mercoledì 2 marzo 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Il nuovo Soviet supremo: la BCE e il suo yogurt scaduto


Ogni scoperta è considerata, per lo più, un successo per la comunità scientifica e per l’umanità. Se così fosse, avremmo scoperto l’umidità nel pozzo. Peccato che il pozzo sia secco! Di tanto in tanto, infatti, la scoperta, pur essendo un successo oggettivo – meglio sapere che ignorare! – in funzione delle nuove conoscenze apportate, non segna una tappa dell’evoluzione, ma l’esatto contrario, cioè rivela elementi di stupidità o per lo meno di deficienza intellettiva degli attori sociali.

La scena tragicomica è la seguente. Tizio compra all’ingrosso un’intera cassetta di yogurt scaduto, se ne accorge solo dopo una settimana, forse, addirittura, dopo averne mangiati alcuni, cosicché, anziché andare a protestare dal venditore, la mette in vendita e trova pure Caio disposto a comprarla. Caio è consapevole fin dall’inizio dello stato della cassetta di yogurt, ma la acquista ugualmente. Voi direte: - È stupido! -. In effetti, sembrerebbe stupido, ma aspettiamo a dare giudizi affrettati! Caio, infatti, acquista lo yogurt non già per portarlo a casa e mangiarlo, bensì al solo scopo di rivenderlo immediatamente a Sempronio, che, a propria volta, lo appioppa a qualcun altro. Prima o poi, qualcuno deciderà d’interrompere questa catena di Sant’Antonio? Può darsi che accada, ma, se lo yogurt si fermerà a casa di qualcuno, qualcuno dovrà pagarne le conseguenze, dovrà piangere per una spesa che, a quel punto sarà diventata esorbitante. Se Tizio ha comprato la cassetta al prezzo di € 2,00, deve averla rivenduta almeno al prezzo di € 2,50 e così pure Caio e Sempronio. Passando di mano in mano, la cassetta di yogurt deve avere raggiunto prezzi spropositati. Se il gioco finisse qui, l’arretramento lungo il percorso evolutivo dell’umanità sarebbe ridotto e si potrebbe recuperare. Ma non finisce qui. Tizio, Caio, Sempronio e alcuni altri giocano con lo yogurt scaduto. E tutti gli altri che fanno? Stanno a guardare? Nient’affatto! Scommettono sull’andamento dello yogurt. In altre parole, scommettono sul rialzo o sul ribasso dei prezzi della cassetta di yogurt, su dove sarà collocata e su tante altre fantasiose diavolerie. A un certo punto, accade pure qualcosa d’inverosimile. Tizio, Caio, Sempronio e i loro amici si accorgono che qualcuno sta scommettendo sulla loro compravendita di yogurt e, non contenti del proprio gioco, cominciano, pure loro, a scommettere su ciò che essi stessi faranno, come se un uomo dicesse alla propria moglie: - Cara, scommettiamo che tra due ore farò una doccia? -. È fin troppo evidente che, presto tardi, Tizio, Caio, Sempronio, i loro amici e tutti gli scommettitori dell’ultima ora finiranno col restare intrappolati in una fittissima rete di scambi di cui si sarà perduto il valore essenziale. Non circolerà neppure il denaro perché, tra i cicli inarrestabili di rivendita e le scommesse, prevarrà il valore nominale su quello reale. L’azienda che produce yogurt  e il grossista saranno dimenticati; non ci sarà più relazione tra produttore e consumatore perché gli stessi attori iniziali, Tizio, Caio e Sempronio, fattisi più scaltri, diranno che per arricchirsi non avranno più bisogno di acquistare un prodotto, ma dovranno semplicemente limitarsi a scommettere. Anche lo yogurt avariato avrebbe potuto salvare l’economia, ma ormai non c’è altro da fare: è necessario chiudere l’azienda produttrice di yogurt, chiudere l’ingrosso, licenziare tutti.

Questo gioco folle, una specie di roulette russa, è, più o meno, quello che si svolge quotidianamente nei mercati finanziari, dove al posto dello yogurt troviamo i titoli e, di conseguenza, un’aggravante: Tizio non acquista un prodotto finito, ma un prodotto fittizio, cioè, nella maggior parte dei casi, un titolo alla scadenza del quale egli dovrebbe ricevere il denaro che ha speso maggiorato della quota d’interesse pattuita. Quindi le cose si complicano come peggio non si potrebbe. Tizio, rendendosi conto di non potere ricavare quanto ha speso perché, molto probabilmente, ha tra le mani un titolo greco, lo rivende. Caio, che lo acquista, non è affatto stupido, come, sulle prime, potrebbe sembrare e si dà da fare per accrescere il proprio business. Questo meccanismo, a poco a poco, svuota l’economia reale. Se ciò è accaduto anche con un bene di consumo, figuriamoci cosa può nascere da un prodotto nominale o creditizio! Si creano due mondi: quello della finanza, cioè della gente furba e intelligente, e quello della società, cioè della gente stupida e stordita, mondi che non hanno alcunché in comune, sono del tutto slegati, quand’anche i governi siano costretti a occuparsi più della dimensione finanziaria che di quella sociale soprattutto in un sistema come quello europeo delle banche, di cui s’è più volte parlato e ancora si parlerà in questo scritto.

L’involuzione, nostro malgrado, continua, tanto che l’Europa è già tornata indietro di trenta o quarant’anni, è diventata un’Europa del blocco, è sovietica, non comunista ovviamente, ma la BCE assurge indubbiamente a soviet supremo. All’epoca della dottrina Breznev e fino al periodo della guida Gorbacev, il blocco sovietico si reggeva esattamente sulla politica economica aggressiva. L’URSS finanziava costantemente Ungheria, Polonia, Germania dell’Est, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, tenendo questi paesi sempre sotto scacco. La gente subiva la totale restrizione delle libertà fondamentali, ma, in qualche modo, si adattava perché, in assenza dei prestiti sovietici, il rischio di collasso e guerra civile si sarebbe materializzato spaventosamente. La cortina di ferro si sgretolò senza particolari forzature perché Gorbacev, in seguito al crollo dei prezzi del petrolio, decise che l’URSS non avrebbe più dovuto spendere denaro per i satelliti sovietici, non già per una fulminante apertura democratica, che forse subentrò solo a giochi fatti. È del tutto naturale che chi mette i soldi faccia la voce grossa.

Il nuovo soviet europeo emette moneta, presta denaro, finanzia e rifinanzia? Sì! Allora, ha tutto il diritto di avanzare delle pretese (?). Chi fa parte del soviet supremo? Non importa. Non ci serve l’ennesima caccia alle streghe, come non ci serve l’ennesima teoria del complotto. Quando si sentono strillare i parlamentari rivoluzionari contro la corruzione, la spesa pubblica, la casta e tanto altro, si vede anche maturare la tendenza al plauso e all’ovazione. Ebbene, in quel momento la stupidità di massa si è elevata a sistema e i sovietici della BCE hanno gioco facile. La riduzione della spesa pubblica, nei momenti di crisi, non è utile, anzi è utile il contrario, perché togliere moneta dal circuito sociale è un crimine, se si vuole proteggere il popolo. Lo stesso ragionamento vale per le folli richieste di abolizione di derivati, futures, opzioni et cetera, che da troppo tempo ormai occupano l’area grigia della finanza globale. Per quanto si possa storcere il naso o desiderare una società sana, anche l’area grigia sarebbe utile all’economia reale. Di certo, non è utile un’economia nominale e fittizia. Come si può pretendere di porre fine a tutto questo? Il tentativo sarebbe simile a quello di un medico che dicesse a un malato terminale di cancro che il suo problema è l’alluce valgo.

Avremmo anzitutto bisogno di una banca italiana pubblica proprietaria della moneta, in grado di monetizzare, perché, se tutte le volte in cui si parla di debito pubblico, si dice solo che occorre ridurlo, ma non si dice che il debito è sensato nella misura in cui sia garantito, si parla solo di aria fritta. Solo una banca centrale pubblica può garantire il debito, eventualmente introducendo nuova moneta nel mercato interno e adottando processi di svalutazione. Quando il tesoro di uno Stato ha bisogno di denaro, non fa altro che emettere titoli e, nel caso una quota di essi resti invenduta, interviene appunto la banca centrale con atti di monetizzazione. Quindi, intendiamoci, si tratta di un processo farsa, ma geniale e prezioso. Se, diversamente, chi presta il denaro è un soggetto estraneo a questa dinamica di domanda e offerta interne, come la BCE, prima o poi, il default arriva, nonostante le manovre finanziarie e le presunte azioni morali dei governi. Se, per giunta, oltre alla tirannia del soviet supremo, c’è anche quella della moneta forte, siamo proprio nei guai, ma siamo anche sempre più stupidi.

La moneta forte va bene per uno Stato forte, cioè per uno Stato che ha buoni livelli di esportazione e, ovviamente, di occupazione. Se lo Stato è forte, l’azienda produttrice di yogurt può salvarsi vendendo il proprio prodotto all’estero a prezzi competitivi. In caso contrario, gli yogurt costeranno tanto che nessuno li acquisterà, diventeranno prodotti scaduti, com’è naturale. Si badi che l’euro è nata forte, è forte per convenzione, per artificio del capitalismo globale, talmente forte da avere la meglio perfino sulle aree grigie! Quando, in un paese, la corruzione si trasforma in banale delinquenza, allora c’è davvero da temere il peggio. Tuttavia, il timore generale, che si trasforma per lo più in allarme virale e, successivamente, in panico, fa nascere movimenti d’opinione impropri, impertinenti e inconcludenti i cui protagonisti finiscono col ‘protestare pur di protestare’ non perché siano in cattiva fede, ma perché sono essi stessi espressione biofisiologica dell’incertezza, dell’incultura, della pavidità e dell’errato uso della deduzione politica, il maggiore, quest’ultimo, tra i difetti delle democrazie.[1]

L’opinione pubblica, in questo modo, si costruisce interamente su visioni incomplete e irrazionali della realtà, dalla quale scompaiono i particolari perché, durante i processi di idealizzazione di un modello e le relative fasi di temporanea idolatria, in cui un personaggio qualunque diventa il presunto liberatore, l’esaltazione del valore è tale che non si contempla più il ritorno ai bisogni della quotidianità. Ci si lascia incantare dai privilegi della casta, dalle auto blu, dai decreti anticorruzione, dagli scandali, senza mai pensare che l’abolizione di un certo numero di auto blu o la punizione esemplare inflitta agli assenteisti del Parlamento non cambierebbero l’economia. Ciò non significa passare dall’altra parte della barricata, intendiamoci!


L’opportunità sta nel mercato valutario e nel recupero delle varie sovranità nazionali. I PIIGS non hanno più una banca centrale che garantisca il debito e, di conseguenza, hanno ormai solo una parvenza di Bilancia dei Pagamenti. All’epoca della lira, lo Stato ‘guadagnava’ l’1% dalla circolazione monetaria con risvolti positivi sulla tassazione. Adesso, invece, la BCE trattiene l’8% e lo Stato italiano è costretto a ripristinare l’ammanco del 9%. A ciò bisogna aggiungere il crescente indebitamento (circa 100 miliardi l’anno da pagare per l’Italia). Dunque, anzitutto sarebbe opportuno, come ha scritto Ciarrocca ne I padroni del mondo,[2] abolire la riserva frazionaria e far sì che le banche abbiano il 100% a garanzia dei prestiti (Chicago Plan); in secondo luogo, occorrerebbe svalutare l’euro a tempo determinato; da ultimo, bisognerebbe o restituire la sovranità monetaria a ciascun paese o, per lo meno, la sovranità in termini di politica economica. Nel frattempo, un’opera di antitrust e di liquidazione dei derivati tossici non farebbe mica male, ma, a questo punto, stiamo già parlando di proposte irrealizzabili.  




[1] Cfr. CORNELI, A., 2007, Potere e libertà, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano
[2] CIARROCCA, L., 2013, I padroni del mondo Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni, Chiarelettere Editore, pp. 138-147.

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