mercoledì 31 agosto 2016

PREZZI, UTILI E DIVIDENDI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Le società che entrano a far parte dell’imperscrutabile listino di una Borsa e, di conseguenza, del paradossale mercato finanziario sono sempre sotto i riflettori, soggette a valutazioni e rivalutazioni, giudizi e condanne o forme varie e inclassificabili di ‘glorificazione’. I giudici sono numerosi: dal singolo investitore alle agenzie di rating, dalla stampa specialistica alla banche commerciali e d’investimento. Per dirla con una metafora elementare si può asserire che ogni società è un elefantino che si muove in una cristalleria. Si badi bene: non per mancanza di delicatezza, ma perché ogni passo comporta davvero un rischio: o il trionfo o la disfatta! Sappiamo per certo ormai che, se gl’investitori, un bel giorno, decidono di condannare un’azienda, lo spettro del default può materializzarsi in poco tempo.


Uno tra gli indicatori usati è costituito dal rapporto P/E, cioè Price/Earnings (Prezzo/Rendimento). Considerando che ogni azione è caratterizzata da un prezzo di vendita e che questo prezzo dovrebbe trasformarsi in utile (earning), è intuibile che tanto più alto è il valore del rapporto in questione, quanto più elevata è la fiducia degli investitori. Non si deve tuttavia commettere l’errore di pensare che tutti gli utili possano diventare dei dividendi, ossia rendimento effettivo per gli azionisti. Senza entrare di forza nell’analisi di un bilancio aziendale, argomento che tratteremo più avanti, si può facilmente capire che neppure la vendita di un chilogrammo di pomodori per € 2,50 porta nelle tasche del venditore un guadagno netto di € 2,50 perché occorre sempre concepire il profitto come una variabile in funzione di altre variabili. I costi d’impresa ne sono l’esempio immediato.

Tornado al nostro focus, ci accingiamo a scoprire un altro indicatore, il Dividend Yield, per il quale bisogna fare uno sforzo di comprensione superiore al precedente. In genere, ogni qual volta in cui ascoltiamo o leggiamo un resoconto sul rendimento azionario di un azienda, ciò su cui è puntata l’attenzione è la quantità: si dice che l’azione ha un valore X, ma si parla quasi sempre di percentuali e di grossi numeri; molto di rado, quale che sia la nostra preparazione in materia, ci ritroviamo a trattare un’azione. Eppure, la formulazione dell’indicatore Dividend Yield è fatta sul valore di un’azione. In altre parole: si analizza il rapporto tra il dividendo della singola azione, ovverosia ciò che spetta all’azionista, e il prezzo dell’azione stessa. Sulle prime, questo metodo di valutazione può apparire sofisticato e cervellotico, ma, a ben riflettere, grazie a questo parametro, possiamo analizzare la vera performance del nostro ‘prodotto’. Può accadere, per esempio, che il numero delle azioni sul mercato aumenti in modo considerevole in un biennio; la qual cosa può mettere in allarme l’azionista, che può temere una riduzione dei dividendi. Per logica elementare, ‘più siamo, meno guadagniamo’; invece, non è così perché esistono, come s’è già detto, tante altre variabili.

L’ultimo indicatore che prendiamo in esame in questo capitolo è l’Earnings Yield, che serve, ancora una volta, a misurare la redditività azionaria. Si tratta di un modo diverso per giungere, grossomodo, allo stesso risultato. In questo caso, infatti, come molti esperti scrivono, basta effettuare il reciproco del già descritto P/E, cioè l’E/P. L’utile di ogni azione viene diviso per il prezzo dell’azione stessa. Le considerazioni da fare sono più o meno le stesse che in precedenza. Avendo già definito la relazione tra utile e dividendo, ci rendiamo conto che questa misura è, a dir poco, preziosa perché ci riporta immediatamente alla realtà economica di un titolo.


In conclusione, siccome non abbiamo fatto altro che parlare di prezzi, è quanto mai ragionevole ricordare un fattore determinante: l’inflazione, naturalmente, può alterare notevolmente i rapporti suesposti, tant’è che gli analisti esperti esortano gl’investitori a non fidarsi mai dei valori di rapporto troppo alti: sia per non imbattersi in spese e rischi insostenibili sia perché potrebbe trattarsi di segnali d’allarme.      

Nessun commento:

Posta un commento