sabato 15 ottobre 2016

L'ERRORE DI STIGLITZ SULLA POVERTÀ
E
IL CASTIGO DI HUGO

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)


Quando visito una città che non conosco, non metto mai piede in un museo, ma vado subito a fare un giro nei quartieri malfamati perché solo lì si avverte il puro durare dell'esistenza autentica, che molto spesso resiste anche ai cambiamenti epocali, alle rivoluzioni e a tutti i tentativi di bonifica ambientale. Joseph Stiglitz, nel 2011, ha scritto su Vanity Fair che <<l'1% più ricco dispone delle migliori abitazioni, della migliore educazione e della migliore sanità, ma non sembra rendersi conto che il suo destino è legato al restante 99%.>>. Ebbene, il premio Nobel per l'economia si sbagliava in modo esasperante e grossolano molto probabilmente perché non è mai stato 'morso dalla fame'. Richard Fuld, ex amministratore della Lehman Brothers, nell'anno del fallimento della 'sua' banca, ha guadagnato 34 milioni di dollari. Se il fallimento si fosse abbattuto su una delle tante botteghe del quartiere Ballarò di Palermo, sicuramente il bottegaio sarebbe stato rovinato. Di certo, non avrebbe intascato alcun trattamento di fine rapporto con sé stesso. Dunque, l'1% non ha bisogno del 99%.



La classe medio-bassa è condannata all'oggettività, all'aggregazione difensiva; la soggettività è estranea a essa. Quando una multa o una condanna colpiscono un ricco, egli può voltare pagina, ricominciare daccapo; non è lo stesso per il povero.

Tempo e utilità determinano e governano la relazione tra ricchezza e povertà, forza e debolezza. Il ricco può vivere il presente come attesa, previsione o, addirittura, investimento, tanto da poter ponderare le scelte e gli stessi giudizi in funzione di ciò che accadrà domani. Il povero è incalzato dalla sopravvivenza, dalle scadenze; egli si può concedere, giocoforza, solo il godimento di ciò che gli è utile. Se, talora, un operaio decide di recarsi con la famiglia in pizzeria – e la pizza, tutto sommato, non è utile –, sa di dovere racchiudere l’esperienza in una sera. Il giorno successivo, dovrà pensare a come fare la spesa, pagare le utenze et cetera. All’operaio non è concesso tempo, laddove il tempo sarebbe necessario alla gestione e al soddisfacimento di tutti i bisogni. La sua vita è un continuo rinvio del desiderio, quindi anche un allontanamento dalla realtà, un equivoco socio-economico della speranza dentro cui è risucchiata ogni cosa. Eppure, senza tempo, non c’è sviluppo, non c’è scienza, non c’è produzione, non c’è economia. Non ci vuole un economista per confermarlo. Se la catena economica fosse limitata al soddisfacimento dei bisogni, il mercato crollerebbe di colpo. Dalla telefonia mobile al trading, dalle automobili alla moda, nulla resisterebbe. Che lo si voglia o no, il semplice compimento dell’utilità non è utile alla società. I beni superflui hanno un elevato potere seduttivo e attrattivo e condizionano fortemente qualsiasi essere umano.

Non si interpreti il messaggio come una pessimistica sentenza della disfatta sociale! Il realismo e l'osservazione della realtà non sono giudicabili...


<<Tutte le società umane hanno ciò che nei teatri si chiama il terzo sottopalco. Il suolo sociale è dappertutto minato ora dal bene ora dal male. Questi strati si sovrappongono. Vi sono le miniere superiori e le miniere inferiori. C'è un alto e un basso in questo oscuro sottosuolo che, qualche volta, si sprofonda sotto la civiltà e che la nostra indifferenza e la nostra noncuranza calpestano. L'Enciclopedia, nel secolo scorso, era quasi una miniera a cielo aperto. Le tenebre, queste cupe incubatrici del cristianesimo primitivo, non aspettavano che un'occasione per esplodere sotto i Cesari e inondare di luce il genere umano. Perché c'è luce latente nelle tenebre sacre. I vulcani sono pieni di un'ombra capace di fiammeggiare. La lava è, in principio, notte. Le catacombe in cui s'è detta la prima messa non erano soltanto le cantine di Roma, ma il sotterraneo del mondo. Sotto l'edificio sociale, meraviglioso, complicata rovina, ci sono scavi di ogni specie. C'è la mina religiosa, c'è la mina filosofica, la mina politica, la mina economica, la mina rivoluzionaria.  Chi zappa con l'idea, chi con i calcoli, chi con la collera. Si chiamano e si rispondono da una catacomba all'altra. Le utopie camminano sotto terra nei loro condotti, si diramano in tutti i sensi (...) La società di accorge appena di questo scavare, che lascia intatta la superficie e le cambia le viscere (...) Che cosa esce da tutti questi scavi profondi? L'avvenire. Più si scende, più i lavoratori sono misteriosi.>>

HUGO, V., 1862, Les Misérables, trad. it. di E. Di Mattia e R. Reim, 1995, I miserabili, Newton Compton Editori,  Roma

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