venerdì 9 settembre 2016

LE AGENZIE DI RATING

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting) 

Che cosa succede, se si mette una volpe a guardia di un pollaio?


L’avanzamento di questo lavoro non prevede, di solito, soste critiche presso aree di conflitto perché l’obiettivo è sempre quello di restituire alla trasparenza l’inarrivabile linguaggio della finanza o, per lo meno, quello di creare delle zone neutrali di confronto diplomatico. Tuttavia, quando l’oggetto dell’approfondimento è costituito dalle Agenzie di Rating, si è costretti a fare qualche eccezione. A tal proposito, prima di delimitarne l’operato, ci dedichiamo a qualche premessa storica, che, sulle prime, potrebbe sembrare anche inadeguata.

Nel 2008, le Agenzie di Rating avevano assegnato valori positivi alle obbligazioni legate ai mutui subprime. Oggi, sappiamo che ‘quel’ mercato immobiliare fu risucchiato da una vera e propria cloaca finanziaria.

In quello stesso periodo, fallì la più grande e antica banca d’affari del mondo, la Lehman Brothers. Ebbene? Le Agenzie di Rating, poco prima, ne avevano garantito la solidità con voti piuttosto elevati.

Che dire del caso Parmalat, di cui peraltro s’è già parlato in precedenza? Anche in quel caso, le Agenzie di Rating, avevano giudicato la holding con particolare generosità.


A questo punto, vien fatto di chiedersi: - Cosa sono e qual è il loro compito? - Si tratta di società private: questa affermazione appartiene alla categoria dell'ovvietà, ma è una di quelle frasi che, a nostro avviso e in queste circostanze, deve essere sottolineata con vigore. Perché? Perché non di rado sono ‘più che partecipate’ dalle multinazionali, che ne finanziano l’attività. Il loro compito consiste nel dare giudizi, attraverso studi e ricerche, sulle società che emettono titoli e sugli stati, costituendo così un termine medio tra gl’investitori e il mercato stesso, composto da imprese, banche e stati. I giudizi, cui ormai la gente è abituata almeno ‘per sentito dire’, sono espressi per lo più in lettere: dalla tripla A (AAA), il massimo in termini di solidità e solvibilità, alla D, che indica la prossimità al fallimento.


Quando, tuttavia, si tenta di capire come esse ottengano il profitto per l’attività che svolgono, allora la sosta critica presso l’area conflittuale si fa obbligatoria e improrogabile. Attenzione: il problema sta non tanto negli errori commessi, quantunque grossolani, quanto piuttosto nel metodo con cui perseguono il fine economico! Le aziende, infatti, pagano per essere analizzate e giudicate; il che configura la risposta alla domanda d’apertura: se mettiamo una volpe a guardia del pollaio, non possiamo di certo sperare di trovare i polli integri. La biofisiologia del regno animale non genera anomalie: questa è la catena alimentare. Allo stesso modo, non si può pretendere che le Agenzie rinuncino a guadagnarsi da vivere. Si può obiettare dicendo che, nel caso del primate umano terricolo, l’uomo, dovrebbe subentrare la deontologia; il che è sacrosanto; ma, a quanto pare, anche la deontologia ha un prezzo, giacché le A distribuite da Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s, le più note e ricche al mondo, hanno portato in rovina parecchi investitori. Il meccanismo è evidentemente disfunzionale. Il ruolo d’intermediarie a esse conferito dal mercato stesso e non da un Parlamento sovranazionale o da un qualche esecutivo, spesso, si trasforma in insanabile conflitto d’interessi.     

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