico nella causalità esterna, una causalità mai vissuta e talora inesistente, non altrimenti che se ogni fenomeno dovesse essere l'esatta conseguenza di una causa. Le alternative che ci propone questa specie d'integralismo sono due e, per giunta, entrambe paradossali e pericolose. Nel primo caso, la ricerca ossessiva della causa - o del capro - ci conduce a un motore immobile, un primus movens, per la qual cosa, con Aristotele, si dovrebbe essere devoti alla fede scientifica della deduzione e riuscire a pensare la forma nell'immagine, non segregando l'immagine dagli atti. Il paradosso non sta nell'accettazione di un Dio, ma nel rigore logico con cui dovremmo portarlo con noi. Nel secondo caso, invece, non si ha altro che la dannazione eterna quale inevitabile conclusione della ricerca della causa della causa della causa.

Se si sta attenti a cosa è accaduto nel mondo dell'economia, è facile comprendere perfettamente questo schema della fuga ideativa, di là da di chi vuole 'arricchirci': dal baratto si è giunti alla moneta elettronica, dalla materia che si poteva toccare e vedere, dopo la transizione della carta moneta, siamo passati a possedere qualcosa d'intangibile e invisibile, pertanto ci ritroviamo in perenne stato d'attesa e di debito. In pratica, è difficile chiamare le cose col 'loro nome' perché le cose non esistono più. Ci siamo lasciati fuorviare dai sospiri petrarcheschi e dalle paradigmatiche 'essenze' dell'aquinate, finendo col rivivere l'angoscia di un Macbeth, il quale, uccidendo un sovrano, non fa altro che uccidere sé stesso: egli aspira alla conquista dell'idealità massima, della causa prima del suo modo di esistere, ma non tiene conto del modo di esistere stesso. La resurrezione ci ha tratti in inganno imponendoci il problema del rinvio della storia, dell'attesa e dell'invisibilità: a coloro che si disponevano ad accogliere il Cristo risorto restavano due opportunità: credere e farsi perseguitare orribilmente nel nome di (...) o rinunciare all'intera esistenza in quanto privi di dignità. Ne è nata così un'istituzione secolare e depositaria di verità.


Il falso mito dell'eroe-capopopolo, che sbraita da finti pulpiti, ritorna anche sulle scene d'amore social-popolare della rete, in cui il protagonista maschile dev'essere un principe e la donna dev'essere una sacerdotessa misteriosa e reticente, dispensatrice di valori iniziatici. Entrambi, sicuramente, approvano Neruda perché se ne scambiano i frammenti cantando le sue lodi, tuttavia lo stesso poeta è torturato, schiacciato e, da ultimo, annientato. Nessuno dei due osa dire: "tocchiamoci"!

<<Le sere del seduttore e le notti degli sposi / si uniscono come due lenzuoli per seppellirmi, / e le ore dopo desinare, quando i giovani studenti / e le giovani studentesse e i sacerdoti si masturbano, / e gli animali fornicano senza preludi / e le api odorano di sangue e le mosche ronzano colleriche / e i cugini fanno strani giochi con le cugine / e i medici guardano con rabbia il marito della giovane paziente, /
e le ore del mattino quando il professore, come per una vista, / assolve il suo debito coniugale e fa colazione, / e più ancora gli adùlteri, che si amano di vero amore / sopra letti alti e lunghi come imbarcazioni: / immancabilmente, incessantemente mi assedia / questo gran bosco di respiri e di viluppi / con grandi fiori simili a bocche e a dentature / e nere radici a forma di unghie e di scarpe.>>.   


P. NERUDA, Uomo solo



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