sabato 9 aprile 2016

CORRUZIONE, ANTICORRUZIONE, UTOPIA


Nel luglio del 2013, nell’Irlanda del nord, tra Europa e Stati Uniti d’America fu concepito il TTIP, TransatlanticTrade and Investment Partnership, un accordo di libero scambio commerciale di portata colossale e sulla base del quale dovrebbero essere ridotti gli impedimenti burocratici e i dazi doganali intercontinentali. I sostenitori dell’iniziativa si dichiararono soprattutto sostenitori dello sviluppo economico, laddove gli oppositori annunciarono una catastrofe per la democrazia e la fine dei diritti dei consumatori perché gli Stati non avrebbero più potuto contrastare l’invasione delle multinazionali.

Di qui si assistette alla proliferazione di tutta una serie di documenti e azioni di contestazione, specie sul web, dove fanno sempre bella mostra di sé tenebrosi personaggi avvezzi a vedere complotti dappertutto. Nessuno fa niente per niente. Non intendiamo di certo imbatterci nello stesso errore di deduzione appena respinto e condannato. Non ci costa fatica immaginare che un governo X possa favorire un certo trattato in base alla cui violazione lo Stato sarebbe costretto a risarcire la multinazionale Y. Poi, per caso, si scopre che un parente del premier del governo X è il maggiore azionista della multinazionale Y, la quale, grazie al provvedimento dell’esecutivo, ha ottenuto garanzie commerciali solide e inattaccabili, soprattutto in materia di esternalità, cioè rispetto agli effetti che l’accordo ha sulla comunità civile. La morale non sta nella condanna di scelte politiche influenzate da rapporti affettivi o grossolani conflitti d’interesse, ma nella valutazione corretta del possibile e particolare beneficio che ne trarrebbero i cittadini. Non ci si rende neppure conto che per modificare un risultato di politica sociale è inutile contestare, occorre impavidamente fornire proposte alternative concrete, cioè mettere in scena qualcosa di diverso tramite alleanze virtuose.

Nella storia d’Italia, tuttavia, le alleanze sono sempre state additate come pericolose. Se si pretende un governo statalista, allora si deve conoscere lo statalismo, cioè il leninismo, lo stalinismo, ovvero sistemi di governo in cui lo Stato stesso è annullato a vantaggio del modello politico: altra terribile interpretazione della deduzione. Ne verrebbe fuori l’opposto, vale a dire il soffocamento della libertà d’azione nell’esercizio d’impresa. Possibile che non ci si debba mai sforzare per ottenere un obiettivo esame della realtà? Il gusto dell’annientamento entusiasma le masse.

Bettino Craxi, che in Italia è sinonimo di corruzione, concepì negli anni ottanta, proprio il superamento di questa crassa e becera politica dello pseudostatalismo, ma la gente lo ricorda per tutt’altra faccenda. Eppure, fu uno dei pochi, per esempio, a tentare una trattativa per il caso Moro, quando era chiaro che nessuno si affannava per la liberazione dell’ostaggio. Fu protagonista dell’abolizione della congrua e, col sostegno del pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI), un’alleanza concreta e virtuosa, portò i salari a una crescita di due punti oltre l’inflazione. È vero, crebbe il debito pubblico, crebbe di molto: fu più che raddoppiato; ma la bilancia dei pagamenti dello stato aveva valori positivi e la gente comune arrivava alla fine del mese, come s’è detto in altre parti di questo scritto.


Nel 2011, la Philip Morris avviò un’azione legale con esosa richiesta di risarcimento contro il governo di Canberra, che aveva stabilito l’introduzione nel mercato di pacchetti di sigarette privi di marchio commerciale e che riportavano solamente scritte antifumo. Sebbene sia lodevole ogni tentativo di tutelare la salute pubblica, non si può certo tornare al proibizionismo, non si può cancellare con una magia del legislatore la storia del marketing e della comunicazione, altrimenti dovrebbe poi costituirsi una fazione rivale, quella dei comunicatori, dei creativi, dei marketing manager, una specie di sindacato dedito alla tutela dell’opera dell’ingegno, del lavoro di migliaia di persone. È stupidità anche la nostra: nulla da eccepire. Queste elementari relazioni di causa ed effetto non appartengono né alla politica reale né all’economia reale, ma restano comunque dei marcatori sociali, segni da non trascurare.

Se si prestasse attenzione ai particolari, ci si renderebbe conto che un decreto anticorruzione e un auto blu in meno non servono ad alcunché. La compravendita di ‘yogurt scaduto’ s’avanza inarrestabile, con o senza corruzione, perché stata furbescamente fatta nascere in una dimensione parallela, distaccata e, in parte, anche anonima, indefinita e indefinibile. È inutile farsi strane idee, il circuito finanziario è, come s’è già detto, inarrestabile, incontenibile; nessuno può opporsi alle multinazionali, ma, principalmente, nessuno deve desiderarne il tracollo perché non si farebbe altro che desiderare la catastrofe comunitaria. Il rospo va ingoiato. C’è stato un periodo, tra gli anni settanta e gli anni ottanta, in cui i grandi partiti di massa facevano da collante tra i grandi sistemi della finanza internazionale e la vita dei quartieri. Basta pensare, per esempio, al fenomeno della Coldiretti, nata per volontà del democristiano Paolo Bonomi e sostenuta dalla Chiesa cattolica! Il suo scopo precipuo era il sostegno all’agricoltura, ma costituì indubbiamente un ampio serbatoio di voti per la DC. La Coldiretti era l’espressione impeccabile d’una politica sociale rappresentativa, in un’epoca in cui la NATO cominciava a dominare la scena occidentale.

L’Italia repubblicana è nata grigia, adombrata dai signori di Yalta, Roosvelt, Churchill e Stalin, si è qualificata, nel secondo dopoguerra, come uno spettatore di seconda fila che poteva solo rielaborare i monologhi o i dialoghi dei protagonisti del proscenio. Su questo piano medio e di parziale subordinazione, l’Italia stava per costruire la propria grandezza e i propri successi economici e sarebbe andata molto oltre, se non fosse stato concesso spazio all’astratta moralizzazione, quasi fosse possibile la costruzione della penisola europea di Utopia. Allora, si sono fatti avanti gli arcieri della giustizia, i paladini della rettitudine, i discendenti del sommo bene, i quali non si sono accontentati di ottenere una soluzione pratica, una via di mezzo tra l’annientamento e la correità, ma hanno scagliato frecce al vetriolo contro tutti, facendo finta di non conoscere le conseguenze.  Un gigante che stramazza al suolo alza parecchia polvere e schiaccia tante cose. Un gigante, semmai, va fatto accomodare.

Dirò invece, anzitutto, che le teorie politico-istituzionali, che hanno come oggetto l’organizzazione della vita dell’uomo in società, sono tutte, in certa misura, utopie. Alcune sono utopie radicali, quando si fondano sulla convinzione che si possa modificare la natura umana; altre sono utopie moderate, quando presuppongono una sostanziale stabilità nei caratteri distintivi dell’essere umano e si limitano a proporre regole valide per tutti e da tutti accettate per la loro intrinseca razionalità o convenienza.[1]

È inutile scomodare i filosofi, i politologi, i sociologi e tutti gli altri esperti o fautori di dottrine politiche perché i loro teoremi, nella maggior parte dei casi, implicano per conseguenza logica o un’utopia o un cittadino che pensi con la propria testa, s’informi e si formi quasi con metodo scientifico: entrambe le implicazioni sono assurde, impossibili e fuorvianti. Tutte le volte in cui, nella storia, s’è dato spazio a qualche brillante pensatore, mettendo in primo piano la questione morale, n’è venuta fuori la proclamazione dei valori assoluti e del relativo regime totalitario.

Qualsiasi città ideale è costruita, nella mente dei filosofi, con i mattoni e le macerie delle città reali.[2]

Molto di frequente, sul web, accade d’imbattersi in quei ridicoli file d’immagine in cui compare un noto personaggio politico marchiato con scritte che evidenziano i suoi beni materiali: “ha 10 case”, “guadagna € 32.000,00 al mese e il popolo muore di fame”. Il linguaggio comunitario è , il più delle volte, il migliore degli indicatori della validità di una teoria, tanto più che non sempre è necessario sperimentare l’ipotesi sociologica. Al contrario, basta svolgere un’indagine preliminare per fare almeno mille passi indietro. Ogni questione morale reale, al pari di un tentativo di perfezionamento dei sistemi democratici, funziona unicamente in quanto i destinatari manifestino capacità di interpretazione della volontà del Legislatore. Il cittadino medio non si rende conto che, qualora togliessimo 9 case e € 30.000,00 a quel politico, la situazione economica non cambierebbe affatto. Allo stesso modo, se riducessimo il reddito dei dieci uomini politici più ricchi d’Italia, non riusciremmo comunque a modificare gli equilibri economici. Si tratterebbe soltanto dell’applicazione frustrante della massima ‘mal comune, mezzo gaudio’.

Se così stanno le cose – e le cose stanno così, non lo si può negare –, come si può pretendere che il popolo, per esempio, sappia che la designazione di un collegio elettorale rinvia a diaboliche strategie politiche o che il calcolo dei resti talora è più importante del voto stesso, sicché, nelle democrazie contemporanee, ottenere il 40% dei voti non equivale a ottenere il 40% dei seggi? Lo Stato, tuttavia, avrebbe il dovere di tutelare anche chi non sa un’acca della compravendita azionaria, della bilancia dei pagamenti, del PIL, dei collegi uninominali, dei resti et cetera. La democrazia rappresentativa è un sistema elitario, sofisticato, per pochi, è fondato sull’oscuro disegno d’un’aristocrazia intellettuale che abbia tempo e denaro per studiare e capire. Si badi: non quella italiana, ma tutte le democrazie!

Allora, per salvare capra e cavoli, dato che la democrazia rappresentativa è una grande conquista dell’umanità e non è il vero problema, l’apparato governativo dovrebbe ridisegnare il proprio ruolo e il proprio ‘comportamento’ nei confronti dei cittadini. Ma il cane, a quanto pare, continua a mordersi la coda: sbucherebbero fuori, all’improvviso, altre filosofie, altre utopie e altre macerie.




[1] CORNELI, A., 2007, Potere e libertà, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano, p.  104.
[2] Ibid., p. 23.

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