mercoledì 13 aprile 2016

AHI SERVA ITALIA!

ACQUISIZIONI TERRIBILI 
O HOURRA POUR LA FRANCE?


Talora, in economia, le presunte notizie positive possono contenere risvolti negativi e viceversa: non si tratta di ammodernato interesse per la dialettica hegeliana né di mera consolazione linguistica, con cui si può accettare di dire che il bicchiere è mezzo pieno; non è, parimenti, una scorciatoia della scrittura speculativa contro la deriva dei calcolatori, uomini e non. È, invece, anzitutto e per lo più, un tentativo di restituire all’informazione il valore dei fatti perché l’informazione, di solito, non rappresenta i fatti, da cui, al contrario, è sapientemente separata. Essa può esistere unicamente nella frammentazione e impone al fruitore un lavoro di ricomposizione; nella fruizione, esiste come funzione retroattiva. Un buon lettore di filosofia, a questo punto, potrebbe rintracciare il Wittgenstein della proposizione 2.011 del Tractatus: <<È essenziale alla cosa il potere essere parte costitutiva degli stati di cose.>>[1]. Come dargli torto?

Fatte queste considerazioni, è il caso di giocare alla ‘distrazione strumentale’ con metodo random. E per accreditarci sfruttiamo ancora una volta Wittgenstein perché <<il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.>>[2]

Riflettori puntati sulla geopolitica, dalla Libia al Karabakh, sulla crisi di liquidità delle banche, su Tempa Rossa e sugli ‘scandali offshore’? È un fatto, non la totalità dei fatti. Nel frattempo, a luci spente, in Liguria si sta consumando una specie di tragedia beckettiana e, anche in questo caso, siamo certi che Godot non arriverà mai. Nessun titolone, infatti, contempla la vicenda dei produttori di latte della Liguria, i quali sarebbero ormai costretti a gettare il proprio latte nelle concimaie. La controparte è – guarda caso – un’azienda francese fondata un’ottantina di anni fa da André Besnier, la Lactalis, proprietaria del marchio Parmalat, la quale, in scadenza di un contratto che la legava all’acquisto del latte ligure, avrebbe imposto una condizione capestro ai produttori: 25 centesimi al litro, laddove per produrlo ce ne vogliono circa 35. Che faranno tutti i membri di questa filiera economica? Non si sa. Si sa per certo che i vantaggi dell’economia globale comunitaria sono ormai alquanto manifesti. Il nuovo latte, molto probabilmente, proverrà dall’Europa dell’est o chissà da dove e nulla si può dire sulla qualità.

La Francia, dopo gli attentati del 2015, sembra vivere un periodo di splendore, una sorta di ‘grande restaurazione’: il sembrare, cioè l’apparire o – per dirla alla maniera degli antichi latini (videor) – l’esser visti in un certo modo, illumina già da tempo la coscienza neoborbonica, cui – a onor del vero – bisogna riconoscere sapienza tattica e competitive intelligence. Hourra pour la France? Agl’italiani restano, di certo, parecchi dubbi su ciò che avrebbe dovuto esser fatto per tutelare il patrimonio nazionale. La tensione raggiunta è bell’e giustificata perché è in gioco il futuro delle telecomunicazioni e dei media. L’Italia, già molto indietro in fatto di banda larga, si è esposta fino al rischio d’implosione. Vincent Bolloré, presidente di Vivendi, di cui peraltro possiede poco più del 15%, è riuscito negli ultimi anni a rastrellare partecipazioni e acquisizioni societarie con un’avanzata dirompente sul territorio italiano. Fino a qualche anno fa, possedeva solo l’8% di Telecom: vendendo la Brasiliana GVT alla spagnola telefonica per poco più di 7 miliardi, aveva ottenuto in cambio la quota Telecom. In precedenza, nei primi anni del 2000, era entrato nel CDA di Mediobanca ed era arrivato alla guida delle Assicurazioni Generali, di cui, per l’appunto, Mediobanca era maggiore azionista. Telecom, tuttavia, non è una società qualunque; è un monopolista del settore. Se, dunque, consideriamo che l’imprenditore bretone ne ha ormai acquisito il 24,9%, è necessario chiedersi quale sia stato il ruolo del governo italiano dal 2014 a oggi. Non possiamo mica dare la colpa del nostro indebolimento strutturale ai francesi o allo stesso Bolloré, anche se è comodo proiettare sugli altri la causa dei propri mali: un giorno si accusano gli americani, un altro gl’inglesi, ora i francesi e così via. Tutt’altro! A complicare le cose in casa nostra compare un altro nome transalpino, già noto agli addetti ai lavori, Xavier Niel, proprietario del 55% di Iliad, che, non a caso, si occupa di telecomunicazioni, e, soprattutto, proprietario dell’11% di Telecom. Niente panico, anche in questo caso! Bolloré ha rassicurato Renzi a proposito degli investimenti sulla banda larga, che sta tanto a cuore alla politica italiana: Metroweb, controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, vivrebbe già in armonia d’intenti con Vivendi, tant’è che Recchi s’affretta a rintuzzare ogni insinuazione sul possibile trionfo di Orange, società controllata dallo stato francese, mentre il governo tenta di riabilitare la propria posizione rilanciando il ruolo di Enel e di Starace con la nascita di una nuova società per azioni dedicata alla fibra ottica.  Come spesso accade nel mondo dell’informazione, il decentramento costituisce la vera questione: il punto saliente non si trova affatto nella qualità del servizio che Bolloré potrà offrire agl’italiani, servizio che verosimilmente sarà superiore alle aspettative medie, quanto piuttosto nella sconfitta traumatica, epica e – mi si conceda il termine! – quasi testamentaria del nostro apparato statuale, sconfitta che sembra passare sotto silenzio.  I francesi di Vivendi, infatti, hanno messo le mani pure su Mediaset Premium, di cui hanno acquisito il 100%. Allora, sì: hourra pour la France!

Sicuramente non possiamo permetterci di dire Hourra pour l’Italie. La Banca Popolare di Vicenza è stata accusata di aver concesso prestiti in cambio dell’acquisto di azioni e obbligazioni convertibili. Adesso, è pure in rosso per oltre un miliardo di euro, anche se si attende il risanamento tramite aumento di capitale. Tutto questo si traduce nei reati di aggiotaggio, falso in bilancio, associazione a delinquere, ostacolo agli organi di vigilanza e, naturalmente, in un danno considerevole per gl’investitori, che si ritrovano tra le mani azioni che valgono poco o niente. Le vicende della Banca Etruria sono ormai note ai più e non è il caso di ripeterle. Meno noto, nel contempo, è il caso di Berneschi, ex presidente del CDA di Banca Carige arrestato per truffa ai danni del comparto assicurativo dell’istituto: meno noto solo perché ‘meno chiacchierato’.  Il meccanismo messo a punto da Berneschi consisteva nella distrazione di capitale realizzata mediante acquisizioni immobiliari e societarie sovrastimate rispetto al valore di mercato; l’indotto, oltre a essere sottratto alla cassa della Carige, era in seguito destinato a società fittizie composte da manager compiacenti e trasferito dalla Svizzera nei soliti paradisi fiscali. In altri termini, di là dal ‘furto’, si materializzava una consistente opera di riciclaggio.  Comincia a smarrirsi nella memoria la crisi della Monte dei Paschi di Siena, giunta alla ribalta nel biennio 2011-2012, ma forse sottovalutata perché l’attenzione, allora, fu centrata interamente sui cosiddetti bond di Mario Monti, che con circa quattro miliardi di euro salvò la più vecchia tra le banche del mondo. All’origine, l’obiettivo di MPS sembrava meritevole di lode, almeno sotto il profilo imprenditoriale: acquisire Antonveneta per entrare a far parte dell’olimpo bancario. Fin qui, è tutto regolare. Un po’ meno i 9 miliardi necessari all’operazione e che avviarono la crisi. Poco dopo, il management di MPS decise di correre ai ripari utilizzando i derivati, ma ne conseguì un disastro. In modo irresponsabile e inaspettato, strano, paradossale, acquistò quasi mezzo miliardo di prodotti tossici e cedette i prodotti finanziari migliori. Il governo Monti, da ultimo, rilevò delle obbligazioni bancarie per soccorrere l’istituto senese. 

A questa rassegna si potrebbero – o dovrebbero (?) – aggiungere tutti i rischi che attualmente corrono le popolari, coinvolte a pieno titolo nella sorte di alcune grosse aziende italiane in rosso: l’esposizione è tale da determinare un sostanzioso effetto sistemico, finora evitato con pratiche di politica economica di copertura. Insomma: che cosa sta succedendo? La risposta potrebbe essere contenuta, ancora una volta, nella cessione della sovranità nazionale non perché si voglia generare la solita solfa antieuropeista, ma perché ciascuno porta l’acqua al proprio mulino e non si può pretendere che la FED non approfitti della debolezza della BCE. Quest’ultimo passaggio, forse, è un po’ criptico, ma è bene lasciare al lettore libertà d’interpretazione e approfondimento. Dare definizioni in tal senso sarebbe troppo pretenzioso.






[1] Wittgenstein, L., 1922, Tractatus logico-philosophicus, trad. it. di  A. D. G. Conte, 1964, ed. Einaudi, Torino, p. 25.
[2] Ibid., p. 25.

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