mercoledì 6 aprile 2016

DEMOCRAZIA ITALIANA COME EQUIVOCO


Ubi societas, ibi ius. Si tratta di un’antica massima latina, che la memoria di parecchi di noi contiene come inamovibile e secondo la quale ogni comunità civile sarebbe fondata sulla certezza del diritto, ovverosia sull’esistenza di un insieme di regole dell’agire sociale. La sua elementare traduzione potrebbe essere dov’è la società, è il diritto. La semplicità con cui essa è enunciata e tradotta non è tuttavia sufficiente a far sì che se ne riconosca l’efficienza perché le parole sono solamente dei segni che rinviano costantemente a qualcos’altro e sono veicolate dall’appartenenza a un gruppo. Un discorso, di per sé, è un’entità vuota, lo è tutte le volte in cui non è concepito per un fruitore che dispone di un codice di interpretazione: ciò che più conta, allora, sta non tanto nell’asserire che una società esiste in presenza del diritto, quanto piuttosto nel considerare il contesto, il tempo e l’utilità del diritto stesso. Se è vero che la collettività si origina dal bisogno di difesa e nutrimento, è altrettanto vero che il fenomeno primordiale si fa complesso con la comparsa del concetto di sovranità democratica, in cui e per cui il popolo si lascia rappresentare e governare. Il linguaggio costituisce il principale legame di relazione tra i consociati e i propri rappresentanti e si manifesta, per l’appunto, nel tempo, attraverso una specifica forma di utilità e in un determinato contesto, che, nella maggior parte dei casi, è quello territoriale. Dunque, il tema della disinformazione, che è emerso nel capitolo precedente, quando si parlava dell’uso del sostantivo banche da parte del redattore delle Relazioni al Parlamento, si sdoppia in origine e passa attraverso due attori sociali, i quali diventano inconsapevolmente disinformatori antagonisti. I Servizi Segreti, probabilmente, sono indifferenti alla verità e valutano la notizia unicamente in base all’utilità; il popolo, d’altra parte, manipola la notizia per incultura e bisogno di compensazione, qualificandosi, comunque, come figura speculare. Purtroppo, per quanto sia difficile ammetterlo, noi, cittadini, utenti, consociati o consumatori, siamo i primi manipolatori dei fatti sociali.

Tutte le volte in cui l’opinione pubblica chiede a un governo di rivelare ciò che per natura non può essere rivelato e, così facendo, s’avviano, a poco a poco, inchieste giornalistiche e processi mediatici e ‘non’, la menzogna viene potenziata e consacrata. Di fatto, in una democrazia contemporanea, il popolo avrebbe l’irrinunciabile dovere d’indottrinarsi almeno un po’ su ciò che accade, ma, poiché è evidente che non si verifica né può verificarsi alcun fenomeno di acculturamento di massa, fuorché di rimando, il governante deve agire per compensazione, senza sollecitare il senso di scandalo e – costi quel che costi! – facendo prevalere l’equilibrio sulla verità.

Un popolo che governasse sempre rettamente non avrebbe bisogno di essere governato. Prendendo il termine nel suo significato rigoroso, non è mai esistita e non esisterà mai una Democrazia. Va contro l’ordine naturale che la maggioranza governi e la minoranza sia governata. È inimmaginabile che il popolo rimanga continuamente riunito per badare agli affari pubblici; e si comprende facilmente che non potrebbero essere costituite a tal fine delle commissioni senza che muti la forma dell’amministrazione.[1]

Preoccupazione e pericolo, contestazione e paura, agitazione e disagio appartengono unicamente alla dimensione del linguaggio e dell’interpretazione di ciò che si proclama come verità perché noi diventiamo ciò che si racconta. ‘Chi racconta cosa’: potrebbe essere allora il sintagma interrogativo di rilievo. Nella maggior parte dei casi, le notizie sono vie di fuga o ricostruzioni. Sia nell’uno sia nell’altro caso, qualcuno ha lasciato aperta la cosiddetta backdoor, tranne che si tratti di comunicati. Sul caso Regeni, per esempio, abbiamo sentito una tale quantità di versioni che neppure Le cronache di Narnia avrebbero potuto contenerle tutte. A un certo punto, Gentiloni ha dichiarato: <<Se l’Egitto non farà luce sulla vicenda, adotteremo misure severe!>>. Cioè? Li mandiamo a letto senza cena? Aumentiamo l’iva pure agli egiziani? Oppure ci facciamo prestare Snowden? Sull’altro piano dell’informazione, quello parallelo e sempre intangibile, abbiamo conosciuto i Panama Papers, milioni di dati sui ‘conti off-shore’ di parecchi personaggi influenti del pianeta. Qualcuno ha scritto che, se tutto ciò corrisponde a verità, la comunità civile è in serio pericolo e deve ricominciare a riflettere? Perdindirindina! Neanche Montesquieu o Voltaire sarebbero giunti a una speculazione così profonda. In che cosa consisterebbe il pericolo o il nostro dovere di riflessione. Già parecchio tempo fa, il Fondo Monetario Internazionale aveva proposto l’embargo finanziario, ma tutti hanno sempre saputo che è una cosa insostenibile e, di conseguenza, impraticabile. Insostenibile, impraticabile, ma detta e ridetta. Perché? Apparentemente, senza un ‘perché’. Di fatto, si tratta di dichiarazioni simili a quelle di Gentiloni. In quanto alle blacklist, sempre meno black e sempre più green, servono solo a far sì che si sappia che il paese designato è un luogo dove sicuramente si possono depositare i propri ‘risparmi’ perché, lì, nessuno avrà più interessi. Siamo, per caso, già in attesa di una nuova manovra fiscale, dal momento che la BCE non riesce a far fronte all’onnipotenza del dollaro e alle conseguenze dei misteriosi accordi di Shanghai?  

La democrazia italiana è un equivoco, un abuso, un processo di continua involuzione della politica sociale, una contraddizione logica, psicologica e linguistica e secondo la quale il popolo dovrebbe essere stabilmente unito dalle opinioni e partecipe delle decisioni. La democrazia è fatta di particolari: per interpretarla occorre conoscere bene i meccanismi della deduzione, altrimenti è la fine. Nelle democrazie, accade, invece, il contrario: il popolo sente ripetere dai più una definizione o un’ipotesi e ne fa subito una legge, un caso, saltando tutti i necessari passaggi critici perché il popolo, come entità reale, non esiste. Eppure si è sempre tentato di convincere la gente dell’esistenza del popolo come entità reale. Dunque, il popolo vorrebbe questa o quest’altra cosa poiché il popolo è solo un insieme di bisogni particolari. La democrazia italiana è un abbaglio. Si parla di Jobs Act e della detassazione triennale sulle assunzioni? Ebbene, si corre in massa ad esprimere dissenso su quanto accadrà alla fine del triennio, preannunciando il disastro, cui molto probabilmente le aziende andranno incontro alla scadenza del periodo di agevolazione fiscale. Nessuno si sofferma sull’importanza di un triennio durante il quale può verificarsi tutto e il contrario di tutto, soprattutto in termini di politica economica: particolare trascurato ma fondamentale. Chissà… La democrazia italiana vive di blando istrionismo, è fantasmagorica e vede solamente fantasmi, trova continuità nella compensazione, che è falsa induzione; riesce a essere conservatrice fino all’obsolescenza perché mantiene la distanza da tutto e da tutti; è irreale. La democrazia italiana ha bisogno di mostri: non per combatterli, ma per sentirsi viva. In questo modo, si fa parte del popolo, se e solo se si denunciano perennemente il Bildelberg, la Massoneria, i complotti, i Servizi Segreti deviati e tutto ciò che possa fungere da bersaglio statico o catalizzatore.

Il 7 maggio 2008, l’attivista (?) Piero Ricca insegue Andreotti per urlargli a squarciagola <<Senatore, lei è un colluso con la mafia prescritto!>>; il che, sulla base della sentenza di prescrizione dei reati commessi fino al 1980 dal Senatore, non fa una piega. C’è da rivedere tuttavia l’utilità del plateale atteggiamento forcaiolo di Ricca o chi come lui, che determina unicamente una certa visibilità dei protagonisti, non giovando in alcun modo alla verità dei fatti e alla salute sociale, minata, a suo dire, dagli Andreotti e dai Berlusconi. Ricca, nell’occasione, dichiara anche che solamente la memoria e la verità salvano il cittadino, non il servilismo; ricorda i caduti della polizia in uno show incontenibile, bizzarro, dirompente ed eccentrico. Piero Ricca si fa strada in questo modo; l’incontro con Andreotti non è l’unico del genere. A questo punto, volendo essere imparziale, ci chiediamo quali siano le soluzioni o le alternative offerte ai cittadini italiani da Ricca. Piero Ricca & Co. hanno forse contribuito a far crescere il PIL, a creare posti di lavoro e così via? Piero Ricca, pur non potendo creare posti di lavoro e far crescere il PIL, è stato in grado di ripristinare la giustizia sociale? Né l’uno né l’altro, solamente provocazioni, che, figuriamoci, gli spettano e ha il diritto di fare, ma la pancia non si riempie né con la verità né con la giustizia sociale né tanto meno con la performance degli urlatori di piazza. La povera gente, la gente comune, ha bisogno di non subire il peso dell’inflazione, così da poter fare la spesa regolarmente, pagare il mutuo etc.

Si badi che chi scrive non ha accesso a chissà quali fonti né ha ottenuto finanziamenti e sponsorizzazioni per le ricerche! Si legge e si studia, utilizzando i documenti che qualsiasi altro cittadino può sfruttare; di conseguenza, ci si permette di provocare, semmai, in una forma diversa da quella plateale.

Nel valutare figure come quella di Andreotti, Craxi e tanti altri, dobbiamo tenere in considerazioni una notevole quantità di fattori: politici, economici, finanziari, sociali e – perché no? – psicologici. Una sentenza, per quanto clamorosa, non basta. L’autorevole storico Aurelio Lepre, che di certo non va nelle piazze a sbraitare, scrive che <<i governi a guida socialista ottennero i risultati più positivi nel campo dell’aumento del PIL e della diminuzione dell’inflazione.>>;[2] eppure Craxi e il suo partito furono accusati pesantemente di corruzione, unitamente alla Democrazia Cristiana, altrettanto perseguita. È troppo facile scendere per le strade a sfruttare la risonanza popolare, senza dare informazioni concrete, elementi di studio e riscontri scientifici. Non è un caso che, tutte le volte in cui gli uomini impongono a sé stessi e agli altri un giudizio o un principio quale guida delle proprie azioni, le conseguenze politico-sociali sono vuote o rovinose.

Purtroppo, in materia d’interpretazione degli eventi, tempo e utilità determinano e governano la relazione tra ricchezza e povertà, forza e debolezza. Il ricco può vivere il presente come attesa, previsione o, addirittura, investimento, tanto da poter ponderare le scelte e gli stessi giudizi in funzione di ciò che accadrà domani. Il povero è incalzato dalla sopravvivenza, dalle scadenze; egli si può concedere, giocoforza, solo il godimento di ciò che gli è utile. Se, talora, un operaio decide di recarsi con la famiglia in pizzeria – e la pizza, tutto sommato, non è utile –, sa di dovere racchiudere l’esperienza in una sera. Il giorno successivo, dovrà pensare a come fare la spesa, pagare le utenze et cetera. All’operaio non è concesso tempo, laddove il tempo sarebbe necessario alla gestione e al soddisfacimento di tutti i bisogni. La sua vita è un continuo rinvio del desiderio, quindi anche un allontanamento dalla realtà, un equivoco socio-economico della speranza dentro cui è risucchiata ogni cosa. Eppure, senza tempo, non c’è sviluppo, non c’è scienza, non c’è produzione, non c’è economia. Non ci vuole un economista per confermarlo. Se la catena economica fosse limitata al soddisfacimento dei bisogni, il mercato crollerebbe di colpo. Dalla telefonia mobile al trading, dalle automobili alla moda, nulla resisterebbe. Che lo si voglia o no, il semplice compimento dell’utilità non è utile alla società. I beni superflui hanno un elevato potere seduttivo e attrattivo e condizionano fortemente qualsiasi essere umano. Il problema sta non tanto nel mettersi alla guida di una bmw o di una mercedes, quanto piuttosto nel mettersi alla guida di un’autovettura alla quale si cambia regolarmente il filtro dell’olio e per la quale si pagano altrettanto regolarmente l’assicurazione e il bollo. Vedersi sorpassare in autostrada da una berlina fiammante genera allora un po’ di malumore e qualche cattivo presagio, dacché si è costretti a far prevalere la coscienza. Ci vorrebbe un po’ di freddezza e un po’ di cinismo per condurre la battaglia della quotidianità, ma freddezza e cinismo non appartengono a chi non ha via d’uscita. Queste caratteristiche se le può permettere chi può scegliere non pressato dall’urgenza. L’identificazione tra il povero e ciò che gli serve, oggetto o bene, spinge il povero alla ricerca ossessiva della libertà, alla ribellione e, talvolta, anche alla violenza e all’assassinio.

Dalla disperazione estrema si forma, se questa viene sopportata, un potere di tipo particolare, il contropotere del lasciarsi uccidere.[3]

La classe medio-bassa è condannata all’oggettività, all’aggregazione; la soggettività è loro estranea. Quando una multa o una condanna colpiscono un ricco, questi può voltare pagina, ricominciare daccapo, cosa che non può fare il povero.



[1] ROUSSEAU, J-J, 1762, Du contrat social ou principes du droit politique, a cura di R. Gatti, 2005, Il contratto sociale, BUR, Milano, p. 120.
[2] LEPRE, A., 1993, Storia della prima Repubblica L’Italia dal 1943 al 2003, Società Editrice Il Mulino, Bologna, p. 301.
[3] POPITZ, H., 1968-1986, Phanomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna, p. 77.

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