sabato 5 marzo 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

ISIS & Petrolio


Danimarca, Belgio, Spagna, Gran Bretagna, Germania e Francia, unitamente all'Italia, sono gli stati che hanno risentito maggiormente, fino ad ora, delle minacce vaganti, avendo accolto inconsapevolmente cellule isolate di reclutamento e formazioni filoqaidista e terroristiche. L'avverbio 'inconsapevolmente', pur sembrando inopportuno, non è stato tirato fuori per caso. Le conseguenze di Schengen e Frontex, infatti, potrebbero costituire un dubbio cocente circa le loro applicazioni. In altri termini: la polizia del paese d'ingresso degl'immigrati avrebbe il compito d'identificare tutti i clandestini. Se questo avvenisse in modo rigoroso, tuttavia, al paese d'ingresso spetterebbe poi un'altra gravosa incombenza: gestirne il flusso e provvedere al rimpatrio, quand'anche queste masse indistinte riuscissero a fuggire in direzione dell'Europa settentrionale. Quel paese che, in seconda battuta, dovesse identificarli avrebbe, infatti, il compito di rispedirli in Italia. L'Italia, in quanto approdo comodo e diretto, nel caso in specie, è protagonista indiscussa, soprattutto se si considera che, già nel 2008, anno della seconda pubblicazione delle Relazioni al Parlamento ad opera del DIS, si registrano, solo in Sicilia, 34.540 ingressi a fronte dei 36.951 totali. Tali cifre, naturalmente, crescono vertiginosamente di almeno cinque o sei volte in seguito al crollo dei governi nordafricani del 2011. Il redattore dei documenti in questione, tra le altre cose, fa notare in più parti che molti di loro sfuggono sistematicamente ai controlli, grazie a un sodalizio criminale che trae origine dal suolo libico. In particolare, in Libia, sarebbe stata riconosciuta la presenza di un'organizzazione capace di gestire l'intero traffico proveniente dalle regioni subsahariane, dal Corno d'Africa e dallo Yemen. Con la premessa in questione, si vuole forse ipotizzare che la polizia italiana non assolva il proprio compito in modo esemplare? Non lo si può fare per principio e per rispetto e perché non ci sono gli elementi per imputare ad essa siffatta omissione. Di certo, molti aspetti della vicenda restano inspiegabili. Parimenti, s'impongono alcuni interrogativi:

1) Esiste davvero un paese di prima linea la cui polizia non sarebbe surclassata da tali forze d'invasione?
2) L'Italia possiede la capacità economica necessaria a che la polizia possa svolgere autenticamente il proprio compito?
3) Si tratta di una questione umanitaria o è opportuno spostare l'attenzione su qualcos'altro?

Nella maggior parte delle interpretazioni, l'immigrazione clandestina è considerata pericolosa a causa della sua deriva terroristica. Anche questa è un'associazione impropria. Se è vero che tra le centinaia di migliaia di esseri umani che giungono sulle nostre coste se ne nascondono alcuni che hanno cattive intenzioni, è altrettanto vero che il problema 'terrorismo' nasce altrove. L'ISIS e il suo proselitismo, che occupano i pensieri dell'uomo occidentale e i mezzi di comunicazione del pianeta, non si diffondono sui barconi. Allo scopo di sgomberare subito il campo da inutili e fuorvianti teorie, cominciamo col dire ciò che l'ISIS non è e, soprattutto, perché non può essere in un certo modo. L'ISIS, di certo, non è un gruppo terroristico (...il terrorismo è solo una conseguenza), come, invece, comunemente si dice. L'ISIS non è direttamente collegata con gli attentati che sono stati compiuti di recente o, per lo meno, nell'ultimo decennio, in Europa. L'ISIS non è espressione di al Qaida. L'ISIS è, anzitutto, un movimento politico-religioso che si contraddistingue, contro qualsiasi diritto umano, per una marcata, ininterrotta e sanguinosa azione militare e rivendica principalmente gli insediamenti territoriali di Siria e Iraq. Dall'irrazionale e rapido trionfo del suo metodo, fatto di teste mozzate e torture, proclami di vendetta contro l'occidente e minacce di annientamento globale, è conseguita l'estensione dell'obiettivo, che adesso potrebbe definirsi jihadismo ecumenico, ovverosia imposizione del Califfato e del radicalismo ad alcuni paesi di matrice islamica moderata o sui quali ONU e NATO, nel tempo, hanno messo le mani. Qui, però, bisogna fermarsi e smettere di parlare solo dell'ISIS per capire che cos'è l'ISIS perché i movimenti sullo scacchiere internazionale sono talmente numerosi e complessi da togliere il respiro a qualsiasi analista esperto e che voglia almeno tentare di essere onesto. 



Non si può liquidare la questione affermando che si tratta di un complotto, come non si può sostenere il contrario. Nello stesso tempo, non è sufficiente registrare i misfatti del 2011, anno in cui, paradossalmente, misteriosamente e contemporaneamente, giungono al capolinea alcuni regimi, come s'è già detto, per asserire che si sia trattato dell'insorgenza di nuovi partiti della guerra che si sono giovati della debolezza delle polizie locali. Nessuna di queste tesi, se isolata, fa al caso nostro perché, una volta consacrata, priverebbe di logica tutto il resto. A noi resterebbe solo il caso. E, naturalmente, non possiamo accontentarci del caso. È appena il ‘caso’, allora, di dire che tutto ciò che viene attribuito in modo sbrigativo all'ISIS non appartiene all'ISIS. Si può parlare sicuramente di movimenti filoqaidisti, di jihadismo fanatico, ma l'ISIS non c'entra. 

Se anche noi volessimo giocare con le informazioni o volessimo accontentarci di quelle che ci giungono, basterebbe parlare di Sham, cioè di Grande Siria (Libano, Siria, Territori Palestinesi, Israele e Giordania), che costituirebbe il vero obiettivo dello Stato Islamico itinerante, il Califfato, per porre fine all'interpretazione degli eventi, inquadrando il tutto pure all'interno di confini geopolitici. Ma siamo incontentabili e, oltre a chiederci, come abbiamo già fatto, perché se ne parli solo adesso, quando già quasi dieci anni fa il progetto era noto, vogliamo tentare di ricostruire una trama internazionale occulta e, forse, infiltrata più dalle multinazionali dell'energia e del petrolio che dai terroristi dell'ISIS o di al Qaida o di Boko Haram

D'ora in avanti, sottoporremo i fatti al vaglio critico del lettore, limitandoci a produrre solamente delle ipotesi di collegamento, benché sia chiaro che un corretto processo di informazione e comunicazione non possa né debba spingersi oltre, a meno di possedere prove certe. Purtroppo, ci vorrebbe un trattato per passare in rassegna tutti gli episodi salienti e utili alla comprensione. Procederemo, pertanto, con una selezione, che confidiamo possa dare un'idea dello stato di cose. 

Il 31 dicembre 2008 fu il giorno annunciato al mondo come la data di scadenza del mandato ONU in Iraq. In effetti, il dichiarato ritiro dei caschi blu ebbe seguito. In quello stesso anno, tuttavia, accade qualcosa di strano sotto il profilo della politica internazionale. Gli Stati Uniti d'America siglarono col governo iraqeno di Al-Maliki lo Status of Forces Agreement (SOFA), un accordo in base al quale si sarebbe stabilita la presenza permanente delle truppe americane nel paese contro il radicalismo sciita e le cellule di guerriglia baathista. Sarebbe lecito chiedersi, sulle prime, per quale motivo sia stata scavalcata un'organizzazione intergovernativa come quella delle Nazioni Unite, ma sappiamo già di non essere capaci di rispondere o, diversamente, sappiamo che ogni risposta c'indurrebbe a pensare male. Prima di trarre conclusioni affrettate, raccogliamo altri fattori di criticità e dubbio. 

Nel settembre del 2009, poco meno di un anno dopo, il Congresso degli Stati Uniti approva la Legge Kerry-Lugar, con la quale considerevoli finanziamenti vengono destinati al governo di Islamabad. L'episodio potrebbe sembrare neutrale e privo di valore, qualora non si sapesse che il Pakistan, paese dalle vicende assai controverse e spesso oggetto di devastazioni terroristiche, è fondamentale nella strategia di contenimento dell'offensiva dei Talebani. Il confine tra Pakistan e Afghanistan è ormai tormentato e privo di pace da tempo. Anche in questo caso, non si sa molto di risoluzioni dell'ONU volte a generare almeno un equilibrio intergovernativo. C'è da meravigliarsi allora per l'eccesso di spazio di propaganda che si assegna all'ISIS, mentre le notizie essenziali restano al di fuori della portata dei più. Gli aiuti finanziari statunitensi diretti al Pakistan potrebbero avere un altro movente. Il caso vuole che la geografia non sia opinabile. Ogni giorno, dallo stretto di Hormuz,  tra Emirati Arabi e Iran, transitano quasi 20 milioni di barili di greggio. Questo stesso caso vuole che il Pakistan, a ovest, confini proprio con l'Iran, paese storicamente maledetto dagli USA. Sempre secondo il terribile e incontrastabile caso, i dossier relativi all'attuale situazione del Corno d'Africa e dello Yemen denunciano un peggioramento della minaccia terroristica e del fenomeno della pirateria che si estenderebbe dal Golfo di Aden al Golfo dell'Oman. Sull'Arabia Saudita c'è poco da dire perché non si può sicuramente pensare che sia antiamericana. 


Ancora una volta, ci tocca dichiarare che la nostra non è una posizione antiamericana, ma siamo per lo meno obbligati a registrare gli eventi secondo la loro oggettiva evoluzione, pertanto non possiamo non tener conto di coincidenze che sembrano inchiodare gli USA a delle responsabilità 'affaristiche'. Per esempio, è molto strano,  lo ripetiamo,  che si citi molto spesso il Marocco nelle Relazioni dell'Intelligence e si parli poco dell'Algeria, una delle cui regioni, la Cabilia, è stata spesso teatro di devastazioni e da cui provengono molti “terroristi fai da te”. Con un po' di diffidenza, potremmo pensare ad un tentativo d'influenzare lo spostamento degli interessi commerciali, ma peccheremmo di presunzione. Che cos'hanno in comune lo spirito umanitario e il petrolio? I conti, purtroppo, tornano. Le maglie di questa rete sono abbastanza strette, talmente strette che non passa neppure l'aria. ISIS significa Stato Islamico dell'Iraq e della Siria: sì, come acronimo, significa questo… 

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