sabato 10 settembre 2016

L'AUTOANNIENTAMENTO OCCIDENTALE

#linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Ogni buon proposito che occulti o trascuri le esigenze particolari della nostra specie contiene qualcosa di malevolo, una sorta di maleficio intellettuale ordito contro quella stessa umanità che si tenta stupidamente di esaltare. Il più delle volte, gli atti d'esaltazione sono istruiti dall'inconsapevolezza, non altrimenti che se l'ispirazione provenisse dagli archetipi del pensiero collettivo, dall'oscura forza dell'abitudine. È proprio dell'uomo occidentale collocare i fatti e gli eventi nello sfondo di un mito, così da glorificare le proprie origini, sconfiggere il timore dell'oblio, ricompensarsi per delle fatiche di cui non ha la misura. Il nostro calendario, come fa notare Oswald Spengler, ne Il tramonto dell'occidente, opera da cui è tratto il frammento che segue, è segnato, anch'esso, dalla trasfigurazione e dalla divinazione: prima e dopo Cristo è concepito e vissuto il nostro tempo, non già secondo i bisogni, i trionfi o le disfatte degli uomini. Allo stesso modo, con la lezione greco-classica, abbiamo imparato, docili e ubbidienti, a scimmiottare le prodezze di eroi che ricorrevano agli dei per portare a compimento le proprie imprese: o perché ne erano figli o perché ne erano confidenti. Di volta in volta, un Achille o un Ulisse si sono 'incarnati' in un Alessandro Magno o in un Giulio Cesare. Il pensiero occidentale ha annientato la propria storia universale nel tentativo di universalizzarla: non perché manchi il modello esemplare, ma perché se ne sono cancellate la tracce. Lo stesso Cristo osannato non è mai stato rispettato; è stato sottratto alla vita, al proprio impegno esistenziale, ai propri sentimenti e, soprattutto, al proprio ruolo magistrale per essere smaterializzato a beneficio dei desideri altrui, sebbene sia inaccessibile l'identità di questo 'genitivo d'appartenenza'. Lungo questo itinerario di smaterializzazione e consuetudine d'annientamento, finiamo coll'essere suddivisi in categorie geo-attitudinali e 'raccolti' in esse senza vita: arte, politica, umanità, fede, amore e così via... Sono vuote entità linguistiche, illusioni storiche, che non interpretiamo, se non come deuteragonisti. 

<<(...) Ognuno ritiene di poter individuare nella contingenza dell'oggi gli 'inizi' di una qualche 'ulteriore evoluzione', lineare e meravigliosa, non perché essa sia provata scientificamente, ma solo perché corrisponde a quel che si desidera (...) Ma l'umanità non ha alcuno scopo, alcuna idea, alcun piano, così come non lo ha la specie delle farfalle o quella delle orchidee. 'Umanità' è o un concetto zoologico o un vuoto nome. Si bandisca questo fantasma dal dominio dei problemi storici della forma e allora si vedrà apparire una sorprendente dovizia di vere forme. Qui regnano una sconfinata ricchezza, una profondità e una dinamicità della realtà vivente finora nascosta da parole d'ordine, da aridi schemi, da 'ideali' personali. Invece della squallida immagine di una storia mondiale lineare, cui ci si può tenere solo se si chiudono gli occhi dinanzi alla massa schiacciante dei fatti, io vedo una molteplicità di civiltà possenti, scaturite, con una forza elementare dal grembo di un loro passaggio materno, al quale ciascuna resta rigorosamente connessa in tutto il suo sviluppo: civiltà, che imprimono, ciascuna, la propria forma all'umanità, loro materia, e che ciascuna una propria idea e delle proprie passioni, una propria vita, un proprio volere e sentire, una propria morte.>>

SPENGLER, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes, trad. it. di J. Evola, 1978, Il tramonto dell'occidente, Ugo Guanda Editore, Parma.

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