sabato 22 ottobre 2016

ASSORTO IN PENSIERI SUBLIMI, 
CADE IN UNA BUCA E MUORE

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Convincersi che gli antichi pensatori fossero dediti al vagabondaggio interiore, avulsi dalla società civile e rinchiusi in un mondo magico ed estatico è un vizio intellettuale che spesso, originandosi dai banchi di scuola, sconfina nella patologia comunitaria. L’uomo contemporaneo non possiede il senso della misura e delle grandezze.  A furia di cercare ideali che lo rappresentassero e forme che lo trascendessero, egli è scomparso dietro il sipario delle grandi geometrie analitiche. 



Sulle prime, era sufficiente raccontare agli scolari che Talete, intento a guardare le stelle, fosse caduto dentro una specie di buca. Nel tempo, l’aneddoto non è più bastato, ha perduto vigore espressivo e narrativo: colui che inciampò era un filosofo, ma colui che notoriamente inciampa o è uno stupido oppure è una divinità perché la ripetizione ossessiva diventa un metodo per assimilare qualcosa il più in fretta possibile, liturgia. 

Dio – si dice nelle religioni – è in mezzo a noi e lo è perché non è semplicemente narrato, ma è quotidianamente e liturgicamente rappresentato; pertanto, Egli non ha più tempo, non è lontano. Il Cristo del Getsmani, se non fosse stato trattato opportunamente dagli evangelisti, sarebbe stato giudicato come un uomo affetto da schizofrenia paranoide. Così facevano i politeisti greci, servendosi ora di Atena ora di Eros o dello Zeus fecondatore. Fa eccezione, non a caso l’ebraismo, che non nomina né usa Dio, fuorché attraverso le Leggi, di conseguenza la sua rappresentazione appartiene sempre al tempo a venire. La buca di Talete è sempre stata una metafora per configurare i modi dell’elevazione e occultare le stesse opere di quegli uomini, presocratici e non, matematici e poeti, che, invece, avevano un grande senso pratico. In sostanza, nella buca taletiana è caduto l’intero pensiero occidentale, a causa di mastodontico errore dell’ermeneuta e del docente. 


<<Quel che manca al pensatore occidentale e che proprio a lui non dovrebbe mancare è appunto questo: la coscienza della relatività storica dei suoi risultati (…)>> scrive Oswald Spengler. Quando un’immagine – buca o fiume dove non passa due volte la stessa acqua – non è più sufficiente, allora compaiono dal nulla le pretese di validità universale e la storia diventa la metamorfosi di un bisogno. Per quale motivo la Roma dei Cesari è sempre stata esaltata? Essa era davvero un modello di politica interna ed estera inimitabile o ha avuto la meglio sugli avversarsi unicamente a causa della loro incapacità e della loro debolezza? A distanza di parecchi secoli, quando si fanno i grandi proclami contro la corruzione, si ha davvero sdegno della corruzione o si coltiva solo lo sdegno per la propria incapacità di raggiungere grandi risultati anche al costo della corruzione? Tutti i grandi processi di inferenza sono inequivocabilmente falsi. 

Nell’attuale presente storico, più che mai, non esiste il senso compiuto e reale del limite, che, al contrario, Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Pitagora e gli stessi sofisti conoscevano bene: essi, oltre a essere seriamente indaffarati in attività sociali, politiche e commerciali, sperimentarono il numero non già come qualcosa di astratto, bensì come espressione autentica di una grandezza concreta. Eppure qualcuno, in modo mefistofelico, non ha fatto altro che traviarne il messaggio. Chi mai ha potuto violare la primigenia natura di quel pensiero greco-arcaico? Talete, per esempio, molto probabilmente, fu il primo uomo a mettere in pratica il metodo di profitto dei derivati finanziari, vendendo in inverno, sulla base di previsioni e promesse, il raccolto delle olive, che si sarebbe ottenuto solo nei mesi successivi. Questo aneddoto non è stato mica ricuperato da chissà quale storico della filosofia, ma è riportato nella Politica di Aristotele, l’altro grande ‘teoretico’, che ebbe comunque il ruolo di educatore, quello di consigliere politico, quello di docente et similia


Oggi, si legge addirittura, da più parti, che, grazie a Platone, è giunto fino a noi il concetto di illusione, che troverebbe origine nel mito della caverna; tuttavia si tratta di castronerie bell’e buone. Il sostantivo idea, in greco, ha una radice (id-) comune a quella del verbo vedere e va tradotto correttamente con visione: visione non ha niente da spartire con illusione o, meno che mai, con astrazione. La visione del mondo greco era misurabile. Lo era per Platone, Archita, Eudosso et alia. Lo spiritualismo cieco e incolto è una forma perversa di autoerotismo di massa. Spengler scrive: <<Per lo spirito antico fra 1 e 3 esisteva un solo numero, per quello occidentale ve n’è una quantità indefinita.>>. Comprendere la differenza tra il calcolo infinitesimale e la concretezza euclidea non vuol dire scegliere l’una o l’altra delle due scuole, ma significa capire che ogni slancio verso l’infinito non implica affatto una separazione dal corpo, da ciò che si vede e si tocca. Bisogna attendere Nicola d’Oresme, Cartesio e Fermat per osservare la prima rappresentazione di quello spazio entro il quale i cattivi interpreti occidentali hanno gettato le fondamenta dell’errore e seguire Pascal per imboccare la via del non-ritorno. Gli uni concepiscono un sistema di identificazione delle grandezze mediante i pluridecorati assi cartesiani, che, pur appartenendo alla dimensione dei numeri reali, separano punti, numeri e curve dalla loro vitale utilità, mentre l’altro li trasforma in proiezioni e probabilità. Il guaio è dato – sia chiaro! – non già dalla dottrina, ma dal distacco tra la dottrina e la realtà. 

Chi non è avvezzo a queste letture è persuaso che esse non potranno mai influenzare il comportamento particolare degli individui viventi; non si accorge che neppure i grandi fenomeni socio-economici sono sostenuti e portati avanti a lungo da queste correnti sotterranee, le quali, incontrastate, finiscono con l’invadere lentamente ogni interstizio delle aggregazioni civili. L’inconsapevolezza del numero e dei suoi limiti ha privato l’uomo occidentale di partecipazione autentica all’economia, alla politica, alla vita, lasciando che altri decida sempre per lui perché altri è ben rappresentato dalla trascendenza e dalla superiorità: lo si può lodare o condannare, senza correre alcun rischio. L’uomo occidentale, svampito e assorto nei pensieri sublimi, è caduto in una buca ed è morto. L'uomo è morto, non Dio (...come si disse!), che, invece, è 'risorto'.


2 commenti:

  1. Sai che ti leggo da un po'. E continuo a leggerti perché, con piacere, ogni volta trovo conferma che debbo rileggerti più volte per comprendere il senso delle parole. E non sempre ci azzecco. E non sempre ci troviamo d'accordo. E, a volte mi capita d'avvertire, d'avere un atteggiamento polemico non utile al tema aperto. Quello che ho appena letto m'é piaciuto e credo lo rileggerò presto, anzi lo vado a rileggere subito. Ciao e grazie!

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    1. Caro Vincenzo, ciò che tu scrivi rappresenta l'unico vero senso possibile della scrittura, che, a mio avviso, può svilupparsi come segue: ideazione e stesura, compartecipazione, relazione, rinascita. Si tratta di fasi conviviali che costituiscono la ragion d'essere dell'opera intellettuale. Dunque, grazie perché la tua presenza è compresenza, è conferma della mia esistenza umana e scientifica.

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