sabato 8 ottobre 2016


LA SORTE DEGLI UMANISTI

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Si finisce col vivere per contrastare eroicamente ed epicamente ciò che s'è osato amare con ardente zelo nella prima età adulta, quando l'uso dell'intelletto sembra opera improcrastinabile e risorgimentale e si ritiene d'esser pronti a scendere nella fossa dei leoni o d'esser capaci di convertire i sacerdoti di Baal. Questo stesso incipit, anomalo e impersonale per grammatica e semantica, è già da sé un riflesso condizionato, un sintomo nevrotico e ruminante del disagio che si tenta di riscattare e trasformare in pensiero nobile, laddove si farebbe bene a metterlo nel novero dei tanti naturali inconvenienti. Ce lo insegna un maestro dell'elegia Rainer Maria Rilke, il quale, ne I quaderni di Malte Laurids Briggeafferma che bisognerebbe attendere per una vita intera, senza scrivere, al solo scopo di poter scrivere solo in punto di morte qualche riga valida, eppure... Eppure scrive, non attende: tende una trappola ad altri e non sa resistere al rischio di sperimentarne l'efficacia, giacché, anche nella disfatta, si ha bisogno di considerarsi giusti, operatori di pace, portatori di valori sociali, amanti perfetti, amici adorabili.



Qual è dunque il cammino concesso all'intellettuale e, in particolare, all'umanista, quando il contesto informativo è quello in cui, di anno in anno, quale inestinguibile e ineluttabile memento mori, gli organi di stampa ribadiscono che trenta, quaranta o cinquantamila giovani abbandona l'Italia in cerca di lavoro? 

In gioventù, ogni idea, che crediamo di avere partorito in modo singolare, in qualità di poeti, filosofi e scrittori, ci folgora e ci sconfessa, ci fa rinascere e ci rappresenta, diventa subito un ‘fuori di noi’, dentro il quale vogliamo saltare il più presto possibile. In questa dinamica differenziale, finiamo con lo scambiare la nostra idea col sistema o con la misura del sistema, in una sorta di ritrovato – o mai abbandonato – egocentrismo infantile. A furia di saltare da un’idea all'altra, ci accorgiamo di esserci consumati. E se, nel frattempo, non siamo stati inglobati da qualcosa, che idealmente rifiutiamo, allora la nostra identità si assottiglia a tal punto da essere bisognosa delle ‘identità altrui’.  

Il filosofo, schivando la luce del paralume, avvolto nella penombra, rilegge il proprio contributo scritto su qualche possibile neoplatonismo, ma non ammette di non vedere né accetta di non essere a Cambridge o a Boston. Lo scrittore passeggia lungo un viale alberato e scorge trame e intrecci in ogni incisione che gli adolescenti innamorati fanno sulla corteccia, giacché il "lui e lei forever" sarebbe un prezzo che l'eternità ha pagato per loro. Da ultimo, si sente turbato e, purtroppo, l'invidia per quei ragazzi che neppure ha visti in volto, n'è la causa. Il poeta finge che il suo orgoglio non sia affatto indebolito o, addirittura, vilipeso dal plauso che gli giunge da amici, parenti e giudici di gare rionali ed editori lautamente pagati per pubblicare quei versi che nessuno leggerà mai. Anzi, la dissimulazione è talmente cocente che egli, introducendo la propria silloge li ringrazia: vede solo ciò che vuol vedere



Oggi, l'unico vero sogno dell'umanista, un sogno che fa spalancare gli occhi dalla speranza, è rappresentato non già e non più da un cielo stellato o da un viaggio intorno al mondo, bensì da una bistecca o da un colletto bianco e ben stirato, manifestazioni della necessità e della voglia di non essere parte del grande bluff. Per dirla con Cotrone, detto il Mago, de I giganti della Montagna, <<(...) siamo, qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano: entra l'invisibile  (...) Avviene ciò che di solito accade nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia (...)>>.

Le ore trascorse per le strade del mondo restituiscono agli uomini o la forza della Madre Terra o le paure dell'infanzia. Le idee diventano pericolose, quando si staccano dagli individui pensanti e conquistano vita e autonomia proprie, quando diventano entità e non sono più proprietà privata, confuse e scambiate da una massa acritica che se ne serve in modo violento.

<<Per quasi tutte le nostre scoperte siamo debitori alle nostre violenze, all'esacerbarsi del nostro squilibrio. Persino Dio, per quanto c'incuriosisca, non lo scorgiamo nell'intimo di noi stessi, bensì al limite esterno della nostra febbre, esattamente nel punto in cui la nostra rabbia fronteggia la sua: ne risulta una collisione, uno scontro rovinoso per Lui, non meno che per noi (...) Non c'è opera che non si ritorca contro l'autore: il poema annienterà il poeta, il sistema il filosofo, l'avvenimento l'uomo d'azione. Colui che, rispondendo alla propria vocazione e portandola a compimento, si agita dentro la storia è causa della propria rovina; l'unico a salvarsi è chi sacrifica talenti e doni per potere, sgombro della sua qualità di uomo, sprofondare nell'essere. Se aspiro a una carriera metafisica, a nessun costo posso conservare la mia identità: devo liquidarne il minimo residuo che mi rimanda; e se, al contrario, mi avventuro in ruolo storico, il compito che mi spetta sarà quello di esasperare le mie facoltà fino a esplodere con esse. Si perisce sempre a causa dell'io che si assume.>>



CIORAN, E., 1956, La tentation d'exiter,  trad. it. di L. Colasanti e C. Laurenti, 1984, Adelphi Edizioni, Milano.




  

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