mercoledì 26 ottobre 2016

IL WELFARE STATE

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Benessere, prosperità, assistenza sociale, sussidio: sono solamente alcuni dei termini che costituiscono l’area semantica del welfare, un sostantivo inglese giunto fino a noi grazie al successo di John Maynard Keynes, colui che ne ha concepito e sviluppato il modello economico. Ogni sostantivo, in quanto significante del discorso, in specie di quello scritto, dev’essere sempre sottratto all’angusto spazio teorico in cui è generalmente collocato al fine d’essere riproposto sul piano delle circostanze d’uso, senza cui i significati diventerebbero disfunzionali, astratti e inservibili. Dunque, dobbiamo iniziare a parlare di Welfare State, cioè di Stato Sociale, e tentare di capire che cos’è unicamente in quegli ambiti in cui è stato pienamente realizzato.


In genere, per Welfare State s’intende l’insieme di quelle misure economico-sociali che uno Stato, intervenendo direttamente nei processi di scambio, adotta per garantire ai cittadini dei servizi che molto probabilmente il mercato non potrebbe offrire loro a condizioni favorevoli e paritarie: sanità, istruzione, occupazione, previdenza et similia ne sono indubbiamente i fondamenti. La definizione non ci presenta alcun problema di scuola, ma è appena il caso di far notare due aspetti che la riguardano: 1) oggi, di fatto, il Welfare State è ampiamente contestato ed è anche retrocesso a favore dei modelli liberali; 2) il dibattito tra sostenitori e oppositori è sempre stato piuttosto acceso, tanto che agli estremi di questa contesa troviamo dei mostri sacri: dal già citato Keynes a Samuelson e Sen, da una parte, da Smith a Hayek e Friedman, dall’altra.

Il primo vero ed efficiente intervento dello Stato nell’economia volto a proteggere i cittadini dagli sbalzi finanziari dell’epoca si registrò, sorprendentemente, nell’Inghilterra del secondo dopoguerra. In linea di massima, non ci si aspetta che un paese liberale per tradizione accetti delle teorie secondo cui occorre, anzitutto, garantire l’occupazione a tutti, ma si deve tenere in considerazione, com’è giusto, il contesto in cui il governo britannico decideva di mettere in atto il piano di welfare: il crollo dei mercati del 1929 e la seconda guerra mondiale forse non lasciavano altra scelta. Infatti, il New Deal di Roosvelt precede addirittura di qualche anno l’azione opera britannica. Nel 1929, tuttavia, quasi diecimila banche fallirono negli Stati Uniti a causa del default dei mercati e il PIL scese del 44%: elementi, questi, che possono bastare a istruire una manovra d’intervento.

A Keynes e Samuelson dobbiamo sicuramente il valore di un importantissimo assunto di Economia Politica: il deficit di bilancio di uno Stato non è una nota negativa o preoccupante, ma è, al contrario, un’opportunità di gestione della cosa pubblica. Se non ci fosse stato John Maynard Keynes, probabilmente, per iperbole, oggi non conosceremmo neppure una forma minima ‘assistenza economico-sociale’, visto l’alto numero di detrattori.


Gli economisti del welfare ritengono che far crescere l’inflazione tramite la produzione e l’introduzione di nuova moneta possa creare nuova occupazione ed è evidente che solo lo Stato può regolare questo rapporto tra inflazione e disoccupazione. L’aumento della moneta in circolazione, in effetti, genererebbe un aumento dei prezzi; la qual cosa dovrebbe, a propria volta, indurre le aziende ad assumere; da ultimo, la nuova occupazione si tradurrebbe in incremento della domanda. Questa potrebbe essere, in sostanza, la curva Keynesiana. L’opposizione al modello keyneasiano s’è concentrata principalmente attorno alla figura di Milton Friedman e dagli anni settanta in poi è stato il leitmotiv di quasi tutti i governi del G20, per così dire. Lungo questo percorso di trasformazione, prima in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, poi nel resto del mondo, ha avuto inizio una consistente riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia: i processi di privatizzazione delle imprese pubbliche, dei sistemi pensionistici e, più in generale, tutte le forme di deregulation sono l’espressione della politica economica contemporanea.

ph. wikipedia

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