sabato 23 aprile 2016

ATLANTE ERA UN PREGIUDICATO. 
SE NE SONO ACCORTI?


Questi sono anni in cui le banche hanno indubbiamente bisogno di buona pubblicità e, per carità, nessuno vuole privarle del diritto di agire sul mercato della comunicazione. Dal disastro dei mutui subprime in poi, la diffidenza è cresciuta a dismisura. In Italia, tra Carige, Banca Etruria, Popolare di Vicenza & Co. dominano ormai paura e incertezza. ‘Niente panico!’, come si legge dappertutto: le manovre strategiche son ben congegnate e strutturate, Panama Papers e antiterrorismo inclusi. Che piacciano o meno – queste manovre –, è altra questione!

Far fallire le banche, come sostengono alcuni, è impossibile: oggi, equivarrebbe a darsi la zappa sui piedi; gl’intrecci tra politica economica, finanza privata, occupazione e consumo di beni e servizi finali sono talmente fitti che lo scenario del fallimento è inimmaginabile. Neppure le profezie apocalittiche sull’Harmaghedon sarebbero sufficienti a saziare o contrastare gli slanci della nostra fantasia. Fino a quando la crisi investe la Popolare di Vicenza o Banca Etruria, possiamo cavarcela con polemiche e recriminazioni, ma, qualora il pericolo di crack investisse concretamente Goldman Sachs, HSBC o – rientrando in casa – Intesa Sanpaolo e Unicredit, sarebbe preferibile sperare che un asteroide impattasse contro la terra. Eppure il Fondo Italiano Salvabanche, Atlante, è stato bocciato dal Financial Time e dai grandi analisti. Di certo, non ci si può aspettare che, di colpo, inglesi e americani s’impegnino a fare buona propaganda alla finanza italiana. Negli anni, Stati Uniti e Inghilterra hanno risolto il problema a colpi di ‘bail out’, cioè utilizzando i soldi pubblici, quelli del Tesoro. E così pure l’Italia, in effetti: MPS docet

Atlante è qualcosa di diverso, ma non troppo. Nasce come ‘Bail in’ per iniziativa della QuaestioCapital Management Sgr e si configura subito come una raccolta di denaro, una vera e propria ‘colletta’, la cui parte principale, 800 milioni di euro, è versata da Intesa Sanpaolo. Al secondo posto della classifica dei contribuenti della questua si attesta UBI Banca con 200 milioni. Il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, ossia dello Stato, è imprecisato, mentre Unicredit si è fatta garante dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza. Di fatto, il Financial Time non ha torto; ha torto nell’avere ragione: ci si conceda la sofisticheria! Dicono che il problema starebbe nella scarsa liquidità raggiunta: circa 6 miliardi. In questo hanno ragione. Nello stesso tempo, hanno torto o perché non vogliono dire come stanno le cose o perché vogliono dirle nel modo sbagliato. Il primo punto critico è il seguente. Il Fondo Italiano Salvabanche non è solo un modulo d’intervento, ma serve anche ad assorbire i crediti in sofferenza, che corrispondono a circa 200 miliardi di euro. In che modo? Semplice, ovverosia: come al solito, tramite un processo di cartolarizzazione, in seguito al quale questi crediti saranno ‘impacchettati’ e introdotti nel mercato finanziario, finendo col generare fondi a rischio elevato, fattori di tossicità, sequenza di credit default swap e catene di Sant’Antonio interminabili. Stiamo esagerando? Ipotesi insane? Può darsi. Basterà seguire il comportamento di Atlante a Piazza Affari e non solo.  Da ultimo, un richiamo letterario per chi ha scelto il nome Atlante: Atlante è un pregiudicato, condannato a una pena terribile, non è un eroe. Se ne sono accorti o è un errore di comunicazione? A quanto pare, è ‘cosa nostra’ mettere un pregiudicato in evidenza.

Ci tocca insistere in modo ossessivo sul concetto di notizie, che, quando giunge al fruitore o consumatore finale, deve essere smontata, riclassificata e reindirizzata, non altrimenti che se il suo contenuto fosse crittografato. Leggiamo, per esempio, che ENI ha collocato un prestito obbligazionario equity-linked non diluitivo per un valore nominalepari a 400 milioni. Approfondendo, rileviamo dati circa la scadenza, il premio et cetera. Tra le svariate componenti, scopriamo pure che 16.772 persone hanno cliccato su ‘mi piace’ tramite l’apposita icona - per non parlare di tweet e ritwitt -. Cosa piace, in particolare, a 16.772 persone? Cominciamo col dire che, spesso, un’azienda ricorre al prestito obbligazionario o perché è in crisi di liquidità o perché deve fare qualche investimento. E, nel secondo caso, niente - o nessuno - può garantire che il Return on Investment sia positivo. Solo la lettura almeno degli ultimi due bilanci della società ci permetterebbe di capire se sia opportuno un ‘I like’ o meno. Qual è il valore del Debt/Equity? Qual è il quello del ROE? Soprattutto: è essenziale studiare il ciclo del circolante.   

Con l’espressione Capitale Circolante Netto, gli esperti di Bilancio sono soliti indicare, nell’ambito dello stato patrimoniale riclassificato, risorse, margini e valori della capacità finanziaria di un’azienda. In modo sbrigativo, il dato si ottiene sottraendo le passività correnti alle attività correnti. Queste astruserie di economia aziendale ci riguardano per due motivi: il primo è rappresentato immediatamente dall’effetto di distorsione linguistica che se ne ricava; il secondo nasce dalla pubblicazione di un articolo sul Sole 24 ore, anch’esso ambiguo e ingannevole in fatto di parole. Se un lettore poco avvezzo a questa terminologia legge e rilegge le varie definizioni di Capitale Circolante Netto, suggestionato soprattutto dalla semantica comune di Capitale e Circolante, che fanno pensare a ‘soldi che girano’, egli ne deduce su due piedi che avere un valore positivo del Capitale Circolante Netto è cosa buona. Le cose buone, tuttavia, non sono sempre così evidenti. Infatti, siccome il Capitale Circolante Netto è soprattutto un indicatore di investimento, che include crediti e scorte, un suo valore positivo può significare che l’azienda ha investito molto; la qual cosa non si traduce affatto in liquidità perché nessuno garantisce che le scorte siano vendute in tempi brevi e i crediti siano riscosse rapidamente. Viceversa, un valore negativo del Capitale Circolante Netto può indicare che i clienti abbiano già pagato e le scorte siano state vendute.

La morale della favola è fin troppo chiara e non solo: essa dà pure adito all’approfondimento che traiamo da un articolo del Sole 24 ore.

Il titolone spettacolare è il seguente: Finanziamenti, ABI: concesse a PMI moratorie peroltre 18 mld. L’esponente dell’Associazione Bancaria Italiana sembra essere orgoglioso del comunicato fatto alla stampa e il giornale sembra interviene per acclamazione. Entrambi sono forti del sembrare. Come scrisse Aristotele nella Metafisica: <<L’essere può dirsi in molti modi (…).>>.[1] C’è ragione di inorgoglirsi e acclamare? Pensiamo proprio di no. In pratica, alle banche sono pervenute oltre cinquantacinquemila domande di sospensione del pagamento, un quinto delle quali è stato accettato sotto forma di allungamento del piano di ammortamento, nell’ambito di un’operazione del valore di 2,6 miliardi di euro. Insomma, le banche non si sono mica distinte per un gesto caritatevole o una ‘democratizzazione’ del debito. Debito, non credito: sia chiaro! E deve essere chiaro perché va usato il linguaggio adeguato a chi versa in stato di sofferenza. Il dato che emerge è, infatti, molto preoccupante: le PMI accedono al ricalcolo dell’ammortamento soprattutto perché non possono permettersi di pagare entro il termine prestabilito. È vero che, nel bilancio, gli ammortamenti svolgono una duplice funzione, economica e patrimoniale, consentendo così all’azienda di sottrarre la quota del fondo d’ammortamento al costo storico patrimoniale e riducendo la pressione tributaria, ma è altrettanto vero che la capacità di pagare un debito determina lo stato di salute dell’azienda stessa. Prima di festeggiare per la gentile concessione dell’ABI, sarebbe bene valutare altri importanti indicatori di bilancio: current ratio e acid test. La current ratio, infatti, essendo il rapporto tra l’attivo a breve termine e il passivo a breve termine, ci fa capire se un’azienda sia capace o meno di far fronte al debito, mentre l’acid test,  che si ottiene sottraendo il rapporto tra scorte e passivo a breve termine all’attivo a breve termine, si traduce in un vero e proprio quoziente di liquidità. E non finisce di certo qui l’analisi di quelle componenti di bilancio che sconfessano gl’imbonitori dell’entusiasmo economico-finanziario. Non è questa la sede per andare oltre, ma è facile intuire quanto la trattazione ambigua di un tema così delicato possa trasformarsi in dis-orientamento informativo.

Non ci si rende conto che la suggestione finisce col diventare il denominatore comune: obbligazioni, mostri mitologici, leggi elettorali et cetera sono vere e proprie matrioske; il che non significa ‘complotto’ o trame occulte o chissà quale altra diavoleria, ma solo che non esiste un rapporto immediato e biunivoco tra dato informativo e interpretazione. 

A tal proposito, è bene notare quanto sia ormai diffusa la cultura della ‘devianza’. Nelle dispense di Politica Economica adottate presso un Corso di Laurea in Giurisprudenza, reperite sul web durante una ricerca occasionale, si legge che <<l’intervento pubblico nell’economia è giustificato dalla presenza di fallimenti di mercato, quali la disoccupazione, l’inflazione, gli squilibri di bilancia dei pagamenti e il sottosviluppo.>>.  È – a dir poco – inquietante che un docente universitario, oggi, faccia un’equazione tra politica economica e fallimento. La funzione della spesa pubblica è necessaria all’equilibrio di uno Stato. Per quanto si voglia essere benevoli per comprendere i propositi del docente, non si può fare a meno di giudicare fuorviante e spropositata tala affermazione. Qui, non si tratta di stabilire se schierarsi dalla parte di Adam Smith o di John Maynard Keynes né di mettersi a litigare su liberismo e interventismo, anzi è appena il caso di rifiutare ogni forma di classificazione. Tuttavia, se questo accade, cioè se si ormai è stratificato un pensiero così ammorbato e rigido, allora il distacco tra i l’entità politico-finanziaria e gli attori sociali è netto. Non citiamo la fonte per educazione intellettuale; non si cerca affatto la polemica; si tenta, semmai, di trarne un vantaggio empirico-descrittivo. Vedere è sapere, per dirla coi greci di Omero. Si può pensare davvero a uno Stato che non intervenga nella sanità o nell’istruzione? Dal XIX secolo in poi (…riduzione cronologica ovvia!), s’è mai visto uno Stato privo di Debito Pubblico o di Deficit? Diversamente: la presenza di Debito e Deficit sono da considerarsi necessariamente fattori negativi? Bisognerebbe ricordare a qualche docente che il capitale di debito, talora, può rivelarsi molto utile (…talora, non sempre!) anche nella vita di un’azienda… O, forse, è troppo tardi?



[1] ARISTOTELE, Metafisica, a cura di G. reale, Rusconi Libri, Milano, 1003a, p. 131. 

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