mercoledì 7 settembre 2016

INDICI E PANIERI

Qualcuno, molto probabilmente, ricorda quel tempo, non meno di trent’anni fa, in cui i centri commerciali e gl’ipermercati non avevano ancora preso il sopravvento. All’epoca, di mattina, specie all’interno dei vecchi quartieri delle città, circolavano parecchi venditori ambulanti con un’ape car colma di frutta, verdura, uova, formaggi e tanta altra roba da portare sulla tavola. Le signore erano solite fare la spesa in questo modo: mercanteggiando a lungo col ‘trafficante di prelibatezze’ e utilizzando un paniere di vimini che riempivano alla bisogna. 


In fatto significati, la memoria d’uso e di costume popolare è di certo molto distante da quella dell’economia e della finanza; la qual cosa rende sempre più gravoso il compito di chi voglia tentare la costruzione d’un rapporto d’intesa tra l’uomo della strada e il ‘funzionamento del denaro’. Il denaro, infatti, ‘funziona in un certo modo’, non è un elemento di scambio statico. Questo ricorso al passato, allora, non è la conseguenza di un sentimento nostalgico; non si tratta d’una forzatura ludica; è anzitutto e per lo più una figura di collegamento perché, allo stesso modo in cui il denaro si spiega in una funzione d’uso, così pure la funzione d’uso del linguaggio può ricondurci ai meccanismi che regolano il mercato. Nessuno, naturalmente, osa dire che l’antico paniere fosse il predecessore di quello con cui si valutano i titoli, tuttavia gli economisti hanno scelto il termine paniere per un insieme di beni e servizi o, in altre circostante, di titoli, dal cui valore d’andamento medio essi, in genere, ricavano una valutazione. I pomodori, la lattuga e i formaggi delle nostre nonne non erano soggetti a quotazione giornaliera: è ovvio, ma ci permettono di avere una rappresentazione accessibile della realtà economico-finanziaria.

In sostanza, i titoli, per questioni di opportunità e convenienza, spesso vengono raggruppati sulla base del proprio valore all’interno di un paniere virtuale e, da ultimo, associati con un indice, ovverosia un numero che ne rappresenta l’andamento. In altri termini, gl’indici sono dei numeri coi quali si indica la variazione dei titoli di un paniere. Ogni giorno, se ne ha un rapporto più o meno dettagliato, consultando le pagine dedicate dei quotidiani o ascoltando un telegiornale, tanto che ciascuno di noi, anche senza possedere specifiche competenze, nel tempo, ha sviluppato una certa familiarità con essi.  Il più delle volte, si sa dell’esistenza del FTSE MIB, del DOW JONES, del NASDAQ, del NIKKEI et cetera almeno ‘per sentito dire’. Un primo dato da acquisire è il seguente: ogni indice costituisce una media, da intendere come andamento (rendimento).   


Il più importante tra gli indici della Borsa Italiana è il FTSE MIB, altro acronimo che, esplicitato, diventa Financial Time Stock Exchange Milano Indice di Borsa. Come si può notare, il nome proprio dell’indice è composto da due parti, una inglese, l’altra italiana; il che si spiega con la recente fusione avvenuta tra l’indice della Borsa Italiana, il MIB, e l’inglese London Stock Exchange. Esso, oggi, contiene le azioni delle 40 società italiane a maggiore capitalizzazione; in pratica, le più ricche. ENI, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Campari et al., non a caso, sono contenute nel FTSE MIB.


Un altro storico e illustre indice è il DOW JONES, porta il nome del proprio creatore, Charles Dow, e appartiene alla Borsa di New York. In questo caso, i colossi societari che ne fanno parte sono 30 e sono stati ribattezzati Blue Chip, veri e propri mastodonti dell’economia mondiale.


I vicini di casa d’oltralpe, da quasi trent’anni, si dedicano al CAC 40. Il numero accanto all’acronimo indica sempre il numero dei più quotati tra i titoli scelti per la formazione dell’indice presso Euronext Paris. CAC significa Cotation Assistée en Continue, vale a dire Quotazione Continuamente Assistita. La quotazione assistita implica un concetto la cui fruizione non è di certo immediata. In precedenza, infatti, s’è parlato di flottante descrivendolo come un insieme di azioni di cui possono usufruire gl’investitori pubblici nel mercato regolamentato. Il CAC 40 è oggetto di revisioni trimestrali sulla base di eventuali variazioni significative subite proprio dai flottanti. Si tende, in pratica, a ‘tarare’ e, di conseguenza, a correggere continuamente l’indice: un’OPA, per esempio, può influire sul meccanismo appena descritto.


I tedeschi, a Francoforte, adottano il DAX 30, acronimo che sta per Deutscher Aktien Index. Il 30, ancora una volta, indica le società con maggiore capitalizzazione. Le variabili d’analisi d’ogni indice – sia chiaro – non si limitano a quelle presenti in questo excursus perché spazi e finalità non lo consentono. Nella definizione del DAX, per esempio, si tiene conto pure dei dividendi, cosa che non si fa col CAC 40.

Merita una nota extra ordinem il NASDAQ perché viene trattato unicamente come un indice tecnologico. In pratica, lo è perché il tempo lo ha consacrato come tale, ma la sua natura è quella di una tipologia di mercato borsistico. Oggi, nessuno si sorprende sentendo parlare di automatizzazione del mercato, ma, prima degli anni settanta, quando i valori si scambiavano per telefono, l’ingresso dei computer fu un cambiamento radicale. NASDAQ, infatti, è l’acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation


Il simbolo del mercato azionario giapponese è il NIKKEI, che rappresenta 225 titoli. La sua storia è lunga più di mezzo secolo, dato che la sua data di nascita risale a 66 anni fa. Si tratta di un indice price-weighted, cioè di un indice basato principalmente sull’andamento del prezzo delle azioni in esso contenute; il che serve, per lo più, a riflettere l’operatività del mercato nazionale, a differenza di altri indici, che, come abbiamo visto, si rifanno a diversi parametri.


Anche se le notizie diffuse sulla Borsa di Mosca sono spesso scarse e incerte, il mercato borsistico russo, in ultimo, comincia a essere uno dei più competitivi al mondo. Basta pensare che la fusione tra il MICEX e l’RTS è avvenuta all’inizio del secolo in corso per comprendere la differenza tra questo segmento della finanza mondiale e quelli delle più note economie di mercato dell’occidente. La Russia, fino all’ingresso sulla scena politica di Gorbaciov, era un’economia pianificata, perciò chiusa alle interazioni commerciali del liberalismo europeo e statunitense.


Un fattore di sorpresa per i non addetti ai lavori può essere sicuramente costituito dall’indice brasiliano, il BOVESPA, che dalla Borsa di San Paolo, a dispetto della crisi e della negatività di tutti gl’indicatori economici, dall’inizio del 2016 ha fatto registrare una performance brillante. I motivi di questa apparente contraddizione non sono oggetto del presente studio. Si può certo dire a beneficio del lettore che la maggior parte del debito delle aziende brasiliane è stato contratto in dollari statunitensi a fronte di un marcato recupero del real, la moneta brasiliana. Se si aggiunge che, in talune circostanza finanziarie, l’inflazione determina una specie di effetto leva, benché ciò abbia ripercussioni sul portafogli della gente comune, allora si può avere idea di un probabile e netto meccanismo di speculazione.


Gl’indici di cui si parla poco sono parecchi, purtroppo; speriamo pertanto che il lettore sia benevolo nel giudicare la nostra scelta, che resta comunque riduttiva, se si considera che Cina, Medio Oriente, Israele, Canada, Australia et al. possiedono mercati e indicatori più  influenti di quanto si possa immaginare, quantunque non siano sotto le grandi luci dei media. Ci vorrebbe un intero volume con focus specifico per darne un riscontro esaustivo, anche e soprattutto sotto il profilo ‘matematico’, per così dire, giacché, come s’è detto, stiamo parlando di numeri e soglie numeriche. Se il FTSE MIB, un giorno, chiude al di sotto dei 16.000 punti, allora qualcuno ha buoni motivi per preoccuparsi.  

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