sabato 24 settembre 2016

KANT E AUSTIN 
PER MINISTRI BUGIARDI E ACCUSATORI

#linee  #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

<<(...) I pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si ha qui l'insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico "innocente", che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico "mi congratulo", che l'azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così>>



Non ogni atto misero implica la miseria morale e sociale dell'attore, allo stesso modo in cui non ogni atto nobile ne sancisce la nobiltà d'animo. Di ciò, in effetti, quasi tutti siamo consapevoli; eppure accade sempre qualcosa di 'sconcertante': un tizio, per esempio, con un tweet, rivolgendosi all'esecutivo della Repubblica Parlamentare, scrive "bugiardi, delinquenti, arroganti".  L'immagine e la rappresentazione si svuotano di efficacia e forza fino a scomparire e, assieme a esse, il focus del discorso, l'intenzione si appiattisce sul bisogno di consenso, il contesto schiaccia grammatica e semantica, che si fanno presto elementari e ininfluenti. Nei termini della pertinenza della lingua, la funzione relativo-attributiva degli aggettivi viene annullata.

Dunque, l'accusatore, nel dire che "un ministro è bugiardo", assolve un dovere di partecipazione o si muove unicamente alla ricerca di un pensiero che ancora non esiste interamente e che le presenze d'un social network potrebbero finalmente generare? È subito evidente che, nonostante l'accordo sull'oggetto ministro tra l'avventuriero dell'accusa e i probabili interlocutori, ognuno può avere una propria idea di bugiardo, idea che, a propria volta, è espressione d'una trama della memoria individuale. La distanza tra i parlanti, a questo punto, cresce in modo inarrestabile attraverso moduli linguistici della compensazione o, in altri termini, a causa della coazione del linguaggio. Il soggetto tende a colmare i vuoti della propria identità o a nascondere la propria 'incapacità di competere' neutralizzando i significati del discorso, scegliendo una vittima da sacrificare. Infatti, tanto più ampia e fumosa è l'alea del giudizio, quanto più è semplice fare proseliti: se ne ricava un'area di libero accesso e compartecipazione; tutti ne sono membri indistintamente, ma 'nessuno sa dell'esistenza dell'altro'.

I personaggi più in vista della scena politica si prestano molto bene a questo gioco vizioso perché sono distanti da tutto e da tutti, rientrando nella trama del potere, che, per genesi, resta forte e inattaccabile nella lontananza. I grandi dittatori del recente passato, in realtà, hanno commesso errori gravissimi, non comprendendo che non è necessario limitare o abolire la libertà di parola per guadagnare autorità e autorevolezza. Al contrario, è sufficiente concedere quanto più spazio possibile alle spinte illusorie e demagogiche perché gli agitatori siano convinti d'essere liberi e promuovere chissà quale rivoluzione intellettuale. Diverso è stato il caso dei governanti angloamericani, astuti e competenti, i quali hanno sfruttato i bisogni linguistici dei popoli: 'sentirsi dire che...' vuol dire 'pensare si saper fare, poter fare...'. Il nemico ideale viene costruito con pazienza con uno specchietto per allodole.



John Austin, filosofo del linguaggio, ci serve questa schiacciante verità sul cosiddetto piatto d'argento, nell'apertura di questo contributo, affermando che <<l'insincerità è un fenomeno essenziale nel mentire>>, quand'anche questa insincerità non sia voluta, ma provenga dall'autopersuasione. Oggi, in Italia, stiamo osservando, più o meno consapevolmente, la parabola dei movimenti socio-politici che hanno fondato tutto sui moduli della compensazione e della coazione, traendo forza da un indeterminato ma seducente 'vaffanculo' di piazza, ma finendo col produrre una differenza 'schizoide' tra pensiero, linguaggio e azione.

La lezione di Kant, secondo il quale non è possibile, formulare giudizi sulle idee di Anima, Mondo e Dio, è stata terribilmente fraintesa anche dallo stesso Hegel. Certo, è chiaro che non si può pretendere che gli urlatori di piazza, che spesso non mettono al posto giusto neppure un congiuntivo, abbiano letto la Critica della ragion pura o della ragion pratica, ma non è affatto sconveniente un invito alla lettura. Di là dai dibattiti filosofici, la questione è 'cruda', se mi si concede l'aggettivo: Anima, Mondo e Dio - per dirla in parole povere - sono oggetti su cui si può dire tutto e il contrario di tutto. Pertanto: o diventano strumenti d'esercizio d'un potere infinito e pericoloso o occorre, per lo meno, mettersi d'accordo sull'uso degli aggettivi per convenzione. Non si tratta affatto di debolezza della ragione.



JOHN, J. L., 1962, How Do Things with Words, trad. it. di C. Villata, 1987, Come fare cose con parole, Casa Editrice Marietti, Genova.



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