sabato 12 novembre 2016

I PERICOLI DELLA COPULA

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Perché rivolgiamo il nostro interesse attivo e peculiare a ciò da cui siamo separati per ontologia e morfologia, a ciò che genera indistinzione, indifferenza e anaffettività anche solo nell'essere pensato e ammesso nella nostra esistenza? Il tifoso, pur non praticando alcuno sport, si sente parte d'una grande squadra di calcio, a tal punto da sostituire la prima persona singolare del verbo con la prima persona plurale, ogni qual volta in cui deve commentare un risultato. Il blogger, considerandosi depositario della grande tradizione angloamericana, usa il tu confidenziale nella redazione dei propri blog-post: come ad ammonire o blandire una forma calviniana di fruitore inesistente, si fa interprete di un sacerdozio più o meno omiletico. Il contestatore politico ha bisogno di assicurare a sé stesso un bersaglio umano da insanguinare: diritto pubblico e costituzione non valgono per lui come misure della contestazione; spesso ne ignora pure i contenuti; gli basta rappresentare e manifestare lo sdegno della nazione e dei popoli. Il politico stesso si esercita, forse inconsapevolmente, a dimenticare d'essere un uomo e recita delle litanie catatoniche: "meglio neutralizzare che rischiare" potrebbe essere il credo; sicché lo si vede accettare con entusiasmo la mortificazione che un professore universitario gl'impartisce in diretta tv, quasi fosse una lezioncina privata.

L'identità è problematica ed esplode nel giudizio, nell'atto linguistico che ci conduce alla relazione. Allo stesso modo in cui di un soggetto si dice qualcosa nel predicato, tramite la copula, così questa stessa formulazione copulativa è sempre pericolosa, ambigua, quasi guerresca e autolesionistica perché trova forza in una definizione che intrappolano e soffocano l'autore, costringendolo a inseguire ossessivamente tutti quegli atti che lo rendano 'identico a ciò che dice di essere'. Nell'Esodo (3, 11-16), anche quel povero diavolo di Mosè si lascia ingannare dal bisogno d'identità e osa interrogare lo stesso Dio. Parafrasando: cosa dirò agli Israeliti, quando mi chiederanno il nome di chi mi ha mandato? Insomma: chi è colui che mi manda? Dio o l'autore divino, per contro, sono tutt'altro che incauti: Io sono Colui che sono; dirai così ai Figli d'Israele. L'identità tra soggetto e predicato non determina affatto la loro connessione: si tratta solo d'un'opportunità dialettica. Nell'epoca della bruciante disoccupazione giovanile, chiedere a qualcuno "Di cosa ti occupi?" o "Qual è il tuo lavoro?" significa sfidare a duello letale, spingerlo lungo il confine della lotta tra bene e male perché il destinatario della domanda cruciale dovrà cercare e trovare in fretta e furia tutti quei modi dell'essere che possano corrispondere a qualcosa che la comunità riconosce e tollera, qualcosa da cui dovrà anche discendere una morale, la quale a propria volta servirà come fonte del giudizio verso il Sé e verso l'Altro. 


Io Sono, Noi Siamo e, in generale, la copula costituiscono o il preludio di un'irreversibile elevazione o la prematura sconfitta d'una prossima devastante dannazione; creano le condizioni di un sogno a occhi aperti, facendoci somigliare per un istante a quegli eroi greci che avevano un dialogo continuo e utilissimo con gli dei o a dei potenti riformatori sciamanici o trans-medianici, ma, nel contempo, ci preparano all'accattonaggio.

Gli opinionisti e i politologi, durante la campagna elettorale statunitense che ha opposto Clinton a Trump, si sono affannati per definire quest'ultimo in mille modi possibili, inscrivendolo nell'area semantica dell'insidia, così da produrre dei moduli linguistici di convenienza, tuttavia, Donald Trump ha battuto tutti i rivali e i detrattori proprio grazie al linguaggio, un linguaggio di rottura delle aspettative e degli schemi. Il popolo americano lo ha condannato con le copule per poi consacrarlo dentro le urne. Ne sono una testimonianza i risultati dei sondaggi. Anziché parlare di speranza, determinazione, democrazia et similia, Trump ha insultato quasi tutti, ha parlato dei propri desideri sessuali, s'è mostrato xenofobo; Trump si è astenuto dall'autogiudizio o dal giudizio di appartenenza. In apparenza, la civiltà americana mostrava preoccupazione pure perché il candidato in questione s'era dichiarato favorevole alla detenzione delle armi da fuoco. Eppure,  il giorno dopo la sua elezione, la Smith & Wesson ha subito una sorta di crollo in borsa.

Chi sottovaluta l'effetto che il linguaggio può avere sui fenomeno sociali non fa altro che condannarsi all'estraneità nei confronti del mondo.    


Per quanto tempo s'è detto "L'Italia è la patria della cultura", rinchiudendo nell'angusto spazio ideale un'intera civiltà che, al contrario, non ha mai gratificato il lavoro intellettuale? I ricercatori italiani fuggono, i docenti sono pagati male e poco, chi si dedica alla buone lettere vive di stenti e, spesso, muore di fame, eppure si continua a definire l'Italia in questo modo. Chi rivendica la superiorità di Dante e Leonardo da Vinci dimentica che un vero intellettuale non può essere identificato per mezzo dei confini geopolitici.

Quanto a lungo s'è trattato il Maghreb come un luogo di secondaria importanza economica? In Marocco, un cavalcavia si costruisce in una settimana, un'autostrada in un mese, mentre in Italia, dopo sessant'anni di lavori, la Salerno-Reggio Calabria è ancora un cantiere e null'altro.

<<Il motivo di questi fraintendimenti, che riguardano in vasta misura anche altri sistemi, si trova nella generale incomprensione del principio di identità o del significato della copula nel giudizio. Anche a un bambino si può far comprendere che in nessuna proposizione possibile, in cui, secondo la spiegazione addotta, venga affermata l'identità del soggetto con il predicato, viene affermata una medesimezza o anche solo un'immediata connessione (...) Se ci si chiede da dove provenga il male, la risposta è questa: dalla natura ideale della creatura (...) La regione delle verità eterne è la causa ideale del male e del bene (...) Non è  coscienzioso colui il quale, presentandosi l'occasione, deve prima tener presente il comando del dover per decidersi ad agire correttamente per rispetto a esso.>> (SCHELLING, F. W. J., 1809, Philosophische Untersuchungen uber das Wesen der menschlichen Freiheit und die damit Zusammenhangenden Gegenstande, trad. it. di G. Strummiello, 1996, Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà, Rusconi Libri, Milano)
         

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