venerdì 23 settembre 2016

GLI ACCORDI DI BASILEA

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ogni qual volta in cui un ‘organismo’ sociale, cui sia stato conferito un certo potere d’azione nei confronti di cittadini e strutture economiche, interviene a modificare il corso della relazione tra le parti, l’intervento è codificato in una sorta di isola linguistica, un cuscinetto di significanti ‘pubblici’, che costringono il fruitore alla deduzione forzosa.


Basilea è la città dove ha sede il Comitato per la Vigilanza Bancaria, voluto dalle banche centrali degli Stati del G10. Tale organismo socio-economico s’è pronunciato in tre occasioni decisive: nel 1998, nel 2008 e nel 2013, anche se quest’ultima tappa ci dà appuntamento per il 2019, anno dell’entrata in vigore, istruendo e determinando i criteri di Basilea 1, 2 e 3, coi quali – si dice – sono stati fissati i requisiti di capitali minimi per l’operatività delle banche.  In tutte e tre le circostanze, s’è stabilito e ribadito che ogni istituto di credito deve possedere un capitale che sia pari all’8% dei crediti erogati.

Perché abbiamo utilizzato l’equivoca e impersonale espressione ‘si dice’ e qual è il cuscinetto di significanti, l’isola linguistica? Finora, l’informazione comune sull’argomento ha sempre puntato l’attenzione sulle regole che le banche dovrebbero rispettare per continuare a operare, regole che si sarebbero fatte sempre più severe nel ventennio appena definito. Dopo Basilea 1, il coefficiente dell’8% sembrava racchiudere tutti i possibili successi dell’azione di vigilanza, tanto da ridurre i rischi di crack per le banche. È risaputo, infatti, che le banche, nella storia, sulla base del meccanismo della riserva frazionaria, hanno sempre trattenuto una piccola parte del denaro ricevuto in deposito, forti d’una statistica secondo la quale è quasi impossibile che tutti i correntisti si presentino tutti insieme allo sportello, lo stesso giorno, per prelevare il denaro. S’è visto nel tempo che, purtroppo, in alcune circostanze, questo spettro s’è materializzato. Alcune banche, nel ventunesimo secolo, di là dagli scandali finanziari, sono andate incontro al fallimento e, quando ciò non è accaduto, la salvezza è venuta in extremis dai governi, i quali non potevano rischiare di mettere in ginocchio un paese. Con Basilea 2, allora, il Comitato per la Vigilanza ha cominciato a stilare delle vere e proprie pagelle, i cui voti sono stati assegnati col già noto modello del rating, ricorrendo alle lettere: da AAA a BB- per indicare la loro performance.

Nei termini dell’economia reale, bisognerebbe chiedersi, a questo punto, in che misura regole, parametri e griglie abbiano trasformato le performance delle banche. Il focus dell’unità funzionale di significato ‘requisiti minimi di capitale’ è davvero la banca o si tratta, com’è già stato detto di un’isola linguistica, un che di neutrale e sotto cui si nasconde una diversa realtà? In parte, il focus è la banca, ma le principali conseguenze interessano il cliente della banca, verso il quale s’è applicata una misura restrittiva. E Basilea 3 n’è la conferma. Dunque, si giudica la banca o si giudica il cliente?


Chi volesse giudicare la solidità di una banca, oggi più che mai, dovrebbe prendere in considerazione il valore del Common Tier Equity 1 ratio o, abbreviandolo, il CET1 ratio, un indicatore basato sul rapporto tra il capitale versato e il suo livello di esposizione dovuto al ‘rischio d’impresa’: i crediti lo sono. Anche se, in linea generale, la soglia dell’8% ha sempre costituito il punto di riferimento della solidità patrimoniale, abbiamo appena notato che bisogna ampliare il contesto di valutazione, tanto che questa stessa quota percentuale risulta insufficiente a dare risposte agl’investitori. Tra le altre cose, essa è soggetta a modifiche verso l’alto o il basso, secondo che gli istituti di credito appartengano a un paese virtuoso o meno. 


In definitiva, l’espressione indagata e su cui s’è sviluppato il tema di Basilea trae origine dalla ‘capacità bancaria’, ma si compie esclusivamente con la valutazione meticolosa e rigorosa del potenziale cliente, il quale, a propria volta, oltre a ricevere un giudizio di rating, deve superare un vero e proprio percorso a ostacoli per ottenere in prestito la liquidità: percentuale di inadempienza, produttività, fatturato, indici di solvibilità e solidità sono solamente alcuni dei requisiti necessari ad accedere al finanziamento. A questo punto, occorrerebbe rivedere la formula linguistica con cui s’è divulgato il messaggio di Basilea. Se è vero, infatti, che esso è nato come revisione operativa del sistema bancario, è altrettanto vero che l’affidabilità d’una banca è stata nascosta dalla ‘ricercata’ affidabilità del cliente. 

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