mercoledì 17 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Le lacune dei Servizi Segreti


Il 15 settembre 2008 fallisce la più grande e antica banca d’affari del mondo, la LehmanBrothers: 158 anni di vita. Immediatamente: 24.000 licenziamenti diretti. Solo in Italia, subito dopo, 500.000 disoccupati in più. Nel mondo, cittadini comuni, padri di famiglia, imprese e interi governi cominciano ad essere risucchiati dal buco nero dell’economia globale, che prende il nome di ‘crisi’. Si spendono 13.620 miliardi di dollari per fronteggiarla. Mettendo queste banconote in fila, l’una dopo l’altra, potremmo coprire la distanza tra la terra e il sole per ben 5 volte e mezzo. Con questo ponte di dollari, avrebbero potuto coprire il fabbisogno di cibo, acqua e sanità per 150 anni per tutta la popolazione mondiale… E, considerando che, ogni anno, muoiono 18 milioni di persone per fame, avrebbero potuto salvare 2 miliardi e 700 milioni di vite umane. Richard Fuld, amministratore della Lehman Brothers, premio come  miglior banchiere del mondo nel 2003, nell’anno del fallimento, ha guadagnato 34 milioni di dollari, 100 milioni di dollari negli anni precedenti. Com’è possibile guadagnare 34 milioni di dollari portando al fallimento la più grande e antica banca d’affari del mondo? Io, che ho fatto il professore universitario per qualche anno, per guadagnare ciò che Richard Fuld ha guadagnato in un anno avrei dovuto lavorare per 4.500 anni filati, avrei dovuto cominciare ai tempi dei Sumeri.[1]


Eppure, nelle Relazioni sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza, non si fa alcun riferimento al ruolo svolto dalle banche e, di rimando, dalle multinazionali in fatto di equilibri socio-politici ed economici: una lacuna linguistica e concettuale, questa, che parrebbe allarmante, se non fossimo dotati di un minimo di buon senso o se, diversamente, fossimo sensibili allo scandalo. In particolare, nelle 716 pagine consegnate ai lettori, il sostantivo banca è usato solamente tre volte e, in tutte e tre le circostanze, indica la Banca d’Italia, non già la famigerata Lehman Brothers o la J. P. Morgan né, tanto meno, la Banca Centrale Europea. Lo studio delle occorrenze, vale a dire delle modalità d’uso delle parole, talora può rivelarsi decisivo e illuminante. Anzitutto, è bene dire che questa prima indicazione, di certo, ci giunge come fuorviante e impertinente, almeno quale suggestione. Tra le altre cose, la distinzione tra singolare e plurale, in questo caso, è molto più importante di quanto si possa immaginare. Infatti, l’uso del singolare, in genere, riporta l’attenzione su qualcosa di specifico e implica che l’autore definisca opportunamente il legame di appartenenza di tale o talaltra banca, laddove il generico banche suggerisce un’area semantica talmente ampia da non richiedere approfondimenti di cronaca. Nella mente del fruitore non giunge a compimento quel processo semiotico mediante il quale percepiamo ed elaboriamo denotazione e connotazione. L’espressione Banca d’Italia, per esempio, racchiude entrambi i livelli d’interpretazione: pure chi non è un esperto in materia sa che la Banca d’Italia è connotata come Banca Centrale di una certa Repubblica Parlamentare, pur essendo denotata, in generale, come un ‘istituto di credito’. Il redattore delle Relazioni, a tal proposito, mostra raffinata arguzia nel dosare i termini. Il sostantivo plurale banche, infatti, è adottato 13 volte, tuttavia queste tredici adozioni sembrano far parte di un preciso metodo d’informazione.

Ne rileviamo l’occorrenza, per la prima volta, alla pagina 50 della relazione del 2008, dove si parla della nascita delle banche clandestine, espressione ripetuta a pagina 101, gestite dalla malavita cinese. A pagina 91, si discute, in modo vago, dei possibili investimenti della comunità internazionale nel settore bancario siriano.

La scelta lessicale del 2009 è saliente: per la seconda volta, si introduce il termine banche con riferimento alla malavita cinese (pag. 104) e, successivamente, a quella russofona, ma poche righe dopo (pag. 105) si denuncia il disagio delle nostre banche che avrebbero investito in talune aree politiche a rischio. Nel 2010, cala il silenzio sulla questione e non si registrano occorrenze, mentre, nel 2011, si guadagna la conferma della teoria secondo cui è possibile fare previsioni linguistiche circa le intenzioni di chi scrive sulla base della ricorsività di certe forme di scrittura: a pagina 28, si descrive il caso di <<banche estere intenzionate a indirizzare il risparmio raccolto sul territorio italiano verso imprese del proprio paese>>; a pagina 41, le banche sono ancora ‘perseguitate’, questa volta dai movimenti anarcoinsurrezionalisti.

Nell’accingerci ad esaminare il documento del 2012, è fondamentale leggere direttamente le parole del redattore:

Per quanto attiene alle banche a vocazione prettamente locale, a fronte delle difficoltà di reperimento delle necessarie provviste finanziarie, si è rilevato il perdurante rischio che i capitali disponibili facciano riferimento a vario titolo ad ambienti criminali o abbiano comunque provenienza illecita. Si è guardato con attenzione inoltre alla nascita delle prime filiali di banche asiatiche che, rivolte oggi principalmente ai propri connazionali residenti in Italia, possono costituire la premessa all’ampliamento della concorrenza allogena del nostro paese, con rischi di erosione di importanti quote di mercato per gli operatori nazionali.[2]

In pratica, per ben due volte nello stesso brano, che nella relazione è suddiviso in due capoversi (pag. 22), si fa ricorso al termine in questione, senza entrare mai nel merito di alcuna attività criminogena e ponendo il caso in stretta relazione con la difesa del sistema bancario. Le banche, in sostanza, risultano quasi sempre oppresse da operatori devianti e associazioni a delinquere d’ogni genere e specie. La vaghezza con cui il tema è affrontato sembrerebbe strumentale perché insinua il dubbio e genera preoccupazione, ma non dà spunti di contenuto. A completamento di questo quadro, subentra, nella pagina successiva, la descrizione del sistema di trasferimento fondi a mezzo sms, sistema sfruttato in Afghanistan, Pakistan e Somalia con la complicità di banche convenzionate.

Le occorrenze del 2013 sono 3, ma bisogna considerarne valide solamente 2 perché, nel primo caso, si tratta della citazione del titolo di un resoconto statistico-finanziario della Banca d’Italia. Con l’analisi delle 2 occorrenze valide (pag. 33 e pag. 44), non si scopre alcunché di nuovo: la prima è una ripetizione dell’ormai noto leitmotiv, anche se il tema è quello del bitcoin; la seconda riguarda un attentato ai danni di due banche messicane. Lo stesso dicasi per l’ultima Relazione di cui disponiamo, quella del 2014, il cui primo riscontro denuncia, ormai in forma sistemica, azioni illecite a danno delle banche (pag. 58). Qualche riga dopo, nella stessa pagina, invece, il colpo di scena, non quello che ci si aspetta in termini di rivelazione! Le nostre banche, quelle italiane, avrebbero riguadagnato un po’ d’attrattiva per gl’investitori, affermazione, questa, che sarebbe da considerare sospetta, se non si leggesse, poco dopo, della necessità di salvaguardare il sistema bancario.

Fatto salvo il valore delle informazioni che abbiamo appena acquisite e non volendo revocare in dubbio l’attività del redattore dell’Intelligence italiana, non si capisce perché non si dedichi spazio e tempo a sufficienza al devastante fenomeno del credit crunch, cioè a quella stretta del credito che ha destabilizzato, talora in modo irreversibile, le piccole e le medie imprese del nostro paese con conseguenze evidenti sulle famiglie. L’interrogazione indiretta è espressione di stupidità, è vero, ma, ogni qual volta in cui si chiama in causa la crescita di un qualsivoglia fenomeno criminogeno, non si può non tener conto delle cause socio-economiche e politico-finanziarie che lo hanno sicuramente favorito. La contraddizione filosofico-linguistica dei documenti si fa aspra, tuttavia, se si considera che, nel 2013 e nel 2014, il redattore evidenzia la riduzione del PIL, degl’investimenti fissi lordi, della spesa delle famiglie, della produzione industriale, l’elevato tasso di disoccupazione et similia. Il piano dell’informazione s’è mutato, allora, in quello della disinformazione, un metodo come tanti per tutelare la ragion di stato. Ci si rende conto che nessun Servizio Segreto al mondo potrà mai allarmare i propri concittadini, siano essi parlamentari o semplici fruitori, ma una tecnica di comunicazione più ricca e articolata avrebbe evitato la compromissione della linearità dei contenuti.  

Sino al giorno prima del suo crollo, la Lehman Brothers era classificata a ottimo livello di solvibilità dalle agenzie di rating. D’altra parte, analogo errore le stesse agenzie lo avevano commesso con la Parmalat di Callisto Tanzi. Errori? (…) Il trattamento delle notizie diventa uno strumento fondamentale per orientare il mercato finanziario nella direzione voluta (…) Può darsi che questo sia dipeso da una deliberata azione delle agenzie per orientare il mercato in una certa direzione, ma può anche essere che le agenzie abbiano mal valutato i dati in loro possesso. Tuttavia c’è un’ulteriore possibilità: che le agenzie abbiano lavorato su dati “intossicati” serviti da qualche organismo di intelligence tanto pubblica quanto privata: tutto possibile e tutto da studiare.[3]

In conclusione, senza lasciarci intrappolare dalle suggestioni negative, che, comunque, possono avere la meglio su di noi in vista dei dati, basta registrare il numero di occorrenze del sostantivo terrorismo, dal 2008 al 2014, per farsi un’idea del focus o delle linee guida dell’autore delle Relazioni: terrorismo viene ripetuto 112 volte, a dispetto delle 2 volte del sostantivo singolare banca e delle 13 volte del suo plurale banche. Vogliamo sapere per caso quante volte è usato il termine multinazionale (…nell'accezione di azienda)? C’è poco da sapere: zero volte! E il suo plurale multinazionali? Appena 6 volte, ma al pari delle banche, per 6 volte, sono le multinazionali sono vittime di attività illecite.






[1] Cfr. POMIGLIANO, A., LAMBIASE, N., 2010, Pop Economy con riferimento a www.teatrotpe.it e www.nonconimieisoldi.org (In corsivo si riporta lo ‘story-board’ degli autori, sebbene questo sia riscritto in sintesi linguistico-narrativa e adattato al contesto in questione).
[2] DIS, 2012, Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/, p. 22.
[3] Cfr. GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti, Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano, pp. 232-234.

5 commenti:

  1. Sta di fatto, che oltre a svariati suicidi, ed ad una crisi stile del '29, ad oggi non mi risulta che qualche amministratore che operava e sapeva, gli abbiano sottratto il maloppo!
    A parte ciò la destrezza, nel relazionare, evitando di sottolineare le effettive ed oggettive responsabilità di chicchessia, restano il perno centrale di tre quarti della comunicazione politico istituzionale, specie in questo caso

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    1. Mia carissima, il redattore dei documenti non può formulare delle denunce indicando nomi. Qualora lo facesse, genererebbe una contraddizione in termini. Sebbene I servizi segreti italiani oggi siano rappresentati dall'espressione "Politica dell'Informazione sulla Sicurezza della Repubblica", restano sempre 'segreti' e devono sempre far prevalere la ragion di stato sull'allarmismo. Sono per costituzione irraggiungibili, inclassificabili e insindacabili. Io non sono affatto giustizialista; m'interessa poco che sottraggano il cosiddetto malloppo a qualcuno; nel fare l'analista, mi preoccupo semmai dei dati, che avrebbero dovuto essere gestiti ed elaborati, a mio avviso, in modo diverso. Il giustizialismo è la vera causa dei suicidi, credimi!

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    2. Sai che sono polemica sino all'osso, ma quei dati, è che NON vengono gestiti ne tantomeno elaborati a prescindere, e la ragion di stato che debba prevalere, per evitare allarmismo è una enorme stupidata! Il suicida se ne fotte del giustizialismo, si annienta, perché è andato oltre, ed oltre lo ha raggiunto a spintoni, grazie alla ragion di stato.

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    3. Un suicidio o 10 o 100 non cambieranno mai il metodo. Sai cosa succederebbe, se un governo facesse crollare il sistema bancario per l'amore della verità? Il giorno dopo, i bancomat, la carte di credito, gli assegni, la liquidità si volatilizzerebbero e, di conseguenza, non solo la macroeconomia, ma anche la microeconomia. A quel punto, i suicidi non sarebbero più 100 ma CENTOMILA. A essi si aggiungerebbero pure gli omicidi e i morti non si conterebbero più. Dunque: al bando la retorica!

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  2. Macro e Micro economia, non potranno mai crollare, con o senza verità i poteri forti, incombono al di là del volere dei suicidi (che per la cronaca, salto a piedi pari la retorica di cui paventi e che non mi appartiene, visto che il rapporto Eures 2008/2010 parla chiaramente di un suicidio al giorno tra i disoccupati, citando record di casi per motivi economici, in aumento sino al 2014)
    E parlo solo di Italia, in USA i suicidi sono a livello catastrofico, e qui non sentendo la necessità di fare dietrologia spiccia mi fermo.
    Ma in base alla tua analisi, mi permetto di dire che, al fallimento, invece, hanno brindato avvocati e speculatori. Legali e contabili che hanno curato la procedura fallimentare della banca d’affari incassando complessivamente 3 miliardi di dollari di parcelle, 2 miliardi negli USA e uno in Gran Bretagna.
    Sorridono anche gli investitori che, nonostante il panico che si è scatenato con il fallimento, hanno tenuto duro e approfittato della crisi, (perché gli squali ci sono sempre) acquistando a piene mani titoli e junk bond, i cosiddetti bond spazzatura: hanno incassato ritorni fino al 50 per cento.
    Per non parlare degli hedge fund, che si sono visti riconoscere dall’Estate che cura la bancarotta di Lehman miliardi di dollari.
    Dal 2012, sono infatti stati restituiti ai creditori di Lehman quasi 50 miliardi di dollari, molti dei quali finiti nelle casse degli hedge fund che, subito dopo la bancarotta, avevano corteggiato con successo gli investitori di Lehman che non volevano aspettare i tempi legali per veder soddisfatte le loro richieste, acquistando per poco le loro rivendicazioni ora milionarie.
    L’hedge fund Paulson & Co. ha già guadagnato – secondo indiscrezioni – un miliardo di dollari sul suo investimento in Lehman, Elliot Management 700 milioni. (Fonte Il Fatto Quotidiano)
    A dimostrazione che anche quando tutto crolla c’è sempre qualcuno in grado di guadagnarci. Specie nel mondo della finanza, quindi chi ha fallito?
    E a chi importa fare notare ciò?

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