sabato 26 marzo 2016

AGGETTIVI DEL DIAVOLO 
PER AMBIENTE E IDROCARBURI


Ore in coda presso i rifornimenti di benzina: uno spettro avvistato più volte e immediatamente scacciato dagli ‘acchiappafantasmi’ della macroeconomia, trasformato in qualcosa di risibile, lontano o, addirittura, impossibile. Eppure, lo spettro s’è già materializzato. Negli anni settanta, negli USA, in seguito all’embargo sul petrolio arabo, milioni di persone tremarono d’ansia e paura. Di tanto in tanto, qualche giornalista impavido, dedito all’ambiente e colmo d’idealità produce un bel documentario in cui si parla del raggiungimento del picco nell’estrazione di greggio, finendo con l’annunciare l’uso possibile e imminente di altri idrocarburi, carbonio, olio combustibile e sabbie bituminose, che genererebbero un incremento dell’emissione di CO2 nell’atmosfera.[1] 

Di fatto, ogni giacimento petrolifero, checché se ne dica, ha una vita; il che, tradotto in parole povere, significa che le sue riserve non sono inesauribili. Nessuno, infatti, si permette di affermare il contrario. Per carità! Molti, tuttavia, s’impegnano a rielaborare con insistenza e mefistofelica maestria i dati scientifici di pertinenza, presentandoli al grande pubblico, da ultimo, attraverso splendide metafore, speciosi eufemismi e seducenti allegorie. Perché? Si può cominciare col dire che, se i dati circa la produzione dei giorni a venire sono positivi, è semplice per le multinazionali ottenere prestiti ‘eccellenti’ dalle massime istituzioni finanziari e, soprattutto, trattamenti di favore dai governi. In secondo luogo, non si fa fatica a intuire le conseguenze in termini di asset class e di tutto ciò che ruota attorno al rendimento d’un qualsivoglia titolo azionario. Non è affatto casuale, allora, che due diverse agenzie, entrambe pluridecorate, blasonate e accreditate, e i geologi che le rappresentano forniscano resoconti e analisi diverse, pur trattando lo stesso paese o lo stesso giacimento. La previsione, in questo modo, si farebbe incerta, variabile e, talora, anche incomprensibile.

Quando parlano di picco della produzione globale di petrolio, i geologi si riferiscono in primo luogo a quello comunemente definito petrolio convenzionale, o di qualità light, quello cioè che sgorga dai pozzi trivellati nel sottosuolo terrestre o marino, e che può essere facilmente trasformato in benzina e prodotti derivati. Esistono, peraltro, svariate qualità di petrolio: quello ricavato dalle sabbie bituminose o dagli scisti, quello ‘pesante’, quello estratto da grandi profondità o in regioni polari – oltre ai gas naturali liquidi (NGL), ai gas convenzionali e non convenzionali.[2]

Procedendo oltre, Jeremy Rifkin fa una distinzione molto utile e interessante, abbastanza nota alla comunità scientifica, ma quasi mai oggetto di autentica divulgazione: quella tra riserve e risorse. Le riserve sono costituite dal petrolio estraibile secondo piani economici e geologici  accettabili e che rientrano nelle attività in corso. Le risorse, invece, proverrebbero da giacimenti non ancora trattati e non di facile lavorazione. Ciò che cattura la nostra attenzione e ci costringe a fare uno sforzo d’analisi particolarmente complesso è racchiuso nella strategia linguistica adottata da quegli esperti che hanno il compito di comunicare al mondo come stanno le cose in fatto di petrolio. 

Chi costruisce il linguaggio costruisce, nello stesso tempo, porzioni di realtà, diventando padrone. Austin, nel 1962, scrisse un libro che intitolò addirittura How do Do Things with Words, cioè Come fare cose con parole, un vero e proprio manifesto, tradotto e pubblicato in Italia nel 1987. L’ autore sostenne la tesi secondo la quale enunciare qualcosa vuol dire compiere un’azione. Grazie a questo modestissimo spunto, scopriamo una grande opportunità: capire molto più di quanto per lo più si racconti o si dichiari. La conoscenza degli atti linguistici, in altre parole, può consentirci di valutare non solo la parola e i suoi nessi morfo-sintattici, ma anche e, soprattutto, l’agire ‘intenzionale’ del parlante o dello scrivente, il mistero dell’informazione.

I dossier redatti dai geologi e riguardanti le risorse petrolifere – aggiunge Rifkin[3] – traboccano in modo preoccupante di aggettivi usati per descrivere il valore potenziale delle riserve, le quali sarebbero attive, inattive, probabili, possibili, stimate, identificate, non scoperte et similia.

Di là dai giochi funambolici tra sinonimi e contrari, che sicuramente distraggono i non addetti ai lavori, desideriamo richiamare l’attenzione del lettore su due delle componenti della sequenza suesposta: il concetto di aggettivo e il rilievo significativo dell’aggettivo participiale negativo non-scoperte. Pur non intendendo fare una lezione di grammatica, è bene fare un rapido ripasso del funzionamento dell’aggettivo perché, se è vero che esso non è una parte autonoma del discorso, è altrettanto vero che la sua presenza ne stravolge il senso e il significato. Qual è l’effetto che un certo linguaggio genera in chi ascolta o legge? E soprattutto: qual è l’effetto determinato dai meccanismi di ripetizione globale di un certo linguaggio? Se noi diciamo che tale riserva petrolifera è probabile (o possibile), ci serviamo della funzione predicativa dell’aggettivo, funzione che si ottiene attraverso la modalità copulativa del verbo essere. Fin qui, tutto in regola: non c’è da preoccuparsi o da storcere il naso. Le cose cambiano, quando ci spingiamo oltre e siamo costretti a entrare nel dominio della psicosemantica, che non è una parolaccia. Il verbo essere indica, per lo più, esistenza, ci induce a credere che ciò di cui si parla esista e sia tangibile o, per lo meno, se non è tangibile, ci tocca pensare che, in qualche modo, sia descrivibile. Di conseguenza, tendiamo a credere che una certa riserva petrolifera esista e sia reale. Tuttavia, nel momento in cui ci soffermiamo sull’aggettivo possibile, secondo logica e onestà, dobbiamo dire che ciò che è possibile è anche il proprio esatto contrario, vale a dire impossibile. Allora, che senso ha dire che tale riserva petrolifera è possibile (o probabile)? In teoria, nessuno! Non vogliamo scomodare Parmenide, la cui ontologia era ben lontana dalla rivoluzione industriale, né Heidegger, che, comunque, di linguaggio s’intendeva parecchio, ma, forse, la rilettura dell’Apologia di Palamede o dell’Encomio di Elena dei grandi sofisti, i presocratici, non farebbe male. Una riserva probabile potrebbe essere quella ipotetica di un pozzo non ancora trivellato e che mai sarà trivellato. E inoltre: in che modo una riserva sarebbe stimata? Allo stesso modo in cui un pozzo potrebbe non essere mai trivellato a causa dei costi elevati e degl’impedimenti geologici? Sì, proprio in questo modo.

L’unità linguistica non-scoperte, a nostro avviso, merita considerazioni speciali in virtù del colpo di genio di chi l’ha concepita. Questa unità, infatti, può essere trattata o come aggettivo con funzione attributiva, cioè aggiunto normalmente a un nome, o come subordinata relativa implicita, cioè: che non sono state ancora scoperte. Dunque? Se non sono ancora state scoperte, non sono neanche probabili o possibili o, meno che mai, stimate. Insomma: non sono, non esistono. È evidente – lo sappiamo bene – che i criteri di classificazione nascono da un lavoro scientifico, ma non possiamo sottovalutare che pure la psicosemantica e la linguistica nascono da un lavoro scientifico.

Le stime sul petrolio da scoprire, purtroppo, non aiutano gli analisti seri e onesti a vedere queste classificazioni in modo benevolo o senza diffidenza e scetticismo. Dai più si sostiene l’ipotesi secondo cui il picco dovrebbe essere raggiunto entro il 2040. A quel punto, code ai rifornimenti e panico finanziario non sarebbero più solamente spettri, tranne che si trovasse una fonte d’energia alternativa. Le proposte ci sono, ma sono troppo allarmanti perché le compagnie petrolifere possano accettarle senza battere ciglio. La SecuritiesExchange Commission, l’autorità di vigilanza americana sulla borsa e sulle società quotate, ha stabilito che le riserve sono valide, unicamente se provengono da un pozzo attivo. Questo indicatore è noto come P90. Gli fanno eco, tuttavia, i sostenitori della stima provata e probabile: P50. Nell’URSS, invece, si adottava il P10, cioè un indicatore diametralmente opposto a quello degli Stati Uniti, mentre si continua a ribadire che i principali paesi dell’OPEC, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait e Abu Dhabi avrebbero gonfiato le stime. A chi bisogna credere? È ormai risaputo che riserve e risorse scarseggiano; non ci vuole mica un amico fidato all’interno della Shell per saperlo.

L’energia ha avuto un ruolo importante nell’ascesa e nella caduta delle civiltà; anzi, numerosi storici e antropologi sono convinti che, nella maggior parte dei casi, sia stata un fattore determinante di tali processi.[4]

Fino al III secolo a. C., in Cina, la morte di un sovrano era celebrata con un vero e proprio eccidio rituale in onore del regale defunto: in pratica, tutti coloro che appartenevano alla sua cerchia, mogli, servi e soldati, venivano uccisi e seppelliti assieme a lui. Tale pratica fu interrotta, in seguito, grazie alla clemenza del primo imperatore della dinastia Qin, Qin Shi Huang, che, oltre ad a conferire un’identità geopolitica alla Cina, decise di sostituire gli esseri umani con le statuette per arricchire il sarcofago personale, già grande quanto lo stadio di un campo di calcio.

L’aneddoto può essere interpretato come una pungente metafora dell’eventuale fine del regno del petrolio. Non sappiamo se uno stadio grande quanto un campo di calcio basterebbe a contenere i ‘morti’ o le ‘statuette’.

Spesso, da lontano, per così dire, non ci si rende conto di quanto possa diventare amletica la coscienza di un governante che debba prendere decisioni sull’affare ‘petrolio’. Infatti, in genere, ogni qual volta in cui il mercato si satura per sovrapproduzione, il prezzo del barile si riduce e, naturalmente, anche i guadagni; la qual cosa si ripercuote sulla nazione esportatrice: in questo caso, il rapporto tra costi e ricavi si fa inadeguato. Per converso (…ma non del tutto!), quando produzione ed esportazione vengono contingentate, le cosiddette entrate subiscono ugualmente un crollo.

Ci si chiede ancora perché Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Turchia, Russia et alia siano tanto interessate alla questione dei migranti o alle missioni di pace permanenti? Lasciamo la risposta direttamente a Jeremy Rifkin:


Nei prossimi anni, il progressivo contrarsi della produzione petrolifera russa – ma anche di quella del mare del Nord, della North Slope in Alaska, delle coste dell’Africa occcidentale e di altre regioni – lascerà il Medio Oriente nell’invidiabile posizione di ultimo e unico fornitore (…) Anche tendendo conto delle stime più generose delle riserve, è generalmente accettato il fatto che nel mondo i due terzi delle attuali riserve globali di petrolio convenzionale sono in medio oriente. La sola Arabia Saudita ne possiede il 26% (…) Eppure, fino a quando il petrolio resterà relativamente a buon mercato e immediatamente disponibile, saranno pochi a preoccuparsi per le nuvole nere che si addensano all’orizzonte.[5]



[1] Cfr. RIFKIN, J., 2002, The Hydrogen Economy, trad. It. di P. Canton, 2002, Economia all’idrogeno, Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
[2] Ibid., p. 18.
[3] Ibid., p. 19.
[4] Ibid., p. 9.
[5] Ibid., pp. 41-44

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