mercoledì 24 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Il tranello nel conto corrente



La verità non sta nei dogmi o nei principi, appartiene ai fatti: questo imperscrutabile, inarrestabile e mefistofelico processo di avvicinamento alla verità di fatto comincia esattamente nel momento in cui un uomo diventa un correntista, giacché la banca è sapientemente autorizzata a guadagnare col denaro altrui, senza rischiare il proprio.

In pratica, se l’arcinoto signor Rossi deposita sul proprio conto € 1.000,00, la banca, che non tollera spreco e immobilismo, ne trattiene una minima parte e ne presta il resto: € 100,00 in cassa e € 900,00 ad altri correntisti bisognosi. È sufficiente moltiplicare il caso del signor Rossi per n per ottenere un circuito infernale di moneta: il meccanismo in questione prende il nome di riserva frazionaria. Le banche possono prestare il denaro che non possiedono, ma non finisce qui. Su base statistica, i banchieri sanno bene che molto di rado i correntisti correranno tutti insieme allo sportello a ritirare il proprio denaro. Se ciò accadesse, infatti, troverebbero la sorpresina, vale a dire che non troverebbero il denaro, che la banca ha prestato ad altri, non essendo obbligata a conservarlo.

Tra le altre cose, è risaputo che le banche, oltre a prestare il denaro altrui, traggono profitto proprio dagli interessi applicati alle cessioni di denaro virtuale. Al momento della restituzione, cui il correntista è solennemente chiamato, dal nulla nasce il tesoro economico-finanziario: anche in questo caso, bastano un paio di semplici operazioni per accorgersi della vastità dei capitali generati. I trucchi del mestiere, quello del banchiere, sono troppo numerosi perché se ne possa dar conto in questo scritto, tuttavia qualche altra cosa a beneficio d’approfondimento può essere introdotta.

Se, d’improvviso, per chissà quale calamità naturale, parecchi correntisti pretendessero la restituzione del denaro in deposito? Nascerebbero i guai, ma fino ad un certo punto. O meglio: nascerebbero i guai per gli stessi correntisti, i quali non si accorgerebbero neppure d’essere nei guai. Le banche centrali, infatti, provvederebbero a produrre nuova moneta, com’è già accaduto, per evitare il fallimento delle banche commerciali. Di conseguenza, diminuirebbe il potere d’acquisto della moneta e, misteriosamente, aumenterebbero le tasse e i tassi. Ingenuamente potremmo chiederci il perché di tali grovigli.

La BCE – un esempio a caso – è una specie di banca ‘privata’, non un vero e proprio ente pubblico. Chi sono gli azionisti della BCE? Le banche nazionali. Chi sono gli azionisti delle banche nazionali? Le banche commerciali. Ci si rende conto che, in questo modo, la ricostruzione dell’asset interbancario è semplicistica e, in parte, metaforica.  Nel tentare di far luce sul fenomeno in questione, ci poniamo un quesito banale, da telegiornale. Si sente dire, per esempio, che la Russia intende fare un prestito consistente all’Ungheria? L’Europa, immediatamente, reagisce condannando l’intervento russo. Perché? Per quale motivo l’Europa può decidere di elargire fondi a vantaggio della causa greca, mentre la Russia non può farlo a vantaggio dell’Ungheria? Molto probabilmente, perché un paese indebitato verso la BCE è obbligato a restare nell’area d’influenza dell’UE, ne è dipendente. L’UE può accettare che l’Ungheria – o qualsivoglia altro paese – sia libero e autonomo in materia economico-finanziaria?


La Banca d’Italia, terzo socio-contribuente della BCE dopo la Germania e la Francia, partecipa con una quota di capitale pari a € 1.332.644.970,33. La Banca d’Italia, ente privato di diritto pubblico, invece, appartiene per più del 94% a banche commerciali e assicurazioni e per la restante quota percentuale a enti pubblici come INPS e INAIL. Le maggiori tra le quote di partecipazione, in Italia, sono quelle di Intesa Sanpaolo e Unicredit, che si attestano, rispettivamente, al 30,3% e 22,1%. Se è vero che, in teoria, tale partecipazione non implica l’equivalente potere in fatto di politica monetaria, è altrettanto vero che il concetto di vigilanza bancaria è una contraddizione: come mettere una volpe a guardia del pollaio. È bene sapere, inoltre, che la BCE, per statuto, è indipendente dal potere politico. Com’è possibile?

Pertanto, facendo qualche passo indietro, se accettiamo che una di queste aziende paghi per i propri errori di valutazione, dobbiamo anche accettare il crollo dell’intera economia. In genere, se un imprenditore medio, fa male i propri calcoli e fa un investimento sbagliato, ne piange le conseguenze; diversamente, il banchiere che abbia commesso un errore di previsione e statistica, può sempre contare sull’aiuto dei governi. BCE, Banca d’Italia e banche commerciali sono talmente legate le une alle altre che il pericolo di default di una di esse costituisce un vero e proprio pericolo sistemico.

Quando uno stato ha bisogno di soldi, per così dire, emette titoli obbligazionari, che vengono acquistati – per poi essere rivenduti agli investitori – dalle banche commerciali e dalle varie società finanziarie. L’obbligazione altro non è che un prestito pluriennale con un certo tasso di rendimento. L’emissione, però, com’è ovvio, corrisponde a un incremento del debito pubblico e al relativo aumento della pressione fiscale per il tramite delle manovre finanziarie necessarie a rispettare i parametri imposti dalla BCE. Si tratta, senza giri di parole, del cane che si morde la coda. Nel sistemo economico-finanziario del correntista comune, esistono solamente due cicli: quello in cui c’è moneta circolante, durante il quale le banche si mostrano generose, e, viceversa, quello del credit crunch (stretta del credito); entrambi i cicli entrano l’uno nell’altro fino alla mescolanza. Quando viene immessa moneta nei mercati, le banche battono facilmente cassa fino al raggiungimento del proprio budget e concedono i prestiti a famiglie e imprese a tassi accettabili. Al contrario, nelle fasi di crisi, in seguito all’aumento dei tassi, allorché famiglie e imprese avrebbero fortemente bisogno di liquidità, accade che le banche si appropriano degli immobili portati a garanzia.

Alberto Mingardi, ne L’intelligenza del denaro, scrive:

Dopo l’11 settembre e l’esplosione della bolla di internet, la banca centrale americana ha costantemente abbassato i tassi d’interesse, passando da un tasso del 6,5% ad uno dell’1,75% a fine 2001 e dell’1% nel 2003. Il trend si sarebbe invertito nel 2004, risalendo al 4,5%.[1]

Per dirla in parole povere, tutte le volte in cui le casse d’uno Stato non sono talmente “ricche” da coprire il debito pubblico e gl’investimenti privati, ne consegue che l’autorità monetaria introduce nuova moneta, aumentando il credito bancario e abbassando il tasso d’interesse. A ben vedere, però, la dilazione del credito e l’abbassamento dei tassi sono del tutto strumentali, sono programmati, artificiosi, irreali e finiscono col diventare polpette avvelenate per chi è affamato di liquidità.

Una banca, tuttavia, non vive solamente due cicli, essa si avvale soprattutto della cosiddetta speculazione, ovverosia del gioco d’azzardo finanziario, scommettendo costantemente e sempre col denaro dei cosiddetti risparmiatori. I termini derivati, futures, opzioni et cetera, che un correntista medio ha sentito pronunciare poche volte nella sua vita, rappresentano invece scommesse sul rendimento talora vendute e spacciate allo sportello come assicurazioni sul credito. La ruota gira da tempo e giudicarla secondo morale è come rifiutarsi di partecipare ad una corsa solo perché non apprezziamo il colore della maglia degli avversari. Sarebbe molto più naturale osservare il mondo in funzione di atti concreti e non di giudizi morali. Giulio Andreotti, uno degli uomini più discussi e, nello stesso tempo, più laboriosi della storia d’Italia, diceva: <<Io distinguerei i morali dai moralisti perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discutere, non hanno poi il tempo di praticarla!>>.


Immagine di Leoni Blog

Dagli anni di mani pulite in poi, l’opinione pubblica non ha fatto altro che dichiararsi indignata e disgustata per la corruzione del mondo finanziario e tutti i reati a essa connessi. Si è anche assistito a suicidi clamorosi, processi spettacolari, riccamente illustrati dai giornali e seguiti dalla nascita di comitati etici, fiaccolate, proteste e messe in scena di vario tipo. Occorrerebbe chiedersi tuttavia se tutti i moralizzatori popolari abbiano tirato fuori le proprie invettive da un contenitore di conoscenze reali e se fossero consapevoli di essere i primi complici del reato e del sangue versato nel tempo. Si chiede forse l’abolizione del sistema bancario e finanziario o la totale trasparenza dello stesso? Ebbene, la totale trasparenza del sistema è direttamente legata alla cultura e alla conoscenza che se ne ha. Pertanto, trasparenza equivale a cultura individuale: il padre di famiglia che si reca in banca dovrebbe conoscere la funzione dei CDS, il costo del denaro, il rapporto tra Stato e banche et cetera. L’obiezione di fatto colpirebbe l’asse della corruzione e della frode. Il guaio è che i dati macroeconomici danno torto ai moralizzatori: nei primi anni ottanta il PIL reale in Italia corrispondeva al 4,3%, a metà degli anni novanta al 3,2%, mentre, dal 2005 in poi, al valore negativo di -3%. In sostanza, in circa vent’anni, il movimento ‘poliziesco’ filoeuropeo avrebbe contribuito a ridurre di ben 7 punti percentuali il Prodotto Interno Lordo italiano. Si badi bene: ciò non significa che chi scrive intenda proporre un apparato di disonestà ed abbrutimento! Sarebbe troppo facile attaccarsi a questa sciocca e impertinente deduzione. Purtroppo, nostro malgrado, siamo costretti ad occuparci dei fatti e non della morale.





[1] MINGARDI, A., 2013, L’intelligenza del denaro Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto, Marsilio Editori, Venezia, p. 249.

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