mercoledì 25 maggio 2016

DAL BRASILE AL NAGORNO-KARABAKH:
MITI E RITI

Dell’ideologia

Forse, nel mondo, qualcuno è ancora persuaso che l’ideologia possa influenzare e determinare le sorti politico-finanziarie di un paese; la qual cosa è preoccupante non perché sia dannosa l’esistenza di un certo pensiero, che anzi potrebbe rivelarsi salvifico, ma perché, così facendo, si creano delle sacche di resistenza alla realtà, quella dei fatti, non a quella delle opinioni. L'atavica tendenza a fissare lo sguardo su ciò che è indefinibile e incommensurabile è un male comune, una specie d’ingannevole forza autodistruttrice che separa gli uomini gli uni dagli altri. In questo presente storico, vale a dire almeno in questi ultimi vent'anni, dire, per esempio, che comunisti o fascisti, progressisti o conservatori, democratici o repubblicani hanno ottenuto questo o quest’altro successo o insuccesso economico equivale a dire che i cani randagi potrebbero avere le pulci. Il bilancio di una famiglia, di un’azienda o di uno stato non è una questione di stile o filosofia morale. La funzione delle grandi idee consiste nella loro preventiva impraticabilità, nell'essere una menzogna utile, qualcosa di attraente e, insieme, quasi incomunicabile, un mito fatto di simboli e richiami: ciò che più conta è la ripetizione rituale, comportamentale e astratta; in altre stringate parole, ciò che più conta è la credenza.

Nessuno di quelli che parlano del più grande e importante ideale dell’umanità crede che esista davvero.[1]

Il caso Brasile

Dilma Rouesseff, spodestata dalla procedura d’impeachment, prima di diventare presidente del Brasile, era il presidente di Petrobras, la potente compagnia petrolifera di cui il Brasile possiede più del trenta per cento. Il Partito dei Lavoratori, cui appartenevano sia lei sia il predecessore Lula da Silva, avrebbe messo i propri uomini nei ruoli chiave della Petrobras. Di qui, lo scambio di favori e il reciproco arricchimento. In pratica, i fondi della Petrobras finivano nelle casse del Partito dei Lavoratori e, da ultimo, in quelle dei dirigenti. Dilma Rousseff è accusata di aver alterato i bilanci dello stato, in modo che apparissero migliori di quello che realmente sono. Tuttavia, secondo le carte dell’inchiesta Lava Jato, non avrebbe intascato alcuna tangente, limitandosi a utilizzare i fondi per la propria campagna elettorale. Questa pratica di distrazione di capitali a vantaggio di dirigenti politici, parlamentari e stakeholder sembra provenire da molto lontano, tenuta a battesimo parecchio tempo fa dai signori della British Petroleum, i quali, fin dai tempi del mandato britannico in Medio Oriente, di certo non hanno mai posto alcun indugio a pagare tangenti significative, pur di assicurarsi il mercato petrolifero. Gl'inglesi non sono comunisti né sono fascisti. L'inchiesta su Petrobras va avanti già da due anni e, mentre secondo i magistrati Dilma Rousseff non sarebbe corrotta, Renan Calheiros, l’uomo che ha istituito la commissione del Senato per la definitiva sospensione della Rousseff, sarebbe pienamente coinvolto. Frattanto, Petrobras avrebbe perso qualche miliardo di dollari e, forse, la precedente favorevole posizione finanziaria. E il BRIC, cioè l’acronimo che indica Brasile, Russia, India e Cina? Qualcuno dice che costoro siano comunisti, cioè il male sociale. E se lo dicono loro…

Il Caso Venezuela

Il Venezuela è in stato di emergenza. L’inflazione è ormai oltre il 180%, mancano medicinali di prima necessità e derrate alimentari, caos e violenze dominano le strade e il consumo energetico è stato drasticamente razionato. Nicolás Maduro, il presidente, si è dichiarato pronto a nazionalizzare le industria, essendo convinto di un tentativo di sabotaggio da parte di lobby occulte. Eppure il Venezuela è un produttore di petrolio e, in questo presente storico, non dovrebbe andare incontro a una crisi di tale portata, in considerazione del raggiungimento del picco globale e dell’aumento di consumo da parte delle potenze emergenti: India e Cina in testa. Maduro è il successore di Hugo Chávez, cioè di colui che fece approvare la costituzione bolivariana, secondo cui ogni incarico pubblico elettivo è immediatamente revocabile. Si trattò di un vero e proprio percorso di democratizzazione dell’intera area sudamericana, dato che proprio in quel periodo quasi tutti i paesi dell’America Latina trovarono indipendenza e coesione. Fino agli anni quaranta, invece, l’asse anglo-americano adombrava non poco la politica di Caracas. È vero: dittature esplicite e dittature implicite si sono avvicendate e nessuno intende avallarne l’estremismo, ma, oggi, nel fare l’analisi della situazione geopolitica e finanziaria, non possiamo trascurare che il Venezuela, pur essendo giudicato un paese ostile dagli Stati Uniti, è riconosciuto come utile per via dell’oro nero. Nello stesso tempo, esso gode della peggiore tra le posizioni geografiche perché confina a ovest con la Colombia, paese inaffidabile per la Casa Bianca e gli interessi occidentali, e a sud col Brasile, su cui non è il caso di aggiungere altro.



Il caso Libia

Il petrolio deve essere acquistato esclusivamente dalle istituzioni di Tripoli: è quanto è emerso dal vertice di Vienna, dove Kerry, Gentiloni e colleghi si sono mostrati solidali con Fayez al Sarraj. Si potrebbe parlare di svolta, visto che l’operatività del governo libico è stata ufficialmente riconosciuta da almeno venti paesi, tra i quali è bene sottolineare il ruolo dell’Egitto. Sullo sfondo si rintracciano i soliti temi del terrorismo di matrice islamica e dell’immigrazione clandestina, ma non si può far finta di non vedere la grande spaccatura del paese in materia di vendita di petrolio. Fino ad oggi, infatti, l’esportazione è stata caratterizzata da un asset che non si fa fatica a definire tribale e antigovernativo: per dirla in modo semplice e diretto, la fazione che riusciva ad accreditarsi e fare affari per prima aveva la meglio sul mercato. Adesso, le cose sono cambiate: s’è identificato un leader, lo si sta conducendo al riarmo e si stabilisce che solo attraverso la sua figura politica si può trattare il petrolio. Ciò nonostante, in Libia, anche per dieci ore al giorno manca la luce. Dal momento che non si può dire che i libici abbiano un passato da comunisti, è sufficiente ribadire che abbiamo a che fare con integralisti.

Il caso Nagorno-Karabakh

La questione della Repubblica del Nagorno-Karabakh è più vecchia di quanto l’opinione pubblica possa immaginare: risale a una trentina d’anni fa circa e ha un movente prettamente etnico-territoriale. L’Azerbaijan, dagli novanta in poi, s’è contrapposto all’Armenia, nel rivendicare i presunti possedimenti storici a sud-ovest del paese. Al fine di una limpida ricostruzione occorrerebbe riesaminare le trame del cambiamento identitario dell’ex Unione Sovietica, ma gli spunti di questo scritto sono interamente rivolti ad altro: si tenta, in altri termini, di riposizionare i fatti sulla base dell’effetto che la macroeconomia e i suoi derivati hanno avuto sulle vicende dei popoli.  Oggi, i tentativi di mediazione in quell’area sono solamente pallide proiezioni di una malcelata volontà di stasi.  Di fatto, è per lo meno doveroso rilevare che l’Azerbaijan è un paese ricco di petrolio: molto ricco, a tal punto da aver fatto la fortuna, in tempi non molto lontani, della madre patria Russia, alleata ufficiale, non necessariamente dichiarata. Non a caso, nonostante la sua controversa situazione politica, l’Azerbaijan è un paese molto rispettato dall'Europa: membro del Consiglio d’Europa, ospita una missione permanente della Commissione Europea, si trova tra le altre cose lungo una rotta energetica importantissima, quella che dall'area transcaucasica conduce alla Turchia e, di conseguenza, all'Europa. E anche in questo caso stiamo parlando di ex comunisti.

In forma epigrammatica

Tre comunisti e un integralista: potrebbe essere il titolo di questo scritto, ma è ingeneroso e irrispettoso ammetterlo anche solo per gioco. Per converso, sarebbe ridicolo farsi sostenitori di chissà quale teoria del complotto. I cambiamenti politici devono essere osservati con freddezza analitica e chirurgica. È fin troppo naturale che Inghilterra e Stati Uniti, in quanto potenze economiche senza rivali, tentino di infiltrare il mondo esterno con manovre d'intelligence finanziaria, arte, quest’ultima, cui stenta ad arrivare un paese come l’Italia. Nello stesso tempo, è ridicolo interpretare la Cina o la Russia o, addirittura, l’Iran come un pericolo solo perché operano in contrasto. I pericoli, semmai, stanno proprio nella diffusa incapacità di leggere i dati come all’interno d’uno spazio-tempo einsteiniano.

Se un cacciatore Wagogo non riesce a catturare nulla oppure viene assalito da un leone, ne dà la colpa alla cattiva condotta della moglie e torna a casa furibondo. Durante l’assenza del marito, infatti, la donna non deve permettere che nessuno le passi alle spalle o si fermi in piedi davanti a lei mentre è seduta; e, a letto, deve stare sdraiata bocconi.[2]

Fra i popoli di lingua tshi della Costa d’Oro, le mogli dei soldati in guerra si dipingono il corpo di bianco e si ornano di perline e amuleti. Il giorno in cui si prevede che ci sarà uno scontro, si aggirano armate di fucili e bastoni intagliati a forma di fucili e, prese delle papaie, le tagliano con un coltello come se tagliassero la testa al nemico. Questa pantomima è sicuramente un sortilegio di carattere imitativo, per far sì che gli uomini facciano al nemico quel che le donne fanno alla papaia. [3]

L’associazione di idee mediante cui si sviluppano questi rituali magici segue due leggi, la legge di similarità e la legge di contatto: nel primo caso, scrive Frazer, si è convinti che, compiendo azioni simili a quelle che si spera si compiano davvero, il corso degli eventi possa essere alterato a proprio favore; nel secondo caso, è sufficiente danneggiare un oggetto che sia stato a contatto col nemico per danneggiare il nemico stesso. Di là dalle caratteristiche del pensiero selvaggio, non è affatto difficile riscontrare alcuni tratti in comune tra il comportamento magico-cultuale e quello in virtù del quale si è soliti dare un senso agli eventi.   
  









[1] MUSIL, R., 1978, Der Mann ohne Eigenschaften, trad. it. di A. Rho, G. Benedetti, L. Castoldi, 1996, L’uomo senza qualità, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 102.
[2] FRAZER, J. G., The Golden Bough, 1890, trad. it. di. N. Rosati Bizzotto, 1992, Il ramo d’oro Studio sulla magia e la religione, Newton & Compton Editori, Roma, pp. 44-45.
[3] Ibid., p. 48.

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