mercoledì 23 marzo 2016

ESCLUSIONE CULTURALE 
E CONCENTRAZIONE DI POTERE


Osservando i fenomeni sociali e geopolitici con un po’ di distacco, si ha l’impressione che alcuni dogmi pseudofilosofici, atavici e plurisecolari siano adottati a scopo di copertura e mistificazione della complessità: le democrazie occidentali sono contrapposte – e non semplicemente opposte – ai governi arabi, allo stesso modo in cui, un tempo, si combatteva tra cristiani e musulmani; la Turchia, antica roccaforte d’un impero, quello ottomano, temuto e contrastato, ricomincia ad essere oggetto di controversie internazionali; la Cina, sempre autonoma, lontana e isolata, continua ad essere designata come ambigua e da sorvegliare; il Medio Oriente è sempre stato fonte di gioie e dolori e, oggi più che mai, si conferma; la Russia resta l’avversario di tutti, giudicata incapace d’instaurare alleanze perfino coi paesi confinanti, fuorché in posizione di domino assoluto; Stati Uniti e Inghilterra mantengono il ruolo di esportatori di senso civico e ricchezza, mentre l’Europa sembra essere avulsa da sé stessa e dalle opportunità di appartenenza. Il mondo, in pratica, è ‘patologicamente’ classificato e categorizzato, a dispetto di qualsiasi forma di evoluzione antropologica e di progresso tecnologico e sembra che il tempo passi su tutto a schiacciare le differenze, dato che non possiamo considerare differenze le condizioni della stasi.  

La differenza dovrebbe, infatti, generare una certa dialettica, includere e, insieme, rinnovare, produrre il cambiamento: è una legge della fisica, oltre che un principio di scienza della logica. Per paradosso, l’epoca della grande inclusione, quella di internet e del blogging interattivo o, in generale, del people relation, s’è trasformata in una tragicomica e colossale autoesclusione: si comunica dappertutto e in apparente libertà, ma si finisce col rientrare, giocoforza e più o meno consapevolmente, nelle categorie suesposte, che pare siano inamovibili e indiscutibili. Farne parte, dunque, può equivalere esattamente all’esserne materialmente e totalmente escluso. 

Eppure, come scrive Piero Dominici in un saggio pubblicato, il 21 marzo 2016, su IlSole 24 ore e intitolato La cultura:‘motore’ del cambiamento… ma anche agente di democratizzazione e cittadinanza:

La società ipercomplessa e l’età dell’informazionalismo– questa, la nostra prospettiva – hanno segnato l’inizio di un complessoprocesso di civilizzazione fondato su Internet e i social-media, chepresenta specifiche regole di inclusione e cittadinanza e che,pertanto, chiede un ripensamento delle stesse categorie concettuali e dellerelative definizioni operative.

Esiste, nella prospettiva di Dominici, un luogo in cui la complessità può rinascere come dialettica, ma, purtroppo, non esiste ancora una dialettica tra informazione e comunicazione, come se l’informazione appartenesse a delle entità separate e intangibili e la comunicazione fosse lasciata agli esseri umani quale intrattenimento ludico-ricreativo; la qual cosa diventa preoccupante, quando i poteri esecutivi e legislativi devono essere esercitati e, soprattutto, recepiti appieno, sia in ambito confederale sia in ambito nazionale.  

La tensione tra la volontà generale della collettività sovrana e la singola parte è talora incontrastabile, insanabile e irredimibile sia perché le deliberazioni dei membri della collettività, pur essendo i destinatari dell’opera del Legislatore, non sempre sono animati dalla ‘rettitudine’ e dalla conoscenza del bene comune sia perché senso e significato del linguaggio della scena sociale emergerebbero più dalla consuetudine che dalla reale interpretazione dei messaggi. Nel § 1.3 del Codice di Stile delle Comunicazioni Scritte ad Uso delle Pubbliche Amministrazioni   (http://www.funzionepubblica.gov.it), si legge, non a caso, <<che il linguaggio è utilizzato più nell’ottica della legittimità formale degli atti che in quella, sostanziale, della comprensibilità del messaggio.>> [1]. Fin dall’introduzione, Sabino Cassese, ex Ministro della Funzione Pubblica, mette in evidenza che l’incapacità di comunicare, propria della Pubblica Amministrazione e che si realizza mediante l’uso di formule linguistiche inaccessibili e, talora, anche impertinenti, ermetiche e fumose, allontana [2] il cittadino, l’utente, il vero fruitore del messaggio. La lontananza che ne deriva genera immediatamente il paradosso: se il fruitore è, già da principio, privato della propria funzione di destinatario del messaggio, il messaggio non esiste. Si configura, di conseguenza, una sorta di esoterismo settario della parola e del suo uso. In pratica, non c’è alcuna relazione.

Esiste una corrispondenza tra parole e cose, tra parole e grandezze, e tale corrispondenza è una funzione della pratica umana. Uno dei compiti centrali della filosofia è di chiarire la natura di tale funzione (…) A rigore, esso non è un termine, ma una coppia ordinata di un termine e di un <<senso>> (o di una circostanza d’uso, o di altra cosa che distingua un termine usato in un senso dallo stesso termine usato in un senso diverso) che ha un’estensione. [3]

Il politologo statunitense Harold Lasswell, nel 1948, propose un modello di comunicazione [4] che tuttora mantiene un certo valore d’uso, specie se si tiene conto del fatto che include perfettamente lo sviluppo delle funzioni del linguaggio e gli improrogabili criteri di comunicabilità. Egli introdusse la seguente struttura: chi-dice cosa-a chi- attraverso quale canale-con quale effetto. Tutti questi segmenti ci inducono a considerare il mittente, l’oggetto, il codice, il canale e l’effetto della nostra comunicazione. Dunque, se associamo la struttura di Lasswell e il contributo di Cassese con l’architettura informativa della geopolitica e della macroeconomia, non possiamo fare a meno di rilevare che i fatti – o le ipotesi sui fatti –, gli uomini e il linguaggio, attualmente, non appartengono alla stessa dimensione, non sono accomunati da un vero e proprio codice.

È strano che, nel trattare l’argomento in questione, si citi un lavoro di revisione sul linguaggio delle Pubbliche Amministrazioni o si riporti il parere di un filosofo che parli del ruolo funzionale della filosofia? Le parole di Cassese, forse, appaiono irrilevanti o impertinenti rispetto ai processi geopolitici e culturali?

Se è vero che i modelli organizzativi e sovranazionali sono diventati orizzontali, per converso, è altrettanto vero che non esiste più alcun collegamento dialettico tra chi aderisce alle ‘organizzazioni’ e gli ‘organizzatori’; per la qual cosa non si può più parlare di piramide gerarchica: occorre ammettere l’esistenza di due piani paralleli di cui l’incomunicabilità è l’unica legge di coesistenza e compresenza e la legislazione l’unico codice di appartenenza. Per farsene un’idea è sufficiente rivolgere l’attenzione ai grandi fenomeni di fusione societaria dell’ultimo ventennio: già nei primi anni del XXI secolo, si è attestato un valore economico-finanziario proveniente proprio dalle fusioni pari a quindicimila miliardi di dollari. Se a ciò si aggiunge che alcune di queste colossali operazioni di mercato si sono verificate nel settore delle telecomunicazioni e in quello petrolifero, allora capiamo come la teoria dei piani incomunicabili si muti rapidamente in pratica dell’incomunicabilità. Nessuna manovra dell’antitrust mondiale, infatti, è mai stata utile a contrastarne la formazione in vista di una possibile e ‘naturale’ revisione-redistribuzione sociale e democratica. 

Nel settore Colossal Oil, per esempio, BP si è fusa con Amoco, Arco con Exxon Mobil, Total con Elf, Chevron con Texaco, cosicché esse adesso controllano il 32% delle vendite globali, ottenendo profitti superiori a quelli dell’Arabia Saudita, il maggiore tra i paesi dell’OPEC.[5] Da un punto di vista culturale, antropologico e sociologico, tutto ciò sembrerebbe allarmante e inaccettabile, a tal punto da sconfessare le migliori tra le ipotesi dell’etica capitalistico-letteraria di Max Weber. L’indebolimento, lo schiacciamento o, addirittura, l’annullamento di talune forze nazionali è causa di occultamento delle differenze e delle connessioni autentiche a vantaggio di alcune isole commerciali

Qualcosa di simile è accaduto in seno all’Europa, dove sono nate delle istituzioni non-identitarie, ambigue e la cui politica monetaria finisce, sempre inevitabilmente, col sovrastare le esigenze nazionali di quei paesi – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna su tutti – che non hanno dalla propria parte la storia macroeconomica. In che cosa consiste una società i cui consociati non possono stare in relazione con i ‘gruppi’ di cui sono membri?

L’errore sarebbe proprio quello di interpretare questa situazione così complessa, ambivalente e piena di ambiguità, anche rispetto al ruolo ed alle scelte sia dell’Unione Europea che della cosiddetta Comunità internazionale – la cui presenza è impalpabile – con la lente riduzionistica della scontro di civiltà.[6]

In questo modo, la Russia resterà sempre una potenza da temere e sarà così rappresentata, nessuno ne elogerà il ruolo scientifico-economico: di recente, essa ha progettato e iniziato la costruzione del reattore nucleare più potente del mondo. La Turchia sarà sempre considerata antidemocratica: nessuno riconoscerà ad essa l’importanza geopolitica nel quadro mediorientale e la fermezza decisionale in fatto di politica economica e militare; difficilmente, un altro paese avrebbe vietato il transito dalle proprie acque alle navi della NATO. Il mondo arabo balzerà costantemente agli onori della cronaca per la minaccia del terrorismo islamico: nessuno dirà che, in passato, qualcuno, Enrico Mattei, aveva tentato di rispettare il loro primato petrolifero e finanziario, accettando il 25% della produzione in cambio della concessione dei pozzi, strategia, quella, lungimirante  e che, forse, avrebbe generato altri e sicuramente diversi equilibri. La Cina continuerà a inquietare l’opinione pubblica per l’invasione commerciale e l’esplosione demografica: nessuno indagherà adeguatamente sulla sua industrializzazione e sulla sua capacità di reggere finanche il crollo finanziario statunitense del 2008. Stati Uniti e Inghilterra saranno riconosciuti e qualificati come ‘portavalori’.


Il processo di concentrazione del potere economico e commerciale mondiale nelle mani di poche aziende continua ad avanzare: ogni anno, un numero sempre minore di operatori controlla una quota sempre maggiore dell’economia internazionale. Confrontando il fatturato delle aziende e il PIL delle nazioni, oggi tra i primi cento operatori economici mondiali solo quarantanove sono Stati sovrani, mentre cinquantuno sono società private. La somma dei PIL di tutti i paesi, esclusi i primi dieci più industrializzati, è inferiore al fatturato complessivo delle duecento maggiori aziende del mondo.[7]

Mentre ci accingiamo a concludere questo capitolo circa il riduzionismo culturale, giunge a terribile, agghiacciante e, forse, prevedibile conferma la notizia dell’ennesimo attentato terroristico a Bruxelles: sono le 10:00 del mattino del 22 marzo 2016; una trentina di morti e svariati feriti, al momento.









[1] Quaderni del Dipartimento della Funzione Pubblica, 1993, Codice di Stile delle Comunicazioni Scritte ad Uso delle Pubbliche Amministrazioni, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1994.
[2] Ibid., p. 9.
[3] PUTNAM, H., 1975, Mind, Language and Reality Philosophical Papers, Vol. 2, trad. it. di R. Cordeschi, 1987, Mente, linguaggio e realtà, Adelphi Edizioni, Milano, p. 241
[4] LASSWEL, H., 1948, The Structure and Functions of Communication in Society, ne K. Bryson, The Communication of Ideas, Harper & Brothers, New York.
[5] Cfr. RIFKIN, J., 2002, The Hydrogen Economy, trad. It. di P. Canton, 2002, Economia all’idrogeno, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, pp. 93-109.
[7] Ibid., p. 107.

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