lunedì 5 settembre 2016

L'AGGIOTAGGIO

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Secondo l’articolo 501 del nostro Codice Penale, è il reato commesso da chi tenta di ottenere ‘un rialzo o un ribasso fraudolento dei prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio’. Ogni definizione, tuttavia, non è sufficiente a garantire l’avvio di un completo processo di apprendimento perché esclude da sé i particolari e costringe il lettore a un’opera di costante deduzione. E inoltre, nel caso in specie, la quantità di particolari prevale sulla definizione stessa.


Il primo elemento da prendere in considerazione, quando si parla di aggiotaggio, è costituito dall’informazione, la quale è la premessa sostanziale del reato. I mercati finanziari, infatti, sono dominati da alcune specifiche competenze informative, che adesso tentiamo di disporre in una sorta di elenco: 1) possedere l’informazione: si tratta del fenomeno dell’asimmetria, grazie al quale chi conosce ciò che ad altri non è noto può speculare in modo spregiudicato; 2) leggere e interpretare l’informazione: pur non essendo in possesso di chissà quale notizia asimmetrica, è possibile svolgere un’analisi talmente accurata dei dati divulgati da scoprire manovre e strategie; 3) diffondere l’informazione: in questo caso, il confine tra il lecito e l’illecito si assottiglia parecchio perché manager esperti, shareholder, insider et alia sono spesso in grado di manipolare la notizia, nasconderla o adombrarla con metodi piuttosto sofisticati, a tal punto da renderne impossibile la decodificazione. In teoria, la partecipazione ai processi di compravendita dovrebbe essere animata dalla trasparenza e fondata sull’obiettività dei dati diffusi, ma sappiamo bene che le cose non stanno così per esperienza anche indiretta.

Nella vita di tutti i giorni, non è semplice imbattersi nei tentativi di alterazione dei prezzi a scopo di frode, ma, volendo forzare la dimensione degli esempi, possiamo costruire qualcosa che abbia caratteristiche di verosimiglianza. L’ipotesi ‘malsana’ è la seguente: un giorno, dopo aver deciso di festeggiare un anniversario in casa assieme a un nutrito gruppo di vecchi amici, ci rivolgiamo a un tizio che svolge servizio di catering, il quale, sul web, ha fatto pubblicità di prezzi molto convenienti. Il ‘commerciante’ ci chiede un acconto pari a un terzo del servizio, acconto che noi paghiamo. Arriva il giorno dell’anniversario, i commensali sono tutti presenti e pronti a strafogarsi di cibo, ma, nonostante il notevole ritardo, della consegna del cibo non si ha notizia, tanto che siamo costretti a improvvisare una spaghettata. Scopriamo solo qualche giorno dopo che quella struttura ristorativa era in bancarotta, ma noi non ne siamo stati informati. Il tizio, dopo avere operato allo stesso modo con tanti altri malcapitati come noi, s’è dato alla macchia coi nostri soldi. Egli, in sostanza, ha fatto credere di avere un’azienda in buona salute così da attirare clienti al fine di ingannarli, poco prima del default. Il reato che ci riguarda più da vicino è indubbiamente legato alla notizia falsa, a causa della quale abbiamo tenuto vuoto lo stomaco dei nostri amici e abbiamo dovuto spendere sicuramente più del previsto. Naturalmente, con la dovuta cautela – giacché mancano numerosi elementi –, possiamo dire di essere incappati in un caso di aggiotaggio.


Il peggiore e più famoso tra i casi ‘nostrani’ è quello di Parmalat, la cui tragedia non è di certo stata la mancata consegna di latte o derivati ai clienti. In pratica, Parmalat e le società a essa collegate non facevano altro che comunicare agli investitori e al mercato di possedere un’elevata quantità di denaro, laddove, al contrario, era indebitata e, di conseguenza, prossima al collasso. Questi fenomeni di manipolazione passano non solo e non già attraverso le varie forme di comunicazione, bensì anche e soprattutto dall’alterazione dei bilanci, dove si trovano gl’indici di solidità e solvibilità. Perché accade qualcosa di simile? È evidente che l’investitore medio, convinto delle buone performance di un’azienda, può acquisirne azioni e obbligazioni, titoli che, nel caso in questione, intorno agli anni novanta, erano tossici, cosicché chi ne era possessore generava liquidità per Parmalat & Co., senza ottenere alcun rendimento. Parmalat, ovviamente, non era un servizietto di catering, ma era gestita da una holding, la Parfin, ed era presente in più di cento paesi; il che la dice lunga sul valore della frode. C’è da considerare inoltre che, nella devastante macchinazione, erano coinvolte le banche, tra le quali spiccava Bank of America, responsabile, a propria volta, di avere omesso dati importanti sulla Bonlat, una società controllata dalla Parfin e con sede – guarda caso! – alle isole Cayman.

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