venerdì 2 settembre 2016

L’OPA

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

L’acronimo in questione si esplicita in Offerta Pubblica d’acquisto e implica, in genere, una possibilità considerevole di compravendita all’interno dei mercati regolamentati. Sia chiaro: non è un’OPA quell’offerta che è rivolta a un paio di soci che abbiano un capitale di poche migliaia di euro! 150 soggetti e 5 milioni di euro ne sono, infatti, le condizioni d’esistenza. È appena il caso di sottolineare che questa operazione è caratterizzata da un passaggio di denaro e non di titoli in modo che essa possa essere distinta dall’OPS (Offerta Pubblica di Scambio) e dall’OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio). Siccome, come si suol dire, non è tutto oro quello che luccica, il Consiglio di Amministrazione della società che diventa oggetto di un’OPA può mostrarsi anche contraria, sebbene, agli effetti della normativa vigente, non sia possibile mettere in atto strategie per ostacolare l’Offerta, specie se questa è formulata nel rispetto delle regole. Nel caso di posizione sfavorevole, si dice che l’OPA è ostile; diversamente, essa è consensuale.


L’ente cui spetta il compito di vigilare sul corretto svolgimento di queste operazioni è la CONSOB, la quale deve essere informata anzitempo tramite apposita comunicazione dell’intenzioni dell’offerente, così da sottoporle ad adeguata valutazione. Tale comunicazione viene comunque resa pubblica. L’offerente è, infatti, obbligato per legge a darne notizia dettagliata, tuttavia gli stessi destinatari dell’offerta sono tenuti a pubblicare il proprio giudizio in merito.

L’offerta è irrevocabile. E inoltre, quando un soggetto, anche in compartecipazione, raggiunge il 30% del capitale ordinario della società, l’OPA diventa obbligatoria. Esso cioè è ‘costretto’ a formularla.

Allo stesso modo in cui esiste un’Offerta Pubblica d’Acquisto, così esiste un’Offerta Pubblica di Vendita (gli OPV), che forse è più famosa della precedente per via dei processi di privatizzazione che hanno fatto nascere un rapporto tra il cittadino e le aziende di Stato.


A questo punto, non si può fare a meno di dedicare qualche riga all’ente grazie al quale tutti questi acronimi funzionano: la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, già introdotta anch’essa con l’acronimo CONSOB. È indubbiamente figlia di una volontà legislativa e, in parte, esecutiva, relativamente breve. Nata nel 1974 con apposita Legge (7 giugno, n. 216), ha raggiunto la piena maturità solo nei prima anni novanta, allorché vennero conferiti a essa taluni specifici poteri di controllo sull’operato delle Società d’Intermediazione Mobiliare (SIM). Il suo lavoro quotidiano consiste nel garantire la totale trasparenza e la difesa dei risparmiatori, indagando, per esempio, sul più frequente tra i reati commessi dai traders: l’aggiotaggio. Nell’ultimo decennio, come tutti i soggetti – fisici o giuridici – che entrano a far parte della scena finanziaria, è stata oggetto di critiche feroci e – perché no? – talvolta anche sconclusionate e impertinenti e secondo le quali la sua totale autonomia rispetto al Tesoro, da cui proviene, è eccessiva, ma questa è la norma.

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