mercoledì 9 marzo 2016

FICTION ECONOMY

Il contadino e il commodity swap


Un bel giorno, un contadino, dopo anni di duro lavoro e dopo avere sviluppato una certa capacità di produzione di grano, riceve un’informazione che può cambiargli la vita. Decide di rischiare e corre ad incontrare un tizio che gli si propone come mediatore. Questi, successivamente, gli fa incontrare un ricco acquirente della sua materia prima. Il contadino ne è felice, ma è un po’ timoroso e diffidente perché non conosce l’inglese e sa che il cliente conosce solo quella lingua. Il mediatore lo rassicura. Conosce lui l’inglese, non ci sono impedimenti: l’affare è quasi fatto, mancano solamente i dettagli e un paio di firme. Il cliente, infatti, sottoscrive immediatamente l’acquisto di tutte le tonnellate di grano che il contadino riesce a produrre: ogni sei mesi, per due anni. A questo punto, il contadino chiede al mediatore e interprete notizie precise sulle modalità di consegna del grano, ma la risposta gli giunge incomprensibile: - You mustn’t deliver any products! -. Il pover’uomo fa fatica a reggersi in piedi, aggrotta le sopracciglia, comincia a innervosirsi e minaccia con lo sguardo il mediatore, che si affretta a tradurre: - Tu non devi consegnare alcun prodotto! Abbiamo sottoscritto un commodity swap. –. Le cose non cambiano; il contadino impallidisce e pensa di essere stato ingannato. Egli non capisce che cosa è appena accaduto, ma non è così, non è stato ingannato. Con un contratto di commodity swap, le parti non si scambiano affatto il prodotto, ma simulano uno scambio per guadagnare, tramite una specie di scommessa, sui flussi economici che si realizzerebbero, se lo scambio avvenisse realmente. È vero, c’è da impallidire. Ma la finanza è fatta così. S’ipotizza che, se il contadino vende la propria materia prima, abbia una certa liquidità da reinvestire in un determinato settore e grazie ad una banca, per esempio, che gli offra specifiche condizioni d’interesse. Allo stesso modo, s’ipotizza che chi acquista abbia un prodotto di un certo valore, che può rivendere o utilizzare come capitale. Si tratta di ipotesi che s’intrecciano con altre ipotesi, che, a propria volta, costituiscono il mercato finanziario. E se il prodotto, da ultimo, dovesse restare invenduto? Può succedere. Ciò che importa, in questo meccanismo, è solo lo scambio dei flussi che si registrano nei due anni in questione. Se, per giunta, al posto del contadino e dell’acquirente mettiamo una banca e una multinazionale…

Un contratto di swap è uno strumento finanziario derivato, si basa esclusivamente sul fenomeno di scambio ed è scorporato dal bilancio delle società contraenti. Con uno swap non ci si scambia mai un prodotto; siamo nel caleidoscopico mondo della Fiction Economy: tassi di cambio, tassi d’interesse, fluttuazioni valutarie et cetera. C’è di più: in genere, questo genere di scambi avviene over the counter, come si dice in gergo, cioè al di fuori delle borse e, di conseguenza, in assenza di un vero e proprio controllo.

S’è detto, fin qui, cos’è un contratto di commodity swap e, in qualche modo, cos’è uno swap, ovverosia un derivato. Ma… Che cosa sono i derivati (non a caso, per la prima volta in corsivo)? Per tentare di venirne a capo è essenziale capire i concetti di costo, rendimento e fluttuazione, che, in apparenza, sembrano semplici, soprattutto se si pensa alla vendita al dettaglio delle merci, cui siamo abituati. Nell’acquistare una lavatrice, sappiamo chiaramente quanto costa e immaginiamo quale possa essere la sua durata; l’unico elemento di fluttuazione sarebbe da rintracciare nel bilancio famigliare e nella scelta del marchio o della portata: 5, 7 o 10 chili? Se, tuttavia, dobbiamo cominciare a prendere in considerazione i derivati della compravendita di una lavatrice, non solo siamo costretti a togliere di mezzo la lavatrice, ma dobbiamo anche tirare fuori i soldi per scommettere su quanto durerà la lavatrice, sulla capacità del consumatore di arrivare alla fine del mese, su quanto potrà essere rivenduta dopo qualche mese d’uso et similia. Anche se non compriamo la lavatrice! Lo stesso, più o meno, che accade col grano. I derivati del mercato finanziario si possono strutturare, principalmente, su due grandi aree: su quella dei valori immobiliari e su quella dei tassi d’interesse, delle valute, degli indici et cetera. Anch’essi non rientrano nel bilancio: stessa famiglia. Un piccolo imprenditore di una s.r.l. qualsiasi, non avvezzo a queste cose, potrebbe chiedersi come sia possibile non mettere a bilancio cose di questo tipo. In questo modo, infatti, si possono generare forme di evasione incontrollate. Non avrebbe torto, qualora se lo chiedesse.


Fantafinanza e ‘ipotesi’ insane

Un altro bel giorno, un giorno differente da quello del commodity swap, l’amministratore di una blue chip, vale a dire di un’azienda quotata ad alta capitalizzazione e che magari rientra pure nel mib30 (indice delle trenta aziende italiane con maggiore capitalizzazione), si siede davanti al pc e fissa con interesse l’evoluzione dei propri titoli azionari. Scopre subito, con interesse e soddisfazione, che il BID price, cioè il prezzo al quale gli acquirenti sono disposti a comprare, conferma le già rosee aspettative. Nello stesso tempo, fa una mossa che nessuno in quel momento si aspetta: emette una certa quantità di obbligazioni e lancia un’OPA (Offerta Pubblica d’Acquisto) per rilevare una certa percentuale di una società americana che si occupa di sicurezza privata, composta quasi interamente dagli ufficiali veterani delle guerre del Golfo. Poco dopo, l’abile stratega scambia il tasso d’interesse delle proprie cedole obbligazionarie, cedendone i crediti, col dollaro e con la sterlina per mezzo di un colosso bancario angloamericano e ottiene immediatamente delle back-up facilities, cioè una nuova linea di credito a sostegno delle obbligazioni emesse, ma ormai cedute. Frattanto, le sue azioni continuano a crescere. Il fenomeno appare strano perché l’ampiezza di mercato va riducendosi; in altre parole, il numero di attività finanziarie è troppo basso perché si possa ammettere il bull market, la fase rialzista del mercato. Dal mondo giungono notizie ambigue: la Corea del Nord sarebbe pronta all’attacco nucleare, USA e Corea del Sud iniziano esercitazioni militari comuni, il Ministro delle Finanze tedesco Schäuble dichiara che è necessario svalutare la divisa. L’amministratore, che sa interpretare bene le informazioni, attende il secondo fixing di Londra per investire nell’oro. Qualcuno si chiede perché egli non stia prendendo in considerazione il brent, dato che scopo commerciale della sua azienda è quello di acquisire il petrolio grezzo, trasformarlo in carburanti, solventi, bitumi e lubrificanti e, da ultimo, venderlo ad aziende che si occupano della grande distribuzione. Egli, sorprendendo ancora una volta gli operatori, acquista derivati immobiliari presso la London Stock Exchange e l’AmericanStock Exchange. Le azioni dell’amministratore continuano a crescere vertiginosamente. Il governo italiano dichiara di partecipare alla missione in Libia addirittura coi propri servizi segreti per poi smentire improvvisamente.  Ci si aspetta, da un momento all’altro, o un’inversione di tendenza o una vendita massiccia da parte del trader, ma, prima che accada questo, accade qualcos'altro, che lascia tutti a bocca aperta: nell’arco di poche ore e senza alcuna forma di pubblicità, un investitore istituzionale americano acquisisce notevoli quote societarie dell’azienda in questione: fenomeno, questo, noto come accelerated bookbuild. I mercati sono in subbuglio, gl’investitori nel panico, le banche italiane temono il collasso anche perché il prezzo del petrolio ricomincia a salire improvvisamente. Dirottare a est gl’investimenti, per esempio verso la Russia, è impossibile, almeno in apparenza, a causa delle sanzioni. Bisogna attendere le nuove manovre, ma la giornata è sicuramente nera per Piazza Affari. Di certo, non per l’amministratore!

Il padre di famiglia e la prima casa

Un terzo giorno qualunque, terzo rispetto ai due già trascorsi col contadino e con l’amministratore, un padre di famiglia si reca in banca ad accendere un mutuo per l’acquisto della prima casa. Noi – per agevolare la realizzazione dei suoi sogni – ipotizziamo che tutte le carte, come si suol dire, siano in regola. Fatte le debite precisazioni col notaio e col responsabile mutui della filiale, egli, col sorriso stampato sulla faccia, stringe la mano a tutti e, nel giro di qualche ora, la cartellina col piano d’ammortamento sottobraccio, è già pronto per rientrare a casa. Riceve un regolare stipendio del pubblico impiego e così pure sua moglie; sono entrambi giovani. Salvo imprevisti, ogni mese si potranno permettere di pagare la rata. TAN e TAEG fanno ormai parte del loro patrimonio di conoscenze. Per loro esiste un rapporto tra la famiglia e la banca.

Ma non è così.

Per la banca il mutuo è un prodotto da introdurre sul mercato. Altri clienti della stessa banca, in precedenza, avevano acceso un muto, cosicché la banca, adesso, si ritroverebbe con una preoccupante passività, se qualcuno non avesse escogitato un espediente chirurgico: asset backed securities. In pratica, i mutui vengono ‘impacchettati’, ossia entrano a far parte del processo di cartolarizzazione, e ceduti a delle società che nascono, a bella posta, per l’occasione. Crediti e interessi vengono immediatamente scorporati dal bilancio affinché se ne eviti l’appesantimento, mentre la società neonata, oltre a garantire una certa liquidità all’istituto di credito, emette delle obbligazioni, da cui si ricava il cosiddetto gruzzoletto. Ciò che spesso si dimentica sta nella natura di queste obbligazioni, il pagamento delle cui cedole è garantito unicamente dalla riscossione dei crediti. In altre parole, se il padre di famiglia s’imbatte in una disgrazia che gl’impedisce di pagare le rate e, assieme a lui, pure tanti altri mutuatari, il default è molto probabile. Le asset backed securities sono costituite da questa tipologia di obbligazioni. I banchieri spesso sono più lungimiranti di quanto si pensi. Essi, infatti, consci del dovere di tutelare la banca, i correntisti e gl’investitori, dopo aver concesso il mutuo e aver definito le ABS, si dedicano alla parte assicurativa. Si rivolgono a un cosiddetto protection seller per assicurarsi in caso di insolvenza da parte del mutuatario. Pagano la presunta ‘polizza assicurativa’ e sanno di aver fatto cosa buona e giusta. Fin qui, a pensarci bene, l’operazione sembrerebbe sana. Tale procedura contrattuale è nota come contratto di CDS (Credit Default Swap: altri derivati!). Tuttavia, i primi allarmi si attivano subito: i CDS sono normalmente quotati e vengono scambiati, anch’essi, over the counter, quindi in un mercato un po’ ‘anarchico’, per così dire, e ‘grigiastro’.  Gli allarmi successivi scattano, quando il protection seller, avendo incamerato un possibile debito a copertura della polizza a favore della banca, si rivolge ad un altro protection seller e sottoscrive un altro CDS. Quest’ultimo, a propria volta, farà la stessa cosa e il mercato, in poco meno di ventiquattro ore, sarà invaso da Credit Default Swap, tutti inesorabilmente legati ad un’attività finanziaria sottostante, di cui ormai si sono perse le tracce: il mutuo. Come s’è già detto, i CDS sono quotati, quindi un loro uso speculativo è il minimo che ci si possa aspettare. Né un qualsivoglia contraente né alcun membro della catena sono costretti, infatti, a immobilizzare questi derivati. I CDS possono essere scambiati, acquistati e rivenduti.

Comincia solo ora a farsi luce sulle scelte di quell’amministratore che, pur occupandosi di petrolio, ha investito in derivati del mercato immobiliare. Egli non ha fatto altro che acquistare pacchetti di “protezioni” sparsi tra New York e Londra allo scopo di rendere l’azienda ‘più appetibile’ per gl’investitori. Tra le altre cose, operando dall’Italia, sapeva bene di essere in un territorio ad alto rischio d’insolvenza immobiliare, pertanto ha scelto Stati Uniti e Inghilterra. È vero che gli USA sono appena venuti fuori dalla storia dei mutui subprime, ma è altrettanto vero che, di recente, hanno conosciuto una fase rialzista (Bull Market); la qual cosa manda un duplice messaggio agli operatori: l’azienda è sana e si può concedere di correre un certo rischio perché, nonostante la ripresa del settore immobiliare americano, le garanzie di successo non sono elevatissime. Ci vuole molto, adesso, per capire quale sia stata la strategia di quell’imprenditore che ha investito in commodity swap? Questi processi devono essere moltiplicati per n e si avrà, forse, almeno una vaga idea di cosa accade ogni giorno nella fiction economy perché, nello stesso momento in cui un considerevole numero di operatori di mercato, come abbiamo visto, produce o acquisisce Credit Default Swap o Commodity Swap o qualsiasi altro prodotto, un altro considerevole numero è impegnato a produrre opzioni, warrant, currency swap, interest rate swap e così via. Qualcuno ha pure la possibilità di cedere il diritto d’acquisto su un certo strumento finanziario (opzioni call), che, naturalmente, andrà a sovrapporsi ai vari livelli sottostanti; qualcun altro invece cede il diritto di vendita (opzione put) in una moltitudine di sequenze e ramificazioni di sequenze.


E il padre di famiglia non saprà mai di esserne stato il primo elemento. 

1 commento:

  1. Che dire...un'analisi puntuale e approfondita e il mio grazie è grande non perché non sappia queste cose(e devo dire che le hai spiegate molto bene, a me che sono un po' "dura" a recepire ciò, ma la logica con cui descrivi è importante e aiuta), ma dicevo, perché ogni tanto è bene ricordarle...e puntare oltre, pensare che è doveroso agire in altro modo. Buona continuazione! Monica

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