venerdì 21 ottobre 2016

IL BILANCIO

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Se c’è un documento che rivela l’identità e la storia di un’azienda, questo è il bilancio, cioè una sorta di racconto economico che di anno in anno include le trame e gl’intrecci di ciò che si produce e si vende e del modo in cui si produce e si vende. Molto spesso, nel mondo delle piccole imprese, si tende a trascurarne il valore e la funzione, finendo col trasformarlo in qualcosa di neutrale e da scaricare totalmente su commercialisti e revisori. In realtà, sia nell’ambito delle modeste attività commerciali sia in quello delle S.p.A. quotate, è un significativo strumento di profitto, laddove si abbia cognizione del seguente teorema: la buona programmazione e la corretta gestione del patrimonio diventano reddito e qualità. Non a caso, l’amministratore, quando fosse sufficientemente preparato, dovrebbe aggiungere una propria nota alle tre sezioni di bilancio: stato patrimoniale, conto economico e nota integrativa. Il compito di redazione della nota spetta anche al Collegio dei Sindaci e al Revisore Contabile, ma, in questa fase, abbiamo preferito puntare l’attenzione sul ruolo dell’amministratore perché, com’è risaputo, nelle piccole aziende, questa figura è per lo più simbolica e, nello stesso tempo, estranea allo stesso lavoro di lettura e interpretazione del bilancio. Ribadiamo fin da ora che saper leggere, analizzare e formulare un progetto di bilancio significa gestire e pianificare il proprio profitto; non si tratta solo di appuntamenti burocratici o di disbrigo pratiche.


Chi scrive, non potendo lumeggiare l’intera disciplina, sa di non poter offrire al lettore un quadro completo d’economia aziendale, ma ritiene doveroso che questo compendio ne riporti almeno i fondamenti, mediante la scelta di precisi focus.

Di là dalla succitata suddivisione strutturale in stato patrimoniale, conto economico e nota integrativa, il nostro obiettivo resta sempre quello della semplificazione; la qual cosa potrebbe crearci un certo imbarazzo, data la complessità e la ricchezza di contenuti. Con la stesura e l’analisi del bilancio, infatti, è possibile acquisire degli indicatori di solidità e solvibilità che interessano non solo i titolari dell’azienda, ma anche le banche, in caso di richiesta di liquidità, e gl’investitori, quali che siano i loro obiettivi: dall’acquisto di un quota societaria all’investimento azionario e obbligazionario. Non si tratta, pertanto, solo di un obbligo fiscale e contabile. In precedenza, s’è contestata l’attività di quegl’investitori che, basandosi solamente sull’analisi tecnica o sull’andamento degli indici, puntano il proprio denaro su un’azienda, senza studiarne gl’indicatori di bilancio.

Le più note tra le voci che lo compongono sono sicuramente attività e passività, di cui fra poco parleremo, ma ciò cui non si dà adeguata attenzione in materia di divulgazione è il principio di competenza, sulla base del quale è necessario che ogni costo e ogni ricavo siano correttamente legati al periodo di esercizio. Senza un esempio, si corre il rischio di non capirne un’acca. Se un cliente noleggia un’autovettura per otto mesi e firma il contratto nel mese di settembre 2016, ma pagherà l’intero importo nel mese di aprile del 2017, il calcolo del ricavo, in bilancio, viene suddiviso in due periodi: il quadrimestre settembre-dicembre 2016, che rientra nell’utile d’esercizio chiuso il 31 dicembre 2016, e il quadrimestre gennaio-aprile, che rientrerà nell’utile d’esercizio che si chiuderà il 31 dicembre 2017.


Tornando a discutere le categorie famose del bilancio, cioè attività e passività, famose proprie perché si trovano spesso, la prima cosa da fare è dare un’occhiata allo stato patrimoniale soprattutto per chiarire un aspetto. L’imprenditore non possiede solo ciò che è tangibile; anche un brevetto fa parte del patrimonio d’impresa, come ne fa parte un pacchetto azionario. Le immobilizzazioni, che rientrano nelle attività, non sono solo materiali: ciò che conta è che siano beni durevoli. I macchinari, sicuramente, lo sono. Tra le attività dello stato patrimoniale includiamo anche l’attivo circolante, i possibili ratei ‘positivi’, per così dire, e le scorte di magazzino, che costituiscono capitale a tutti gli effetti, anche quelle invendute.

Non ci vuole un ingegno raffinato per capire dove collocare i debiti, accolti a pieno titolo tra le passività, dove troviamo pure fondi per rischi e oneri e TFR. La differenza tra attività e passività determina il patrimonio netto.

La vita vera dell’azienda, tuttavia, si conosce con il conto economico perché, essendo un documento scalare, indica un resoconto dell’andamento degli ultimi 12 mesi: per metafora, possiamo dire che lo stato patrimoniale è una fotografia, mentre il conto economico è un video, in cui il reddito è misurato in modo concreto sulla base di costi e ricavi.


Prima di concludere questa rapida incursione nel bilancio, è decisivo, a nostro avviso, spendere qualche parola per il concetto di ammortamento. Nel linguaggio comune, infatti, questo termine viene sempre associato con debiti e rate e genera preoccupazione e allarme. Nel bilancio, invece, gli ammortamenti svolgono una duplice funzione, economica e patrimoniale, consentendo così all’azienda di sottrarre la quota del fondo d’ammortamento al costo storico patrimoniale e riducendo la pressione tributaria. In pratica, grazie a quelle tabelle che vediamo nel documento di bilancio, un macchinario acquistato per i processi produttivi non è solo una spesa, ma, in quanto costo, determina anche l’abbattimento del reddito imponibile. Se il bene strumentale è costato 1 milione di euro, questo va inserito nell’attivo dello stato patrimoniale, laddove il costo ripartito tra gli anni dell’ammortamento finisce direttamente nel fondo di ammortamento. Nel tempo, la voce dell’attivo diminuirà e la voce del passivo crescerà, così da ridurre la somma da versare al fisco.

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