sabato 13 agosto 2016

IL CONTROPOTERE DEL LASCIARSI UCCIDERE

#linee

(la rubrica del sab di #AnalysisAndForecasting)

Contro ogni dissimulazione socio-politica, contro l'insulsaggine dei demagoghi e degli urlatori di piazza, i quali si mostrano prodighi d'accuse e improperi, quantunque ignari della più evidente delle verità di fatto: il compromesso tra uomo e potere è già una sorta di rivoluzione; e contro tutti gli ornamenti letterari, le parole di Heinrich Popitz spezzano i legami tra i simboli e i loro significati, non altrimenti che non esistesse più alcun rimando ermeneutico: ciò che l'occhio inquadra non può essere osservato a lungo in attesa d'una visione salvifica o sostitutiva.

<<Dalla disperazione estrema si forma, se questa viene sopportata, un potere di tipo particolare, il contropotere del lasciarsi uccidere (...) Che cosa significhi nelle sue estreme conseguenze rendere gli altri impotenti lo mostra un comando impartito nel campo di concentramento di Dachau (nel 1933), che minaccia di una punizione pesante e umiliante chiunque cerchi di uccidersi. In questo caso, la criminalizzazione del suicidio ha senza dubbio due motivazioni complementari. In primo luogo, deve esser tolta al prigioniero un'ultima decisione autonoma, l'ultima scintilla di un potere autonomo. Nello stesso tempo, l'atto di uccidere viene reclamato come monopolio e privilegio del detentore del potere (...) La violenza dunque è l'esperienza fondatrice di ordine per antonomasia. Ogni ordinamento che viene progettato sottostà a questo circolo vizioso della repressione della violenza: l'ordinamento sociale è una condizione necessaria del contenimento della violenza; laddove la violenza è una condizione necessaria del mantenimento dell'ordine sociale.>>



POPITZ, H., 1968-1986, Phänomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna 

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