sabato 4 giugno 2016

LA SCIENZA DELLA MANIPOLAZIONE 
O DELL'AUTOINGANNO

Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell'inventare parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all'osso (…) È qualcosa di bello, la distruzione delle parole. Naturalmente, c'è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c'è di una parole che è solo l'opposto di un'altra? Ogni parola già contiene in sé stessa il suo opposto. Prendiamo 'buono', per esempio. Se hai a disposizione una parola come 'buono', che bisogno c'è di avere anche 'cattivo'? 'Sbuono' andrà altrettanto bene, anzi meglio perché, a differenza dell'altra, costituisce l'opposto esatto di 'buono'. Ancora, se desideri un'accezione più forte di 'buono', che senso hanno tutte quelle varianti vaghe e inutili: 'eccellente', 'splendido' e via dicendo? 'Plusbuono' rende perfettamente il senso, e così 'arciplusbuono', se ti serve qualcosa di più intenso. [1]

Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un'area d'incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della comunicazione si manifesta nel linguaggio stesso e, in particolare, in quello d'informazione, dato che la nostra esistenza sociale si compie e si consuma unicamente attraverso ciò che apprendiamo dall'ambiente circostante. Tizio dice a Caio: <<Ti è piaciuto il discorso di Obama?>>. Caio risponde: <<Sì, Certo! Il presidente ha mostrato grande sagacia>>. E Tizio, ormai su tutte le furie oppure profondamente deluso: <<Com'è possibile? Se non lo hai neppure ascoltato. Tu dici sempre che tutto è bello e interessante!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma [2], termine con cui Watzlawick et al., indicano il deterioramento della comunicazione all'interno delle relazioni complementari, in cui uno dei due interlocutori, in posizione di superiorità, mostra all'altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l'altro verso l'alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno che Watzalawick et al. hanno dedotto dall'analisi della coppia, ma che qui estendiamo alla politica sociale o alla geopolitica! Il presidente dello Stato X: <<Noi attacchiamo lo Stato Y perché è responsabile dei recenti atti di terrorismo in casa nostra.>>. Il presidente dello Stato Y: <<Noi abbiamo dovuto adottare misure straordinarie e poco ortodosse contro lo Stato X perché siamo bersagli o dei loro attacchi e della loro politica imperialistica.>>. Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l'appunto, un mediatore esterno, l'ONU, per esempio  a portare l'interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana: 

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. [2]

Se, tuttavia, il mediatore esterno non è 'del tutto estraneo' ai fatti, essendone, al contrario, condizionato, allora il rischio reale è quello di un sovraccarico di vuoti della comunicazione e dell'informazione. 

Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e  per fare delle deduzioni  ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell'interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: <<Andiamo in piscina?>>. Lucia risponde: <<Ho mal di testa.>>. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe “No” e non “Ho mal di testa”. Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che “Renzo è aitante, ma brutto”, chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l'essere aitante e l'essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un'implicatura convezionale, il 'ma', che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell'umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. Nel prezioso volumetto [3] di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un'esemplare e 'clinica' rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell'intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: <<Come stai?>>. Lucia prontamente risponde: <<Bene!>>. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l'avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. Nell'esperienza geopolitica o finanziaria, accade che i fondamenti sociali e pragmatici del linguaggio siano costantemente e ossessivamente duplicati: l'informatore mefistofelico, consapevole dell'effetto di taluni meccanismi, li rafforza a scopo di persuasione; la semantica subisce una violenta dilatazione e perde gli originari confini relazionali; le parole finiscono quasi sempre col non appartenere più alla collettività, divenendo solo un'entità astratta, cosicché il fruitore si isola inconsapevolmente in un mondo estraneo e 'indifferente', interpreta con rigidità gli eventi, affidandosi a credenze 'sciamaniche' e diventando portatore di verità assolute nel magico sacerdozio dell'autoesclusione. La sua sintassi non risulta alterata e così pure la sua grammatica, ma la sua capacità di produrre significati utili alla conversazione spesso è disastrosa, ovverosia, come già è stato preannunciato, improduttiva, quasi fosse liquefatta, innominabile e inespressiva. È così che il soggetto, in preda ad una specie di verbigerazione o illogicità, non si limita a dire 'il discorso di quel presidente è ambiguo, merita un approfondimento', ma, violando le massime dell'ermeneutica, dice 'Questo è un complotto', 'Siamo schiavi dell'informazione', non rendendosi conto di denunciare sé stesso e la propria passività intellettivo-cognitiva. Il fruitore-interprete non ha fatto altro che ripiegare sulla soluzione sbrigativa, imboccando il più comodo dei sentieri, cioè quello allestito alla bisogna per lui.

Perfino dal più umile membro del Partito ci si aspetta che, entro limiti ben definiti, sia abile, attivo e addirittura intelligente, ma è anche indispensabile che sia un fanatico credulo e ignorante, in preda a sentimenti quali la paura, l'odio, l'adulazione e il tripudio orgiastico. In altri termini, è necessario che abbia una mentalità in linea con lo stato di guerra. Non importa che la guerra si combatta per davvero e, poiché una vittoria definitiva è impossibile, non importa nemmeno se la guerra vada bene o male: serve solo che uno stato di belligeranza persista. [4] 

Ogni parlante sviluppa la propria capacità di appartenenza e adattamento al mondo e, principalmente, alla comunità linguistica attraverso gli atti rappresentativi [5], ossia per il tramite di atti linguistici come, per esempio, il descrivere o l'affermare che ci permettono di aderire alla convenzione, di stare gli uni vicini agli altri. Nell'atto di lettura di un giornale o di ascolto di una conferenza stampa, in pratica, questa prossimità affettiva ed emotiva viene sfruttata ampiamente; è ciò su cui si  fa leva. Tuttavia, è bene ricordare che il comportamento individuale  soggettivo, per così dire,  non è affatto esente da colpe. È fin troppo facile e, come si è detto, comodo sdegnare un presidente del consiglio o una banca centrale, senza sforzarsi di indagare sulle trame o, soprattutto, sui processi di 'coazione' delle trame!


Mentre siamo in fila alla posta, ci può capitare di ascoltare un discorso in cui Tizio racconta a Caio che la cognata del cugino lo ha tradito causandogli gravi danni. Gli elementi di ambiguità sono parecchi, possediamo alcune unità funzionali di significato: cognata, cugino, tradimento, gravità e danni; sappiamo, di conseguenza, per competenza linguistica, che Tizio ha introdotto l'insieme della parentela, l'insieme dei tradimenti e quello dei danni perché siamo perfettamente in grado di avvalerci del valore denotativo dei segni. Ci mancano, tuttavia, sia il valore connotativo di ciascun personaggio, che ci indurrebbe a scoprire anche le loro caratteristiche, sia l'insostituibile contesto in cui si è compiuta l'azione del verbo causare. Tizio e Caio s'intendono facilmente operando delle riduzioni di ambiguità con delle inferenze, cioè deducono dal discorso ciò che nel discorso non è detto. Noi che ascoltiamo, invece, pur potendo dedurre, possiamo solo fantasticare, atto, quest'ultimo, che viene comunque contenuto entro i limiti dei significati ordinari. Lo smarrimento avviene proprio in questo passaggio, alla ricerca infinita e lacerante di connessioni e significati che molto di rado si possono trovare. Perduta l'essenziale denotazione, per l'interprete l'insieme della parentela può diventare, per esempio, quello delle sette di potere e l'insieme dei tradimenti può diventare quello dei pericoli imminenti. In genere, basta usare un deittico di luogo come qui per fissare un appuntamento: 'ci vediamo qui'; nel caso delle interpretazioni iperboliche il qui può suggerire anche una visione interplanetaria. In questo modo, ogni atto linguistico, si converte in un atto di allontanamento da uomini e cose, sebbene questi atti siano sempre tentativi di ricerca della soluzione. Ciò è detto non per far passare l'idea secondo cui non esistono i complotti o i gruppi di potere occulto, ma per sottolineare che indirizzare tutti gli sforzi d'analisi verso queste entità significa 'stare al gioco' dei persuasori occulti.

Il passaggio dal pensiero al linguaggio è un fenomeno 'sconcertante', come scrive Austin [6]: l'immagine e la rappresentazione si svuotano di efficacia e forza fino a scomparire, l'intenzione s'indebolisce e si appiattisce sul bisogno di condivisione, il contesto prende il sopravvento su grammatica e semantica, espressioni dello sforzo comunicativo, e, da ultimo, il dubbio latente, ma persistente sull'effetto del dire. Tizio dice a Caio La mela è rossa e ogni dovere sembra rapidamente assolto in ciò che in filosofia del linguaggio è definito come atto constativo, nient'altro che una funzione linguistica della descrizione. Fin qui, ci moviamo per considerazioni apparentemente elementari e ininfluenti. È subito evidente, nello stesso tempo, che, nonostante l'accordo sull'oggetto mela tra Tizio e Caio possa essere immediato, ognuno dei due interlocutori può avere una propria idea del rosso, idea che, a propria volta, è sicuramente associata con un frammento intimo e non condivisibile, almeno non immediatamente, della memoria. A Tizio il rosso della mela fa venire il mente la copertina di un libro di favole che la madre, durante l'infanzia, gli leggeva; a Caio il rosso fa ricordare un terribile incidente automobilistico. La distanza tra i due cresce, eppure siamo stupidamente convinti di poter comunicare con facilità e, soprattutto, di produrre sensi e significati di relazione in abbondanza. Come si potrebbe obiettare, esistono le visioni dell'inconscio collettivo. È vero, esistono e sono utili alla coesistenza e anche, per esempio, alla pubblicità, che, altrimenti, non potrebbe essere incisiva. È vero, sì, ma è altrettanto vero che resta una differenza 'schizoide' tra ciò che pensa e dice Tizio e ciò che pensa e dice Caio. Com'è possibile ammettere questa lacerante contraddizione? La comunicazione è salva proprio grazie all'inconscio collettivo o  per intenderci in altro modo  agli archetipi, ma principalmente è salva grazie alla nostra superficialità evolutiva, una sorta di successo neurobiologico di semplificazione. Se qualcuno dice sta piovendo, sappiamo che quest'altro atto constativo corrisponde alla frase qualcuno afferma che sta piovendo, ma nessuno di noi si affaticherà mai a verificare la correttezza della corrispondenza, interrogando il proprio Io. La consapevolezza è data per scontata. Allo stesso modo, utilizzando gli esempi di Austin, quando ricorriamo all'atto performativo e diciamo mi scuso, non ci soffermiamo sull'implicazione diretta, vale a dire sull'asserzione mi sto scusando. Quisquilie, queste, che si trasformano presto in astrusi misteri in presenza del bisogno d'interpretazione, che compromette le funzioni sociali: in sostanza, ciò che salva la comunicazione si trasforma nel maggiore tra i pericoli per la comunicazione stessa. La consapevolezza, infatti, non può più essere data per scontata perché subentra lo straniamento.


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[1] ORWELL, G., 1949, Nineteen Eighty-Four, trad. it. di S. Manferlotti, 1950, 1984, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, p. 55.

[2] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, p. 76.

[3] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.


[4] ORWELL, G., 1949, op. cit., p. 200.


[5] Cfr. AUSTIN, J. L., 1962, How do Do Things with Words, trad. It. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova.


[6] Ibid., p. 35.



 

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