lunedì 12 settembre 2016

BRETTON WOODS, UN PO’ DI STORIA
E GLI ORGANI ECONOMICI SOVRANAZIONALI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

La città di Bretton Woods è stata spesso esposta alla fantasia popolare e al folklore giornalistico, diventando ora il nome di una teoria economica ora il nome di un’istituzione economica; il che accade molto di frequente in quei sistemi di linguaggio la cui comprensione si esplica in significati lontani da quelli della quotidianità. Si ricorre allora, anche inconsapevolmente a delle forzature retoriche che finiscono con l’assumere una funzione linguistica dominante: sineddoche e metonimia su tutte. Dunque, Bretton Woods è una città del New Hampshire, negli Stati Uniti, dove sul finire della seconda guerra mondiale, precisamente nel 1944, dall’1 al 22 luglio, si svolse un importantissimo congresso alla presenza di oltre settecento delegati provenienti da una quarantina di paesi diversi. Il mondo, all’epoca, usciva dalla cosiddetta grande depressione, una crisi economica che aveva messo in ginocchio anche le potenze politiche e industrializzate. L’obiettivo principale, di conseguenza, era quello di far nascere una politica monetaria comune e ‘regolata’, così da migliorare gli scambi commerciali internazionali, le modalità di pagamento e tenere sotto controllo i processi di svalutazione delle divise. Ciò che più preoccupava gl’ideatori del congresso, promotori degli accordi, erano proprio i tassi di cambio, dato che i vari governi tendevano a gestire il valore delle monete nazionali senza alcun riferimento a un qualche equilibrio di mercato. I padroni di casa, naturalmente, fecero sì che tale equilibrio si mantenesse soprattutto nei confronti del dollaro e, fino ai primi anni settanta, gli Stati Uniti furono in grado di garantire un elevato livello di convertibilità tra la propria moneta e l’oro. S’è detto più volte, nel corso di questo lavoro, che il nostro scopo non è quello di mettere in stato d’accusa persone e teorie; per la qual cosa ci asteniamo dal formulare giudizi critici e ci limitiamo alla ricostruzione dei fatti. Oggi, non si può passare sotto silenzio che le istituzioni nate a Bretton Woods sono state oggetto di critiche feroci che, secondo l’opinione pubblica, avrebbero svuotato l’identità politico-economica dei paesi deboli, imponendo a essi la sudditanza finanziaria.


Tra gli organismi sovranazionali sorti in seguito agli accordi di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) occupa inequivocabilmente una posizione di rilievo. Istituito nel 1945, cominciò a essere operativo solo l’anno seguente. I primi compiti assegnati al FMI furono i seguenti: modificare il corso di svalutazione delle monete nazionali, causato dalla grande depressione, che indusse i governi ad agire contemporaneamente ed esasperatamente a favore delle esportazioni; istituire un fondo di garanzia per riattivare la politica economica degli stati membri in difficoltà; incrementare gli scambi commerciali. Di fatto, Il Fondo Monetario Internazionale si configurò quasi subito come un organo di supervisione e intervento economico-finanziario, pur nel rispetto dei principi del liberismo. Oggi, ne fanno parte 189 paesi, che ovviamente pagano una quota di ammissione: gli Stati Uniti pagano la più alta tra le quote e hanno diritto a una percentuale di voti superiore a quella degli altri.

Accanto al FMI, in quello stesso 1945, iniziò la propria attività la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo ovvero, in sintesi, Banca Mondiale. Nacque per adempiere appieno le funzioni di una banca, anche se, com’è comprensibile, i suoi finanziamenti furono indirizzati, esclusivamente, ai paesi che a causa della seconda guerra mondiale si trovavano in condizioni di allarmante disagio. Sulle prime, i presunti benefici erano garantiti sulla base di una linea politica di appartenenza; successivamente, come s’è appreso dalla cronaca, anche America Latina, Asia, Africa e i paesi dell’ex blocco comunista ne beneficiarono. Ogni finanziamento tuttavia comporta un debito; molti paesi contraenti, nel tempo, si sono mostrati incapaci di reggere il peso del necessario risarcimento, andando incontro a situazioni di collasso. Su questo aspetto del rapporto tra ‘creditore’ e ‘debitore’ la controversia – bisogna ammetterlo – è stata asperrima e tuttora non cessa di suscitare preoccupanti polemiche.


Un’istituzione più vicina a noi è la Banca Centrale Europea (BCE), ormai famosissima più per le svariate forme di contestazione di cui è bersaglio che per gl’indirizzi di politica monetaria dell’eurozona, cui è realmente deputata. A essa fanno capo naturalmente i paesi che hanno adottato l’euro. Ciò che ha sempre insospettito i detrattori è la sua natura privatistica, giacché non si tratta di un vero e proprio ente pubblico e soprattutto di una struttura sensibile agli orientamenti politici di cui invece dovrebbe essere l’espressione in virtù d’una nascita, il 1° gennaio 1998, legata al Trattato sull’Unione. In ordine di potere economico, Germania, Francia e Italia ne sono i ‘maggiori azionisti’ o, più correttamente, i maggiori contribuenti con una quota capitale, rispettivamente, di quasi due miliardi di euro, un miliardo e mezzo e un miliardo e trecento milioni. Non dissimile da altre istituzioni economiche sovranazionali, la funzione della BCE si traduce nella supervisione dei prezzi e, di conseguenza, dell’inflazione. La crescita e lo sviluppo economico di pertinenza pertanto non dovrebbero essere inflazionistici né, tanto meno, deflazionistici, cosicché la BCE può intervenire con fenomeni di Quantitative Easing o creazione di nuova moneta per regolare il potere d’acquisto e gli scambi commerciali. L’autonomia della Banca Centrale Europea, tuttavia, ha indebolito significativamente le ‘autonomie’ nazionali e non è stata sufficiente a contrastare la deriva del sistema bancario, che, comunque, merita una disamina intercontinentale.  

Un altro organismo internazionale che ha stessa età della BCE è il Financial Stability Board (FSB) composto da tutti i rappresentanti del G20, perciò dai Ministri delle Finanze dei paesi più industrializzati e dai Governatori delle banche centrali. La Spagna non fa parte del G20, ma è ammessa stabilmente. La sede del FSB è Basilea, ma gli incontri si tengono, di anno in anno, in tutto il mondo. Si deve sempre ricordare che l’ammissione è strettamente vincolata a una quota di partecipazione, anche quando, nel caso di un semplice forum, non esiste un regolamento ‘a tariffa’; il che riporta sempre in primo piano gli Stati Uniti, che, giocoforza, versano sempre il più elevato e oneroso tra i contributi d’ingresso. Infatti, un meeting che si promuova e si svolga al fine di monitorare e correggere, per esempio, il PIL mondiale o un accordo commerciale deve tradursi per forza in un intervento economico, che prima o poi si configura in una specie di contributo. Non caso, si può ripetere la stessa cosa per il G8, costituito da Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, Italia, Canda e Russia. Quest’ultima non di rado subisce sospensioni e diffide, ma ne è membro.


The last, but not the least, per così dire, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO, World Trade Organization), istituita nel 1995, ma preceduta da uno dei provvedimenti di Bretton Woods, il General Agreement on Trade and Tariffs (GATT) del 1946. Scambi commerciali, accordi multilaterali, negoziati e gestione delle controversie di pertinenza sono l’oggetto della sua attività, il cui segretariato generale è fissato a Ginevra, sebbene, come organismi consimili, organizza i propri eventi in tutto il mondo. Sono oltre 160 i paesi che aderiscono all’iniziativa d’inquadramento delle politiche commerciali rappresentata dall’OMC. Quale che ne sia il giudizio, siccome l’ente non immune da pesanti critiche, il lettore deve sempre analizzare il ‘comportamento’ di questo organismo in modo sistemico perché i suoi interventi sono molto di frequente legati a quelli del FMI e della Banca Mondiale.

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