mercoledì 19 ottobre 2016

IL MARKETING E IL MANAGER

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di AnalysisAndForecasting)

Molto probabilmente, ‘fraintendimento’ è il sostantivo che più di qualsiasi altro esprime la miseria semantica in cui sono state gettate queste due figure dell’economia e del mercato. Si possono accusare, soprattutto in Italia e quasi senza timore di smentite, due fattori della rivoluzione sociale dell’ultimo ventennio: il web 2.0 e l’alto tasso di disoccupazione. Il primo fattore, di fatto, dovrebbe essere un fenomeno positivo, se si considera che il sistema people relation di internet ha concesso spazi d’espressione umana e intellettuale a chiunque avesse qualcosa da dire e ha definitivamente spostato il focus del rapporto domanda-offerta dal prodotto al consumatore. Il secondo, di certo, non ha bisogno d’esser definito in alcun modo, fuorché come tragedia, piaga, disastro et similia. Se ne discute fin dai tempi della nascita del Welfare, soprattutto grazie alle teorie di Keynes, ma, oggi, sembra che i paesi del sud del mondo, Italia compresa, abbiano fatto parecchi passi indietro.


Perché web 2.0 e disoccupazione avrebbero generato la distorsione e la cattiva interpretazione del concetto di marketing e del ruolo di manager?

Il marketing, nella propria accezione originaria, corretta e scientifica, è un processo di commercializzazione finalizzato all’introduzione d’un prodotto in un mercato. Si comprende immediatamente che esso costituisce una fase fondamentale dell’economia e, indirettamente, della finanza, durante la quale gli esperti, che nella maggior parte dei casi lavorano in team, prendendo le mosse dalla definizione di un obiettivo, elaborano sofisticati piani SWOT, affinano l’audit interno ed esterno e puntano dritti alla performance commerciale. Parlare di performance commerciale, tuttavia, vuol dire parlare senza esitazione di vendite e, principalmente, di ROI, Return on Investment, un indice con cui si stabilisce la misura di redditività del capitale investito dall’imprenditore. Il legame tra marketing e ROI potrebbe sembrare debole e non immediato, ma sicuramente non esisterebbe marketing senza ROI. Il progetto SWOT, cui dianzi s’è fatto riferimento e che rappresenta un pilastro del marketing, serve proprio a garantire il ROI all’impresa. Essendo l’acronimo di Strengths (punti di forza), Weaknesses (punti di debolezza), Opportunities (opportunità), Threats (minacce), funge da mappa strategico-operativa imprescindibile, tanto che desta qualche sospetto, a questo punto, la nascita incontenibile ed epidemica sulla rete di professionisti del marketing, i quali, il più delle volte, sono esclusivamente appassionati di blogging o webmaster in possesso di buone notizie di ‘navigazione’. 


L’area entro la quale il marketing manager opera è talmente vasta, complessa e ignota ai più che, dalle nostre parti, si pensa sia agevole dichiararsene protagonista qualificato, specialmente a causa dell’assenza d’un quadro legislativo di riferimento che ne disciplini l’appartenenza e l’esercizio professionale. Sia che si parli di B2C (Business to Consumer) sia che si parli B2B (Business to Business), quello che conta, almeno in questa sede, è tentare di far maturare una sorta di rispetto verso una categoria economico-professionale che richiede notevoli competenze in materia d’economia e gestione d’impresa.

Lungo l’itinerario dell’equivoco, incontriamo anche l’altro elemento della coppia, il manager, trasformatosi ormai in una sorta di etichetta che molti appiccicano al proprio petto per varcare la soglia degli specialisti nel mondo People Relation di internet. Il manager, per definizione e principio, è una figura chiave dell’economia aziendale, ma questo aspetto è totalmente trascurato. Al manager il Consiglio di Amministrazione o la proprietà di un’azienda conferiscono un certo potere decisionale per il raggiungimento di precisi obiettivi economico-finanziari e la gestione delle risorse umane. Come e di chi o cosa può essere manager colui che non ha ricevuto alcun incarico e non dirige un gruppo di persone?  Il motivo di questa domanda sta nell’altro ‘disagio digitale’ a causa del quale si assiste al fenomeno dell’autoproclamazione: personaggi schermati da blog e social network si definiscono manager ed esperti di marketing, senza neppure tenere conto del significato della definizione, finendo coll’adombrare anche coloro che realmente lo sono.


Purtroppo, questi fenomeni di evasione psicosociale sono anche generati dall’alto tasso di disoccupazione giovanile e dalla mancanza di prospettive che ammorbano gl’inconsapevoli millantatori. Il bisogno di essere riconosciuti e approvati dalla società per delle qualità professionali e intellettuali, unito alle formule linguistiche di copertura provenienti dal ‘mercato’ angloamericano, provoca dolore e frustrazione, cui si tenta di far fronte con la fantasia. Se alla domanda sulla nostra occupazione rispondiamo dicendo ‘dirigente’, assumiamo una posizione netta e che ci obbliga a un riscontro dimostrativo; diversamente, se diciamo ‘marketing manager’ o esperto di ‘comunicazione e marketing’, l’area entro la quale ci moviamo resta indeterminata. Un vero manager che non raggiunga gli obiettivi è costretto a fare bagagli e tornare a casa; nessuno invece può dare il benservito a un sedicente ‘manager’, che, in questo modo, continua a sperare di essere qualcosa e qualcuno per la società. 

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