venerdì 16 settembre 2016

LA BILANCIA DEI PAGAMENTI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Nella breve storia della nostra Repubblica Parlamentare, siamo stati abituati – per un grossolano errore del sistema scolastico, almeno dal nostro punto di vista – ad attribuire allo Stato un ruolo familistico, non altrimenti che esso fosse la proiezione tutoriale dei nostri bisogni e dei nostri desideri. È così che si sono diffuse, a livello popolare e non solo, frasi come ‘lo stato siamo noi’ o ‘l’impiego pubblico è una garanzia’ et similia. Nel primo periodo repubblicano, molto probabilmente, per esigenze di costruzione dell’identità nazionale, era necessario che lo Stato cominciasse a farsi valere con forme più o meno ampie d’interventismo e propaganda assistenziale, dal momento che l’autorità può esprimersi unicamente se i consociati riconoscono a essa l’autorevolezza. Non ci si è resi conto che un sistema siffatto, già sul nascere, era debole, giacché non alimentava alcuno scambio autentico tra i cittadini e il territorio. Se è vero, infatti, che l’anima d’una nazione è il cittadino, è altrettanto vero che la nazione non è un’entità statica o priva di vita; non si può prelevare da essa energia, senza pensare al possibile esaurimento della fonte.


Qualcosa di simile accade in quella famiglia in cui i figli pretendono che il padre soddisfi tutti i loro bisogni oltre ogni limite di tempo. In psicologia, si parla di fase di svincolo, quando si vuole designare l’età di quel giovane adulto che dovrebbe separarsi dalla famiglia d’origine per guadagnare autonomia socio-economica e comportamentale. In taluni casi, l’assenza o un ritardo eccessivo di una fase di svincolo possono addirittura trasformarsi in vera e propria patologia.

Tra il popolo italiano e lo Stato non è ancora giunta a maturazione un’autentica fase di svincolo; la qual cosa impedisce agli uni di cominciare a conoscere la funzione ‘stato’ e all’altro di svolgere appieno il proprio compito. Fino a quando non si inquadrerà tale ‘funzione’, ovverosia fino a quando il cittadino medio si rifiuterà di accettare che lo Stato deve essere trattato come un’azienda con un tipico know-how, una mission, un certa attività di marketing, uno specifico bilancio et cetera, fino a quando non si avrà questa cultura, sarà difficile capire il funzionamento della Bilancia dei Pagamenti o perché il debito pubblico talora sia utile o, ancora, i motivi della filiazione euro-comunitaria.

Che cos’è, dunque, la Bilancia dei Pagamenti? È un documento economico e finanziario, redatto dalla Banca d’Italia sulla base dei parametri formulati dal Fondo Monetario Internazionale, con il quale si registrano tutte le transazioni in beni, servizi e attività finanziarie che si realizzano tra l’Italia e l’estero. Non a caso, molto spesso, si sente dire che il rapporto tra importazioni ed esportazioni determina una variazione della Bilancia dei Pagamenti. Nel tentativo di semplificare un meccanismo complesso e, talvolta, irriducibile, si può dire sicuramente che il metodo utilizzato per ‘far di conto’ è quello che prevede il computo equilibrato di entrate e uscite, ma è appena il caso di avvertire il lettore che il riferimento alla partita doppia non è sufficiente a delimitarne l’area di significazione. E inoltre, in questo scritto, per dovere scientifico e umiltà, non ci stancheremo mai di rinviare il lettore a ulteriori approfondimenti, vista la natura della ricerca in questione. Le transazioni di cui si occupa il redattore della Bilancia dei Pagamenti vengono incluse sostanzialmente in due categorie o conti: il Conto delle Partite Correnti e il Conto Capitale; nel primo, sono ‘messe in bilancio’, per così dire, le operazioni che riguardano beni e servizi, mentre, nel secondo, l’oggetto d’analisi è costituito da azioni, obbligazioni, derivati et cetera. In teoria, la Bilancia dei Pagamenti dovrebbe risolversi sempre in un pareggio, ma la teoria e la pratica finiscono con l’essere, nella maggior parte dei casi, l’una l’opposto dell’altra, altrimenti non si sentirebbe parlare quasi mai di disavanzo. Allo stesso modo, al contrario di quanto si racconta in giro, non è affatto vero che un paese importatore per tradizione sia sempre esposto al rischio di collasso del PIL o, viceversa, che un paese esportatore sia al riparo da eventuali crisi sistemiche.  Basta pensare che gli Stati Uniti sono per tradizione un paese importatore…


Ciò che riteniamo di dover sottolineare, a questo punto, è il valore fenomenologico – ci si conceda il termine! – di questo strumento, che non è solo un aggregato di numeri e formule, ma rappresenta il modus operandi di una mentalità da acquisire. Uno schema contabile talvolta può ‘dirci’ molto sulla vita di un paese e sul suo modo di essere, non è – e non può essere considerato – solo un incrocio tra crediti e debiti. 

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