sabato 12 marzo 2016

MILIARDI DI DOLLARI IN DISINFORMAZIONE


L’informazione è la metafora di ciò che non si può dire, l’allegoria di una costante di gravitazione narrativa o, in altri termini, una forza che spinge i fruitori verso il fondo di un sistema, un luogo di movimenti sottostanti e dal quale si possono vedere solamente i nodi d’una vicenda, ma non il flusso delle azioni che li genera. L’analisi, in questo senso, non può che farsi comparativa.

Senza particolari fatiche, non facciamo altro che ‘raccogliere’ una decina di notizie del trimestre gennaio-marzo 2016 e ci proviamo a rielaborarle.

Anzitutto, apprendiamo che Putin e il suo Ministro degli Esteri, Lavrov si mostrano risoluti nel pretendere un congelamento della produzione di petrolio; il che sarebbe chiaramente finalizzato a calmierare i prezzi e consentirne il rialzo. È noto, infatti, che, già da tempo, il petrolio è ai minimi termini. Il 17 febbraio, a Doha, viene organizzato un vertice, cui prendono parte, oltre alla già citata Russia, anche l’Arabia Saudita, il Qatar e il Venezuela. Sembra emergerne una comune volontà di politica economica e commerciale: ridurre la produzione, nonostante la posizione dubbia della stessa Arabia Saudita. Perché ciò si verifichi è necessario l’allineamento dei principali produttori dell’OPEC. La risposta dell’Iran non tarda a maturare: il ministro del petrolio iraniano, Bijan Namdar Zangeneh, si rifiuta categoricamente di accettare la riduzione da 10 milioni di barili a 1 milione di barili al giorno. Gli stati Uniti, il maggiore tra gli operatori globali del petrolio, non partecipa al vertice; il che non può minimamente suscitare la meraviglia dei media. Le manovre russe vanno esplicitamente contro l’asset petrolifero americano. Non a caso, l’Iran, che fino a poco prima era citato dai più per i pericoli nucleari, adesso sembra, improvvisamente e inaspettatamente, neutralizzato. Nelle stesse Relazioni al Parlamento a cura del DIS, si menziona spesso l’intervento dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dell’ONU) secondo cui l’impianto iraniano di Natanz avrebbe prodotto una quantità di materiale fissile sufficiente alla realizzazione di ordigni nucleari. Per contro, giunge la notizia secondo la quale la Corea del Nord sarebbe pronta ad un attacco nucleare; poco dopo, quasi in formazione parallela o simmetrica, sono annunciate esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti. È evidente, a questo punto, che non ci sarà mai alcun attacco nucleare di Pyongyang, come non c’è stato da parte dell’Iran. Nell’ambito delle ipotesi, ogni qual volta in cui si lanciano tanti messaggi su possibili scontri o allarmi militari, l’obiettivo è quello di far risalire il prezzo del petrolio, com’è accaduto sia all’inizio del novecento sia negli anni settanta, in piena guerra fredda. Dal nostro punto di vista, l’inversione di tendenza circa il petrolio si verificherà nel bel mezzo dell’estate dell’anno in corso. Tra le circostanze annoveriamo, a tal proposito, la scadenza delle sanzioni economiche attualmente in vigore contro la Russia: 31 luglio 2016, a meno di proroghe. 

A quel punto, cosa succederà nei mercati europei e americani?

I dati in nostro possesso convergono tutti verso un cambiamento petrolifero-finanziario. Draghi, ancora una volta, facendosi interprete dei bisogni europei interviene sui tassi, mentre è ormai noto che ogni forma di svalutazione serve, in teoria, a migliorare l’accesso a beni e servizi. A ciò dovrebbero accompagnarsi, tuttavia, un’ottimizzazione della spesa pubblica e una riduzione della pressione fiscale, che almeno in Italia o nel resto dei PIIGS, sono accorgimenti impossibili alla luce dei parametri di Bruxelles. Allora, vien fatto di pensare che Draghi abbia solo mirato a riportare gl’investitori sull’euro a causa di preoccupazioni sulle maggiori tra le commodities: troppi e imprevisti investimenti su oro e petrolio preoccupano sempre le banche centrali. Italia e Francia, rispettivamente, contribuenti della BCE, si ritrovano impegnate sul fronte libico. In Italia, in particolare, con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, si assegna all’AISE, la sezione dei servizi segreti che si occupa dell’estero, il compito di dirigere l’intervento militare in Libia al fianco di Inghilterra, Stati Uniti e Francia, anche se Renzi e Hollande avevano dichiarato, in precedenza, di volere attendere la formazione di un governo di unità nazionale. Una cosa è certa: la questione libica e, più in generale, nordafricana, in termini di gas, petrolio e sicurezza, vale all’incirca 130 miliardi di dollari, pertanto ci riesce difficile giudicarla con formula ‘umanitaria’. Cosa accade a quei paesi che partecipano indirettamente alle azioni militari o si rivelano neutrali? È naturale che gli USA spingano per un intervento militare in Libia, costituito da 30-40 target e finalizzato all’apertura di un varco per le milizie libiche antijihadiste. Il terrorismo diventa sempre causa comune. Nel frenetico, inafferrabile e incontrastato gioco degli ‘informatori’,  un altro blasonato quotidiano italiano,citando come fonte i servizi segreti italiani, dichiara che l’allarme terrorismo per l’Italia, specie in occasione del Giubileo, è molto alto. Adesso, il quadro è completo, come se ce ne fosse ancora bisogno. È appena il caso di ribadire che il prezzo del petrolio, presto, salirà, forse prima che nelle previsioni appena fatte. L’Italia ha il diritto, a quanto pare, di rivendicare la propria parte geo-finanziaria… Soprattutto perché paga 100 miliardi l’anno di debito e non si tira mai indietro.

Finora, in questo capitolo d’analisi, abbiamo evitato ogni sorta di digressione storico-politica e ciò è stato fatto al solo scopo di trattare i fatti senza condizionamenti, tuttavia dobbiamo concederci un piccolo passo indietro, altrimenti si finirebbe col non capire, per esempio, l’inossidabile condotta dell’Inghilterra. Si fa un gran parlare di cultura antiamericana, ma si guarda poco a chi ci sta vicino. Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, ne Il golpe inglese, citano delle interessanti fonti archivistiche e, in particolare, The National Archives – Public Record Office (Kew Gardens, Surrey, Gran Bretagna):

(…) La Gran Bretagna ha sfruttato il Vicino Oriente per i suoi obiettivi imperialistici, ritardandone in tal modo il progresso politico, in opposizione ai desideri delle popolazioni indigene (…) In futuro avremo certamente grosse difficoltà a tenere gli USA lontani dal Vicino Oriente (…) Forse, però, possiamo convincerli a lasciarci assumere un ruolo politico in quest’area.[1]

Il frammento in questione proviene direttamente dal Cabinet, il Consiglio dei Ministri, e fu scritto da Anthony Eden, Ministro degli Esteri inglese dell’epoca (in particolare: 1943). La cronaca ci riporta alla trama di un conflitto d’intelligence ben nascosto e che si svolse principalmente sul suolo del nord-est italiano, tra l’americana Standard Oil e la britannica APOC (Anglo-Persian Oil Company). L’italiana AGIP, nata nel 1926, poté muovere i primi passi grazie alla British Oil Development Company, la quale, pur essendo stata fondata nel 1928, già nel 1932, ottenne la prima concessione sul territorio iracheno per 75 anni e coinvolse l’azienda di stato italiana. Poco dopo, infatti, venne fuori anche la Mosul Oil Fields. Se alcuni eventi storici non sono noti ai più, altri, invece, sono fin troppo noti: il dominio dell’Inghilterra sui territori palestinesi e sulle decisioni della Società delle Nazioni fanno parte ormai pure dei manuali di scuola.


A proposito di Mosul, importante città irachena, l’italiana Trevi si aggiudica l’appalto per la manutenzione della maggiore tra le dighe dell’Iraq. I nodi, prima o poi, tornano al pettine!

Nel tempo, specie all’inizio del secolo scorso, l’impero ottomano ha sempre costituito un ostacolo alle mire espansionistiche inglesi; la stessa Italia fu costretta a prendere parte attiva alla guerra contro i turchi, senza tuttavia averne qualcosa in cambio. A distanza di un secolo, la Erdogan e la sua Turchia diventano bersaglio di accuse pesanti da parte della NATO, dell’UE e pure della Russia. In pratica, la Turchia si sarebbe rifiutata di concedere il transito dalle proprie acque territoriali alle navi militari delle NATO dirette nel Mar Egeo a monitorare – si dice – il flusso degli immigrati. La rotta anatolico-balcanica è sempre stata una spina nel fianco per comunità internazionale in materia d’immigrazione e non solo. Nello stesso tempo, non possiamo non tenere in seria considerazione che la Turchia rappresenta uno snodo importantissimo per la gestione del petrolio mediorientale sia per i suoi confini territoriali, che la vedono a stretto contatto con Siria, Iran e Iraq, sia perché al porto turco di Ceyhan arriva direttamente il petrolio di Kirkuk tramite un oleodotto. Può darsi allora che la Turchia abbia solo anticipato le mosse atlantiche e sia stata ‘antiumanitaria’ per convenzione, dato che la gestione delle risorse petrolifere irachene è stata affidata alle compagnie angloamericane? Il kurdistan iracheno s’è ribellato, ma senza risultati. Si pensa forse che si permetterà alla Turchia un accordo sotterraneo? La Turchia, purtroppo, si trova in un contesto geopolitico molto complesso perché, anche nella tanto discussa Siria, l’oro nero e il gas sono affari da primo piano: i giacimenti petroliferi e gasiferi di al-Hasaka non sono mai state le risorse di un gigante, ma hanno generato un export di svariati miliardi. Così, tra le pieghe dei giornali, veniamo a sapere che la Turchia, secondo fonti russe, avrebbe bombardato la città siriana di Dikmetash. La Turchia smentisce e il caso resta sospeso, non se ne fa una tragedia; NATO e UE sembrano piegarsi, in apparenza, alla volontà turca.

In conclusione, altri due dati possono rivelarsi molto utili, se inseriti in questa analisi.

Il primo è quello cinese. Le esportazioni della Cina sarebbero in calo del 20,6%. Secondo noi, nonostante il cambiamento del trend dei mercati, questa notizia è da trattare con cautela chirurgica per due motivi: 1) la Cina è stato l’unico paese che abbia saputo competere con gli Stati Uniti dopo il 2008, foraggiando le banche americane con ‘acquisti di pacchetti’ finanziari; 2) il secondo motivo è legato al secondo dei dati preannunciati: lo scandalo giudiziario che investe Luiz Inacio Lula da Silva, di cui la procura di San Paolo chiede l’arresto, non è un vero e proprio caso, ma potrebbe essere qualcosa di simbolico. È sicuramente troppo presto per valutarne le conseguenze, ma è sospetto che la stampa dedichi tutto questo spazio a tre paesi del BRIC: Brasile, Russia, che nel frattempo annuncia la costruzione del reattore nucleare più potente del mondo,  e Cina. Dell’India si racconta, al momento, ma non mancano il tempo e le occasioni.

Ci concediamo l’ultima aggiunta: qualcuno va dicendo in giro che la Russia avrebbe sostenuto gli estremisti tedeschi contro la Merkel. Dunque, staremmo parlando di una specie di golpe voluto dall’intelligence russa. Suvvia, quando è troppo, è troppo – per dirla con una formula popolare!





[1] CEREGHINO, M. J., FASANELLA, G., 2011, Il golpe inglese, Chiarelettere, Milano, p. 50.

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