sabato 21 maggio 2016

ITALIA COME PORTO FRANCO 
DELLA POLITICA INTERNAZIONALE

Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Prodi e così via

Economia, finanza e geopolitica sono strutture isolanti del pensiero collettivo; se ne conosce l’esistenza, se ne diffida, ma se ne discutono continuamente le implicazioni in una specie di purgatorio dell’informazione, come se dire ‘spread’ o ‘FED’ o ‘BCE’ o ‘Putin’ potesse fare acquisire un beneplacito per l’accesso al supremo regno oltremondano, quello del riscatto finale e dell’estasi. Ciò che si origina da questo luogo amorfo della transizione è un morboso meccanismo di scissione tra buoni e cattivi; la qual cosa serve, in genere, a placare il timore della frustrazione e dell’incultura. È così che un fenomeno che ci è ignoto deve essere classificato il più in fretta possibile – o del tutto ignorato – affinché esso non costituisca una minaccia. Il rito della complicità e della compartecipazione emotiva si svolge in una regolare funzione periodica, la cosiddetta sinusoide di cui quasi tutti abbiamo memoria scolastica. La parte positiva della curva comprende gli eroi del momento, quella negativa i nemici della giustizia. Questa sorte ‘trigonometrica’ è toccata, in Italia, a quasi tutti i governi e, soprattutto, ai Presidenti del Consiglio che si sono succeduti: Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Prodi e così via, fatta eccezione per alcuni personaggi che oggi godono di buona fama unicamente perché la cronologia li ha allontanati da noi. Possibile che questi uomini siano tutti sbagliati? Tutti incapaci e ‘traditori’? Senza dubbio, ci riesce facile affermare che le riforme costituzionali spettano al Parlamento e non al Governo, il quale troppe volte fa ricorso alla fiducia per governare. L’esecutivo di Matteo Renzi sembra agire in modo scorretto, per carità: nulla da eccepire. Enrico Letta, invece, potrebbe essere stato tradito dall’incapacità di gestione del cuneo fiscale o dall’incremento dell’IVA. Monti fu visto come un fiancheggiatore delle grandi lobby e dell’Europa dei Banchieri. Berlusconi è sempre stato indefinibile per via del suo fervore giudiziario e del mastodontico conflitto d’interessi. A Prodi, ultimo di questa modesta lista, si attribuì un atteggiamento favorevole all’oligarchia finanziaria e un’evidente sudditanza nei confronti degli americani. È chiaro che queste incursioni sono riduttive e, per così dire, ‘amatoriali’, però, a mio avviso, sono allarmanti. Nessuno, per il popolo italiano, fa qualcosa di buono. Proviamoci a cambiare almeno per una volta il fronte della domanda in modo provocativo! Può darsi che il problema sia il popolo? 

D’altronde, se vogliamo contrastare anche solo per un istante questa tendenza distruttiva, possiamo trovare iniziative, azioni e provvedimenti assai utili di cui questi Capi di Governo sono stati protagonisti: 1) Letta riuscì ad ottenere 500 milioni di euro dal Kuwait per le aziende italiane; ai detrattori parve cosa irrisoria perché l’Inghilterra intascò 20 miliardi dallo stesso Kuwait, ma chi obiettò in questo senso dimostrò di non capire un’acca di geopolitica; 2) il governo Monti produsse il nuovo regime forfettario dei lavoratori autonomi con Partita IVA, consentendo maggiore elasticità alla gestione dell’aliquota libero-professionale; 3) l’esecutivo berlusconiano, nonostante l’ambiguità, riuscì ad assicurare alla giustizia 28 superlatitanti; 4) last but not least, Romano Prodi, la cui politica estera fu l’unica che permise all’Italia una posizione economico-militare vantaggiosa rispetto all’Africa mediterranea.

Il ping pong virtuale e inarrestabile

Tutto questo è solo un gioco, un gioco senza fine, un ping pong informativo durante il quale la pallina non cadrà mai a terra, ma continuerà a rimbalzare anche in assenza di giocatori. S’è ormai tracciato un triangolo scaleno ai cui vertici si trovano i cosiddetti whistleblower, cioè i possessori dei dati di fatto in grado di influenzare e manipolare l’opinione pubblica, i media, il cui ruolo sta per diventare quello di un canale di transito tendenzioso e, in parte, ininfluente, ossia troppo poco critico-costruttivo e troppo istrionesco, e l’opinione pubblica, che s’è incondizionatamente votata alla condanna di tutto e tutti. Dal TTIP alla politica monetaria delle Banche Centrali, dalle scelte dell’Iran a quelle della Cina, senza che qualcosa di specifico sia sottoposto a riesame. Il TTIP, per esempio, cioè il Transatlantic Trade and Investment Partnership, viene contestato a causa delle possibili conseguenze sulla qualità del cibo o del rischio di annientamento delle economie locali, laddove sarebbe opportuno volgere lo sguardo al radicale cambiamento o al possibile scontro epocale tra le valute, specie se si considera che la manovra investirebbe quasi il 50% del PIL mondiale. Con la medesima misura esemplificativa, si può trattare il caso Brexit. L’UE ha sempre portato con sé l’idea di un proprio prematuro annientamento. Ci si lascia attrarre da un intreccio, ma si dimentica la trama. In quanto alle contorte vicende della Corona inglese, sembra che i più abbiano dimenticato che proprio dalla City per vent’anni ci è giunto un Libor alterato in modo diabolico. Ci si chiede solo adesso quale possa essere l’impatto di una scelta impopolare della Gran Bretagna? È, a dir poco, inspiegabile. Manipolare il tasso di scambio delle divise vuol dire intervenire pesantemente, oltre che fraudolentemente, nel corso della storia economica mondiale. E mi sia lecito ribadire: sto continuando a giocare con l’informazione.

Watzalawick et al., con impareggiabile maestria e lungimiranza scientifica, hanno definito questa situazione come un gioco senza fine.[1] Essi ipotizzano, a tal proposito, la realizzazione di un gioco il cui obiettivo consiste nello scambiare affermazione e negazione; ne consegue che il ‘sì’ è sostituito dal ‘no’ e viceversa e ‘lo voglio’ è sostituito da ‘non lo voglio’ e viceversa. Ci si accorge presto che questo gioco reca in sé un meccanismo infernale e inestricabile a causa del quale i giocatori non sono più in grado di interromperlo perché, ogni qual volta in cui qualcuno dice ‘smettiamo di giocare!’, l’altro comprende il significato opposto. Ne nasce una situazione paradossale e viziosa e che solo l’intervento di una persona terza può riportare sul piano della logica. L’ipotesi appena descritta rappresenta in modo ideale lo stato d’animo del fruitore dell’informazione e il turbinio dei suoi significati quali espressioni della ricerca infinita.

Che cosa può accadere?

L’occhio va puntato sulla Fed, sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Banca Mondiale, come ho già sostenuto in precedenza. Non è un caso che sia la BCE sia la Banca Svizzera abbiano acquisito, rispettivamente e con intelligenza strategica, Corporate Bond e Treasury. Checché se ne dica, la Fed non potrà restare a lungo a guardare, a causa del proprio debito: presto sarà costretta ad alzare i tassi di due o tre punti e dovrà farlo con soluzioni incrociate piuttosto drastiche. La rivalutazione dell’oncia troy potrebbe costituirne il passaggio strumentale. Attualmente, sembra che operatori e mercati non vogliano tenere conto dell’aumento del prezzo del barile di petrolio, come se questo fosse momentaneamente separato dal corso generale della finanza, ma è un errore gravissimo. Sembra, invece, che alcuni importanti fondi sovrani se ne siano accorti. Il comparto assicurativo, quello italiano in testa, è molto esposto, allo stesso modo in cui lo sono le banche popolari. A livello globale, le forme di quantitative easing finora contemplate sono state neutrali, atte a rinviare la tensione valutaria quale copertura del sottostante. Meriterebbero parecchia attenzione finanziaria la Russia, la Malesia e le Filippine, ma dubito che quotidiani e informatori vogliano far circolare ipotesi di tal fatta. Scrivendo dall’Italia e, in qualche modo, per l’Italia, non posso fare a meno di far notare, in conclusione, ciò che ritengo sia la questione cruciale: dinnanzi all’impossibilità e all’impotenza, è meglio cercare un fruttuoso compromesso che protestare come ragazzini immaturi. Né Renzi né Letta né Monti né Berlusconi né Prodi avrebbero potuto fare alcunché perché questa Repubblica Parlamentare non è mai appartenuta al popolo italiano, almeno non come l’Inghilterra agli inglesi o gli Stati Uniti agli americani. Potremmo ridefinire l’Italia come un porto franco della politica finanziaria internazionale. Opporsi significa avviarsi all’autoannientamento. La soluzione di un uomo che non ha alcun potere, cioè dell’autore di questo blog? Un’alleanza finanziaria segreta tra il Governo e le principali aziende del FTSE MIB, strutturata secondo i criteri della competitive intelligence e volta a scandagliare costantemente il mercato over the counter. Acqua, grano, petrolio, oro, fondi speculativi, assicurazioni e telecomunicazioni potrebbero diventare presto questioni molto spinose e l’Italia, come gli altri paesi del PIIGS, non è affatto pronta.

La versione di Lev Nikolàevič Tolstòj

L’idea secondo la quale il significato del mondo può essere dato nella nostra rappresentazione delle cose è, senza dubbio, la più pericolosa che il pensiero moderno abbia concepito. La pericolosità si nota in almeno due conseguenze: il soggettivismo esasperato, che ne può derivare e a causa del quale ogni individuo vivente, fin dalla tenera età, si convince di poter gestire il corso degli eventi; l’isolamento della persona all’interno dello spazio e del tempo creati da tale convincimento. Soggettivismo e isolamento trasformano gli uomini in portatori di verità e di giudizio, ne stravolgono la possibilità d’intima comunione, ne snaturano la convivenza e ne degradano la speranza, a tal punto che l’appartenenza degli uni agli altri è pervertita e danneggiata da ciò che ognuno pretende di sapere. L’estasi fredda di questa ragione, finendo col manifestarsi entro i confini del solipsismo, prima o poi, congestiona l’entusiasmo e ripropone come dirompenti i bisogni primari, in una sorta di allarmante processo di regressione in cui non si può fare altro che cercare la via di fuga da tutto e da tutti. Il potere e la sicurezza che accompagnano l’iniziale interpretazione degli stati di cose, provocando il brivido della conoscenza, sono solamente le premesse paradossali della paura, forme di eccitazione abbrutenti, sintomi del disagio esistenziale, metafore della storia di un’anima. Di fatto, questo resoconto, che può apparire angosciante, non è altro che la proiezione o la ripetizione di una delle tante semplici ‘vite’ che non facciamo fatica a riconoscere nelle nostre cerchie, ma che stentiamo ad assegnare a noi stessi. Lo ha fatto, invece, con uno sforzo sovrumano, Lev Tolstòj, il quale ha messo per iscritto, ne La morte di Ivan Il'ič, le vicende di un uomo come tanti, perbene, modesto, quasi un personaggio neutrale e per il quale, in genere, non ci si sforza volentieri di produrre un lavoro letterario. Ivan Il'ič è un giudice, ma, soprattutto, è persuaso di aver condotto una vita talmente lineare e onesta che, quando viene colpito da un male incurabile e sa di dover morire, ritiene che il fenomeno sia inspiegabile, inammissibile e inconcepibile, tanto da applicare disperatamente la logica aristotelica all’evento ferale. Egli è, sì, un uomo e, come tale, un uomo mortale perché tutti gli uomini lo sono, tuttavia il meccanismo deduttivo con cui si ritrova a operare risulta insufficiente e insoddisfacente. Il sollievo lo raggiunge solo in seguito ad un’intuizione elementare, banale e altrettanto insignificante quanto la stessa logica da sempre adottata: in realtà, la vita svolta – racconta a sé stesso – è stata una parvenza di certezze, un insieme di giudizi indistinti e accomodanti. Ivan Il'ič ha commesso una sola terribile ingenuità: avere una considerazione troppo elevata del proprio pensiero, qualcosa che è comune a tutti noi, codificandosi come necrologio dell’interpretazione pura ed essenziale della realtà. Siamo troppo spesso sedotti dalla verità assoluta e dall'illuminazione. 

Ma i pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si ha qui l’insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico “innocente”, che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico “mi congratulo”, che l’azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così. [2] 




[1] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit., pp. 221-224.
[2] AUSTIN, J. L, 1962, How do Do Things with Words, trad. it. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova, p. 35.

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