sabato 1 ottobre 2016

FOSCOLO RISPONDE 
AI POLITICI E AI CERCATORI DI TENDENZE

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Lasciarsi sedurre da una trama narrativa o dalla genesi d'un'opera, scimmiottarne il ritmo e dirsi commossi e perfino partecipi dello spirito che l'ha istruita e animata costituiscono atti d'una violenza prossima a quella sperimentata da un omicida seriale a scapito d'avventori incolpevoli e inconsapevoli, privi d'ogni possibilità di difesa. Ogni sentimento generico e le sue appendici sono un crimine contro l'umanità e, in particolare, contro la letteratura. Lettura, critica ed esaltazione d'un testo, poesia o romanzo, hanno in comune con la storia solamente le metamorfosi del farisaismo e del tradimento, modi pilateschi per 'lavarsi le mani' e apparire degni e meritevoli di plauso. Se non fosse maturato questo allarmante contrasto, in filosofia non sarebbe stata ammessa l'antitesi: l'uomo è un elemento della natura che agisce contro natura. Così, nasce il parassitismo intellettuale, che, a propria volta, causa maligni e insanabili bubboni: il 'citazionismo' per frammenti, versi e aforismi, il cui significato originario, il più delle volte, è annientato e smarrito e, con esso, è annientata e smarrita la sofferta genitura.  Ci si appropria dell'epifenomeno, che è solo un piccolo figlio, un bambino confuso; si trucida il padre sotto lo sguardo di lui. 

Foscolo fu un capitano combattente, aveva il diritto di raccontare il dolore della sconfitta e della guerra; Vittorio Sereni, un esempio del nostro tempo, oltre che poeta, fu un ufficiale di fanteria, prese parte alla seconda guerra mondiale e conobbe la dimensione della prigionia; Goethe fu funzionario ministeriale e grande protagonista della politica internazionale del proprio tempo; Pitagora non fu da meno, se si pensa al movimento politico-sociale originatosi dalle sue prette iniziative; ed è evidente che potremmo insistere nel documentare le testimonianze. 

Com'è possibile immaginare di farsi autori d'una realtà che non si conosce? Chi ha diffuso la zizzania dell'intellettuale avulso dalla società e dagli eventi che la caratterizzano? S'è trattato, verosimilmente, d'un tentativo posticcio e mefistofelico di compensare lacune individuali proiettando sugli eponimi il bisogno di riscatto. 

Il Trattato di Campoformio, che troviamo tra le righe di Jacopo Ortis, è allora - direbbero i greci della koinè attica - archè e stoichèion, cioè principio ed elemento d'un'esistenza di spesa in carne e sangue e non in postulati o nobili stilemi della convivenza estetico-esornativa. Non è sufficiente l'impulso ideale per dire di esserci, a meno di voler spazzare via con la chiacchiera e il pettegolezzo la storia del sacrificio, quella dei martiri e degli eroi autentici. 


Oggi, la scena comica e beckettiana è quella di chi si dedica alla raccolta di opportunità e tendenze e denuncia l'assenza di libertà in qualità di paladino e campione di proclami senza fede. Nella politica italiana, neppure il cinguettio degli uccelli di Aristofane avrebbe garantito allo spettatore una resa migliore di quella che ci viene servita di ora in ora e di cui si può solo ridere a crepapelle. La presunta destra liberale forse non sa più d'essere nata cavouriana e, sicuramente, si vergogna di dire in giro che i suoi successi provengono dai grandi proprietari terrieri, i quali, un tempo, riuscirono pure a risanare il bilancio dello Stato. Di conseguenza, giocano a fare i socialisti e si sputtanano con finte campagne referendarie e, addirittura, riproponendo interventismo e welfare. La sinistra è ben lontana da qualsiasi proposta di welfare e troppo abile a stare a destra. Entrambi gli schieramenti rielaborano con patetica malinconia le massime e i proverbi dei propri fondatori, che molto probabilmente non hanno neppure studiato sui banchi di scuola, benché, come nella grande tradizione freudiana, i totem siano stati uccisi già da tempo. Da ultimo, insorgono i demagoghi, che non avendo mai avuto padre e madre, non sono stati neppure educati al consesso civico-repubblicano e si limitano a replicare i cri cri dei grilli. Il suono dell'onomatopea rinvia a qualcosa di bucolico, cosicché lo si può seguire, è melodioso e godibile, ma anche, irriconoscibile e pericoloso. A furia di andare 'a orecchio', non si trova più la via di casa, com'è accaduto agli assessori al bilancio del Comune di Roma.

Se si è disposti a fare un ulteriore sforzo di approfondimento, ci si avvede che i social network, fatte le debite eccezioni, rispecchiano questo disagio, laddove si rilevi una tale quantità di citazioni e aforismi che non si può non inquietarsene: o il popolo italiano s'è indottrinato in massa, studiando e ristudiando giorno e notte, o anche i cercatori di tendenze sono intrappolati nella litania della cantatrice calva. 


Dov'è il pensiero pensato? Ovverosia, in altri termini: quali sono le opere dalle quali i poeti del web 2.0 e i vassalli della comunicazione parlamentare sono rappresentati? 


<<Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione e lo so: ma vuoi tu ch'io per salvarmi da chi m'opprime mi commetta a chi m'ha tradito? (...) Or dovrò io abbandonare questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani col sangue degl'italiani (...) Poiché ho disperato della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de' miei padri.>>





FOSCOLO, U., 1802, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Newton Compton, 1993, Roma 

4 commenti:

  1. Interessantissima la tua analisi Francesco, molto lucida e puntuale rispetto a temi e riflessioni su cui torno costantemente per cercare di uscire viva e vegeta dal magma comunicativo da cui siamo avvolti e condizionati. L’utilizzo della lingua per esempio, strumento primario per capire l’andamento sociale di un paese e la sua evoluzione-involuzione: se ci fermiamo ai titoli per esempio, gli slogan, gli enunciati di leggi, campagne, proposte o altro, è abbastanza chiaro come questi siano del tutto inadeguati, vuoti, effettivamente mancanti rispetto alle urgenze e necessità reali del cittadino e dunque mancando la sostanza si tenta di sopperire con un lavoro di forma degli stessi, della lingua. Dunque slogan altisonanti, ad effetto, che colpiscono, che in un modo o nell’altro arrivano all’uditore. Mi vengono in mente le formule “buona scuola”, “jobs act”, lo stesso utilizzo della locuzione “fertility day” come summa, come se lì, in quel solo titolo potesse individuarsi inizio e fine del problema e sua risoluzione, ammesso che vi sia un problema e ammesso di aver capito quale sia. E così via, cito questi in quanto i più recenti e primi che mi vengono in mente. Senza addentrarmi nell’utilizzo di armi come il politichese nel suo insieme, tutto finalizzato a distorcere la sostanza e natura dei problemi concentrandosi sulla forma del discorso, sulla sua spesso vuota esteriorità.
    Insomma i nodi di un paese si ritrovano ed esplicano sempre all’interno del linguaggio: nella sostanza dei contenuti di questo quando ci sono o - in sua assenza - nell’insistenza sulla forma.
    In Italia mi sembra chiaro quale delle due modalità sia ampiamente utilizzata come strumento e dunque torniamo per esempio al riferimento alla chiacchiera che tu fai: ricordo come il grande Marc Augè abbia ben sottolineato che, al netto di tanto esercizio e fatica tecnologico-virtuale la nostra non sia nient’altro che l’epoca delle chiacchiere.
    Non so se sono riuscita a spiegare il mio punto di vista, è un po’ limitante e complesso farlo in poche parole e tu tocchi tanti aspetti per me ultra interessanti comunque approfondiremo e grazie ancora per i tuoi validissimi spunti e riflessioni. Ciao!

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    1. Valentina, il tuo intervento è quanto mai pertinente ed elegante; designare il linguaggio come focus della politica e della comunicazione significa istruire una sana requisitoria esistenziale e storiografica. Il sistema della lingua, infatti, ci può rivelare ciò che lo sguardo non trattiene, ciò che non si racconta o per negligenza o per ignoranza. Si è creato, in pratica e dal mio punto di vista, un discorso illusorio, un modus linguistico del limite e della lontananza, qualcosa di neutrale grazie al quale tutti possono prendere parte alla scena, senza tuttavia assumersene la responsabilità. Sul web diventano tutti poeti, scrittori e manager, mentre in politica basta urlare nelle piazze per ricevere consensi. La rivoluzione della comunicazione forse sta involvendo: ci si accultura per aforismi e citazioni; non ci si incontra e si abbandona agli spazi virtuali ogni opportunità d'interazione; si lascia sempre più spazio a delle entità oscure sovranazionali e informatiche. Dunque: eros, conoscenza e informazione si approssimano alla scomparsa.

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    2. Effettivamente è così, così vivo e sento anch'io l'intera questione. E' un piacere ritrovarsi e poterne discutere, ampliando di un po' visione e portata degli argomenti. Grazie ancora.

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