sabato 2 aprile 2016

CENTODIECIMILA MORTI 
SEI MILIONI DI SFOLLATI


Negli ultimi mesi, per mezzo dei mass-media, siamo stati informati del disastro umanitario che incombe sulla Siria. Prestando fede alle cronache, gli schieramenti rivali sono stati rappresentate nel tempo dalle Forze Governative e dalla Coalizione Nazionale Siriana. Da un’indagine approfondita si scopre, anzitutto, che la Siria è in ‘stato di emergenza’ dal 1962.  Le stime fornite dalle Nazioni Unite sono fissate nelle cifre di 110.000 morti e quasi 6 milioni di sfollati in direzione dei paesi confinanti (Turchia, Giordania e Libano). Che cosa è successo dal 1962 ad oggi? 

È noto che: la Lega Araba, gli Stati Uniti e gli stati della Cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, BahrainEmirati Arabi UnitiKuwaitOman e Qatar) hanno condannato le violenze (…come prelevare un bicchiere d’acqua dall’oceano pretendendo di abbassarne il livello); Kofi Annan, in qualità di inviato speciale dell’ONU, ha tentato di risolvere la crisi (…come fosse l’Arcangelo della Liberazione); BanKi-moon, Segretario Generale dell’ONU, ha avvertito – si dice – in tempi non sospetti che il conflitto si sarebbe ampliato (…come fosse una sventurata Cassandra). Verrebbe fatto di chiedersi: - Se lo aveva detto pure il Segretario Generale dell’ONU, perché nessuno lo ha ascoltato? Oppure: perché ricopre questo ruolo, se nessuno gli presta attenzione? -. Verrebbe fatto di (…), ma non vogliamo abbandonarci alla retorica.

Secondo l’opinione del governo siriano, almeno quella che è giunta fino a noi, i ribelli della Cooperazione Nazionale Siriana, cioè i signori dell’ISIS (?), intenderebbero instaurare un regime islamico radicale. Lo dimostrerebbe il loro legame con al Qaida. Chi si è sempre opposto al governo, in genere, rivendica delle forme di libertà democratica, che Basharal-Assad, il Capo di Stato, come sappiamo, aveva sempre soppresso. Qual è la verità dei fatti? È necessario spingersi alla ricerca di qualche punto fermo. È certo che la forma di governo siriana, prima della ribellione totale, era codificata in una repubblica semipresidenziale. Il presidente avrebbe dovuto essere una carica elettiva. È altrettanto certo, tuttavia, che il paese è sempre stato controllato dal monopolio politico del partito Ba’th e il presidente eletto, di volta in volta, apparteneva sempre alla famiglia Assad (…più o meno, le cose sono andate così per 40 anni).

A nostro avviso,  la più sconvolgente delle notizie – lupus in fabula – è la seguente: il 24 ottobre 1945, la Siria ha fatto il proprio ingresso nell’ONU. Emergono come dirompenti molti altri interrogativi… Ma, se il cane si morde la coda…

In sostanza, sarebbe sbrigativo dare la colpa ai regimi autocratici o religiosi, i quali, per lo meno, hanno un nome e sono riconoscibili, se poi siamo costretti ad accettare che i paladini delle libertà democratiche appartenenti alle Istituzioni Governative covano a lungo e in silenzio uova di basilisco. È bene che, in questa scacchiera composita e caleidoscopica, si tengano in considerazione non solo gli opposti schieramenti siriani ma anche e, soprattutto, quelli internazionali. Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno sempre sostenuto la Cooperazione Nazionale Siriana, ovvero l’ISIS (?), mentre i paesi dell’Oriente che conta, su cui prevalgono Russia e Cina, sostenevano le Forze Governative. Procedendo oltre con gli studi, si potrebbe anche documentare che buona parte dell’Africa settentrionale, dell’Europa orientale e settentrionale sosteneva indirettamente i ribelli. Guarda caso – sempre il caso! –, tutte le leadership dell’Africa settentrionale sono state annientate nel 2011. Sarebbe interessante scoprire in che misura si estende l’avverbio ‘indirettamente’. Per converso, l’America latina, l’India e l’Africa meridionale sostenevano, altrettanto indirettamente (?), Bashar al-Assad. Viste le forze in campo, è fin troppo chiaro che nessuno ha interesse a intervenire concretamente per riportare pace e ordine.

‘Pace’ e ‘Ordine’, in questo caso, diventano eufemismi o, comunque, figure retoriche adottate a uso e consumo popolare, come fossero formule di un catechismo dalle ‘larghe intese’ religiose o simboliche.

L’Arabia Saudita costituisce indubbiamente un caso intrigante. È il paese che ha promosso la nascita della Cooperazione del Golfo Persico, la cui sede, non a caso, è a Riyadh. Lo scopo ufficiale di tale struttura intergovernativa è sempre stato quello di garantire un certo equilibrio economico e politico-sociale all’interno dei paesi aderenti: BahrainEmirati Arabi UnitiKuwaitOman e Qatar. Uno sguardo alla geografia politica di pertinenza farebbe sorgere dubbi pure a un acuto studente delle scuole medie. È sicuramente casuale che i paesi summenzionati rientrino in un’area territoriale prossima a quella del paese promotore. È logico, tra le altre cose, auspicare che, alla base di un sistema siffatto, si proponga un solido patto di stabilità economica; il che, in effetti, è stato fatto. 

All’epoca della guerra tra Iran e Iraq, infatti, la proposta era già bell’e pronta attraverso la pianificazione di una moneta unica, il Khaliji, e, soprattutto, di un mercato comune. A poco più di vent’anni di distanza dalla proposta, il progetto è svanito. L’Oman, nel 2007, ha comunicato di non essere in grado di rispettare i parametri di stabilità. In seguito, anche gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto un passo indietro, tanto che si è ancora alle prese con ipotesi e congetture politico-finanziarie. È legittimo chiedersi: gli analisti di finanza internazionale d’origine Saudita non erano in grado di prevedere che la maggior parte dei paesi membri non avrebbe avuto la forza e la stabilità per rispettare i parametri dell’eventuale mercato comune? Oppure s’è trattato d’un’iniziativa concepita unicamente per arginare le mire iraniane e il baathismo (…quello stesso baahtismo imperante in Siria)?


Ancora una volta, il caso ha voluto che la caduta di Saddam Hussein facesse venire meno anche l’ardore comunitario della CGC. Sempre il caso ha voluto che, in contrapposizione alla nascita dell’Organismo di Riyadh, lo stesso Saddam Hussein desse vita al Consiglio di Cooperazione Araba assieme all’Egitto, alla Giordania e allo Yemen del nord. In sostanza, da quasi cinquant’anni, infatti, non cambia alcunché: l’immobilismo è la regola d’oro che bisogna rispettare per rendere invulnerabile la Ragion di Stato.

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